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Salmo 2. Testo e predicazione. Scala dei Giganti, 9 settembre 2012

 

Salmo 2

 

Perché questo tumulto fra le nazioni,

e perché meditano i popoli cose vane?

I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme

contro il Signore e contro il suo Unto, dicendo:

«Spezziamo i loro legami, e liberiamoci dalle loro catene».

 

Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si farà beffe di loro.

Egli parlerà loro nella sua ira, e nel suo furore li renderà smarriti:

«Sono io», dirà, «che ho stabilito il mio re sopra Sion,

il mio monte santo».

 

Io annunzierò il decreto:

Il Signore mi ha detto: «Tu sei mio figlio, oggi io t’ho generato.

Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni

e in possesso le estremità della terra.

Tu le spezzerai con una verga di ferro;

tu le frantumerai come un vaso d’argilla».

 

Ora, o re, siate saggi; lasciatevi correggere, o giudici della terra.

Servite il Signore con timore, e gioite con tremore.

Rendete omaggio al figlio, affinché il Signore non si adiri

e voi non periate nella vostra via,

perché improvvisa l’ira sua potrebbe divampare.

Beati tutti quelli che confidano in lui!

Quanto nei grandi imperi dell’Oriente Antico i sovrani morivano, un fremito percorreva quegli immensi territori: nei popoli sottomessi risorgevano il sogno e l’impeto alla libertà. Le lotte che sovente si accendevano per la successione al trono e il tempo necessario al nuovo re per impadronirsi pienamente delle leve del potere, sembrava offrire ai principi vassalli l’opportunità di infrangere i ceppi della schiavitù e ritornare ad essere veri re dei loro popoli e non più dei fantocci manovrati da un altro…

Così spesso, il primo e più urgente compito del nuovo “re dei re” era di soffocare le rivolte dei principi e dei popoli satelliti, per consolidare se stesso sul trono e ristabilire la potenza del suo impero.

 

* * *

La situazione di cui abbiamo parlato è chiaramente espressa nelle parole che aprono il Salmo 2, che con tutta probabilità è stato scritto da un poeta di corte in occasione della intronizzazione di un nuovo re della casa di Davide: “Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane? I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme … dicendo: Spezziamo i loro legami, e liberiamoci dalle loro catene…”.

E però, onestamente, una cosa è l’Egitto e una Babilonia o il regno degli Assiri, e un’altra cosa è il piccolo regno di Giuda… Quando mai quel regno ha avuto dei vassalli?… quali popoli sono stati ad esso sottomessi?… Non è che ci troviamo qui di fronte ad un nano che si atteggia a gigante?… al rospo della favola che si gonfia e si gonfia nell’illusione di diventare grande come un bue?…

Insomma, questo salmo dà l’impressione di una grande presunzione, che ha spinto chi l’ha scritto ad ingrossare fino a una dimensione universale le invero molto modeste proporzioni del suo re e del suo regno.

 

Ma, se invece fossimo qui di fronte all’espressione di una grande autentica fede? …

Siamo chiamati a aguzzare lo sguardo… a cogliere in quel piccolo, quasi insignificante fatto della storia che era l’intronizzazione di un nuovo re di Giuda, la presenza e l’azione poderose del Signore del mondo.

Sì, qui il salmista dilata sino ad una dimensione universale l’evento limitato e locale di cui canta, perché coglie in esso, presenti ed operanti, la volontà e la mano dell’unico Dio sovrano del creato: i popoli tumultuano… i re e i principi insorgono invano “contro il Signore e contro il suo unto”!

Proprio così, il re che regna in Sion è unico fra tutti gli altri re, a viste umane ben più grandi di lui, perché è l’“unto” del Signore, e vive e regna all’ombra del suo Dio.

Questa del salmista allora, non è per nulla arroganza pretenziosa. Cogliamo qui la certezza stupenda di una fede che comprende nelle sue dimensioni più profonde l’evento al quale assiste: diventare re in Sion significa da un lato umile sottomissione a lui, solo vero sovrano in Israele; e dall’altro vuol dire elevazione a appartenergli in un ruolo di particolare responsabilità, sempre a opera sua. Qui chi fa tutto, chi abbassa e chi solleva, è unicamente Dio!

Ed è questa prospettiva incentrata su Dio che dà al salmo il diritto di considerare un evento di portata universale l’ascesa al trono del modesto re di Giuda. Al centro della storia non c’è più infatti la lotta dei grandi popoli e dei grandi signori per il predominio sulle genti… no… il centro della storia è occupato dal Dio che ha scelto quel piccolo re, ed è lui che decide dei destini dei singoli e dei popoli… che decide ogni evento sulla terra!

Da questa visuale, ogni rivolta ed ogni tentativo delle potenze umane di affermare se stesse appare come una ribellione dell’uomo contro Dio e contro chi gli appartiene, e sull’esito di questa ribellione non può esservi dubbio…

Da qui la meraviglia del salmista ed il tono stupito con cui apre il suo salmo : che senso ha e che speranza ha mai chi complotta ed insorge contro “ilSignore” ed il suo consacrato?… Non lo sanno forse “i popoli e i re della terra” che, sognando di “spezzare i loro legami” e di “liberarsi dalle loro catene”, vanno contro colui che su tutto sovrasta e di tutto ha il dominio?

 

A questo punto, dopo averlo nominato, il nostro poeta di corte, con un’audacia estrema, mette direttamente “il Signore” sulla scena… ci porta fino al cielo. E ecco davanti a noi un immagine maestosa… veramente magnifica, che al solo suo apparire spegne tutta l’agitazione e il tumulto dell’inizio del salmo: “Colui che troneggia nei cieli ne riderà; il Signore si fa beffe di loro…”.

S’avanza il re celeste, e al suo cospetto tutto ciò che è umano si fa imbelle e ridicolo, debolissimo e patetico… e così Dio “ride”.

 

Sì, nei cieli accade questo, che Dio “ride”. È un’immagine strana, e quasi imbarazzante, ma che ha una grande forza… un grande impatto. È la fede dell’autore del salmo che guarda alle creature per quello che esse sono veramente in rapporto al “Signore”, e di lui, del “Signore”, coglie ed esprime – in questo modo non convenzionale – la forza e la maestà.

E noi intuiamo come proprio la sua fede nel “Signore che ride dal suo trono” abbia dato a quest’antico ebreo quel senso di superiorità spirituale, l’assenza di timore e la fiducia che permeano di sé la sua composizione.

E ci sentiamo riportati a Isaia che, al tempo in cui gli Assiri del re Sennacherib avevano rinchiuso – sono le parole di un’iscrizione di quel re conquistatore- “il re Ezechia in Gerusalemme, sua residenza, come un uccello in gabbia”, aveva nel suo cuore e sulla bocca una sua serena nobiltà… faceva affidamento sul suo Dio, e questo gli bastava per avere e dare pace: “Il Signore desidera farvi grazia, per questo sorgerà per concedervi misericordia; poiché il Signore è un Dio di giustizia. Beati quelli che sperano in lui! Sì, o popolo di Sion che abiti a Gerusalemme, tu non piangerai più! Egli,certo, ti farà grazia all’udire il tuo grido; appena ti avrà udito, ti risponderà” (Isaia 30, 18-19).

Sì, la tranquilla certezza di Isaia era in lui niente altro che il riflesso della serena sublimità di Dio… del “Santo, santo, santo” del giorno della sua vocazione (cfr Isaia 6,3) che, come i cirri nell’azzurro del cielo in un giorno d’estate, così osserva dall’alto il tumulto dei popoli…

 

Il nostro salmo parla di quello stesso Dio che è al di sopra di tutto e viene fino a noi, e come il tuono che romba giù dal cielo, così ci fa risuonare il suo “riso” da lontano, eppure anche tanto vicino da dare quasi i brividi… da essere il preannunzio del giudizio. Il riso avrà una fine, e poi Dio parlerà ai popoli e ai potenti, e proveranno il panico di chi si rende conto che significa opporsi all’”Unto” che appartiene al Signore: “Egli parlerà loro nella sua ira, e nel suo furore li renderà smarriti.Sono io – dirà – che ho stabilito il mio re sopra Sion, il mio monte santo”.

 

Così stanno le cose, e allora adesso il re può parlare anche lui in tutta sicurezza ai suoi avversari già “sistemati” dal Signore.

E parla e dice loro che possono mettersi l’animo in pace, perché in occasione della sua intronizzazione, Dio non soltanto gli ha promesso che il suo regno sarà stabile, ma proprio perché è l’erede della casa di Davide gli ha anche rinnovato la promessa fatta a lui: “Io sarò per lui un padre, e lui sarà per me un figlio”.

Sì – ricorda il giovane sovrano: “Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio”.

 

Ma qui c’è di più. “Il Signore” non s’è limitato a estendere anche a lui la promessa fatta a Davide, gli ha anche detto: “Oggi io t’ho generato”. Nel momento della sua ascesa al trono è cioè intervenuto su lui, gli ha rinnovato la sua vicinanza e la sua protezione, e quando Dio interviene, ti trasforma: “ti genera” di nuovo.

E poiché Dio è potenza, questa nuova generazione è anch’essa potenza, è vittoria e dominio: “Io” – così Dio completa, proprio nel segno del dominio, il suo intervento in favore del nuovo re “suo figlio”: “ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra. Tu le spezzerai con una verga di ferro; tu le frantumerai come un vaso d’argilla”.

 

Poi, come sovente nei salmi, la fine si collega con l’inizio, e il poeta ritorna a inquadrare “i principi e i popoli”. È un tocco da maestro, perché crea in questo modo un “fondo nero” su cui l’alone di luce che circonda l’immagine di Dio: il suo riso che abbaglia e che spaventa, e il suo riflesso che illumina il suo “Unto”, spiccano ancora di più: “Ora, o re, siate saggi; lasciatevi correggere, o giudici della terra. Servite il Signore con timore e gioite con tremore. Rendete omaggio al figlio, affinché il Signore non si adiri e voi non periate nella vostra via, perché improvvisa l’ira sua potrebbe divampare…”. Per loro, adesso, è necessario scegliere: o cedere alla forza delle cose e abbracciare il regno di Dio e del suo consacrato, oppure perire annientati dalla sua ira.

 

Anche qui chiaramente, se guardiamo alla storia concreta del piccolo regno di Giuda, ci sentiamo al cospetto di un’esagerazione colossale. Ma anche qui, come prima, la chiave per capire è nella fede.

Qui tutto è concentrato non sul re asceso al trono, ma su chi ce l’ha messo! Questo salmo è allora davvero il frutto di una vigorosa visione di fede: tutti “i principi e i popoli” dipendono da Dio e debbono “servirlo con timore” e, se possono farlo, se lui glielo consente, “gioire con tremore”: essere lieti del brivido stupito di chi si rende conto di essere stato scelto da Colui la cui “ira potrebbe divampare” e potrebbe annientarlo, e invece lo fa vivere, e dà un senso al suo esistere chiamandolo a servirlo…

In questo modo, “i principi e i popoli” della terra, che avevano “meditato cose vane”, adesso hanno compreso che dietro al piccolo re di Sion c’è lui, “il Signore”... Se questa comprensione… se il brivido stupito si trasforma in fiducia… in abbandono alla sua volontà… allora “beati loro”! È la beatitudine universale che chiude questo salmo “universale”: “Beati tutti quelli che confidano in lui”.

 

* * *

Fino a qui il Salmo 2. L’opera – abbiamo visto – non di un adulatore né di un fanatico, ma la confessione di fede di un credente.Un ebreo che conosce lo strano modo di agire del suo Dio, e sa che sceglie ciò che è debole e povero, e ciò che a viste umane è spesso disprezzato, per manifestare la sua gloria.

Così fra tutti i possibili popoli e gruppi umani ha scelto un clan di nomadi, senza terra né casa, e quando i discendenti di quel clan erano ormai da secoli ridotti in schiavitù, è intervenuto in loro favore. E ha fatto questosalvando dalle acque un piccolo bambino e poi lo ha trasformato… come dire?… nel granello di sabbia che ha inceppato la macchina altrimenti oliata e poderosa del piano di sterminio del grande faraone re d’Egitto.

E quando poi Israele, sulla sua stessa terra, è diventato un dominio del popolo di Madian, ha suscitato a salvarlo Gedeone, coi suoi trecento uomini armati solo di vasi e torce… e al tempo della lotta contro i Filistei ed il loro gigante, ha suscitato Davide, senza armatura e spada, ma solo con la fionda…

Sì, così da sempre ha agito questo strano Dio… e così agisce ancora. E adesso – questa è la fede del salmista – per rendersi presente e per cambiare il corso della storia, si serve di un povero giovane re di un piccolo “regnetto”, e si impegna per lui… si fa suo protettore…

 

E Dio continuerà ad agire in questo modo.

Così verrà Gesù, l’ebreo Gesù di Nazareth. Nella storia del suo tempo, un semplice particolare ignorato dagli storici: uno dei tanti “pretendenti Messia“ di Israele che – diversamente da altri – non ha saputo nemmeno provocare una sommossa, ma è stato quasi subito catturato e abbandonato dai suoi stessi seguaci, e dopo un rapido processo, è morto su una croce assieme a altri due poveri disgraziati come lui. E della sua vicenda l’imperatore Tiberio non ha mai saputo nulla, perché mica poteva occuparsi di tutti i casi e tutte le condanne “di ordinaria amministrazione” delle province dell’impero! Ed il “caso Gesù” è stato proprio questo: un caso “di ordinaria amministrazione”…

 

Ma anche per questo caso, come per l’intronizzazione del piccolo re di Sion cantata dall’autore del Salmo 2, è scattata la fede nel “Signore” che opera attraverso i più poveri e i più deboli.

E anzi, nel caso di Gesù, questa fede s’è ampliata a dismisura: s’è fatta la pretesa stratosferica che non soltanto Dio era accanto a quel povero messia crocifisso, ma si identificava direttamente con lui… che cioè per Gesù la frase rituale dell’intronizzazione dei discendenti della casa di Davide: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”, non era più una formula, ma era la reale verità. Così, nel libro degli Atti degli apostoli, Paolo predicando Gesù annuncia la sua risurrezione proprio citando il nostro salmo d’oggi: “Noi vi portiamo il lieto messaggio che la promessa fatta ai padri, Dio l’ha adempiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche è scritto nel salmo secondo: Tu sei mio figlio, io oggi t’ho generato” (Atti 13, 32 s.).

Vedete come la risurrezione di Gesù capovolge l’ordine temporale delle cose… sovverte ogni ordine dei valori? Se il piccolo re di Gerusalemme veniva salutato al suo salire al trono con quell’affermazione per lui sproporzionata, questo – noi oggi lo sappiamo – non dipendeva dal fatto che era il discendente di Davide a cui Dio aveva rivolto la promessa di un rapporto padre/figlio, ma perché era il precursore inconsapevole del Salvatore che sarebbe venuto a portare a compimento ogni promessa, alla cui gloria – proprio perché precursore – partecipava in anticipo.

 

Sì, “Tu sei mio figlio. Oggi ti ho generato”. Ora questa parola, applicata a Gesù, è la rivelazione che Dio non è rimasto “su nel cielo, seduto sul suo trono”; s’è fatto essere umano,e d’ora in poi nulla di ciò che è umano gli è più estraneo.

D’ora in poi, proprio come quell’antico poeta della corte di Giuda sorrideva sereno di fronte di fronte al tumultuare minaccioso dei popoli vicini contro il suo giovane re, perché nella sua fede era sicuro che Dio non è al di sopra delle parti ma è invece un Dio schierato dalla parte di Israele, così anche noi sappiamo che Dio è dalla nostra parte, lo è fino alla pazzia d’essersi “fatto carne” (cfr Giovanni 1, 14), uno di noi, per noi!

È proprio così… vedete: se crediamo in questo come quell’antico ebreo credeva nel suo “Signore”, abbiamo ancora più motivo di lui per non avere più paura di niente, per sentirci liberi, sereni e coraggiosi: anche se ancora oggi sono tanti “i re che insorgono”… sono tanti “i tumulti”… tante le iniquità… Dio è schierato con noi, e ci sostiene, e combatte per noi, perché non vuole perderci!

 

E non ci vuole perdere perché siamo davvero suoi: siamo suoi figli e figlie!

Quando – come abbiamo fatto ancora oggi – noi confessiamo nel Simbolo apostolico che Gesù è “il figlio unigenito di Dio… nato da Maria vergine”, di fatto noi affermiamo la nostra figliolanza divina! Facciamo nostra, nel senso più reale l’altra grande parola dell’Apostolo: “Quandogiunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione” (Galati 4, 4-5).

E è davvero qualcosa di grande. L’antica frase che tante volte oggi ci siamo ripetuti: “Tu sei mio figlio. Oggi ti ho generato”, che stava al cuore dell’antico salmo, sta adesso al cuore della nostra vita.

Sì, non riguarda più, quella parola, soltanto il re davidico, né riguarda i suoi figli e nipoti, e neppure riguarda solamente Gesù. È una parola che riguarda anche noi… è parola per noi.

Davvero non abbiamo più paura! Non per natura, ma – di più! – per puro amore, noi siamo figli e figlie adottati da Dio. Gesù, l’”Unto di Dio” ed il “Figlio di Dio”, è il fratello maggiore di una moltitudine di fratelli e sorelle “generati oggi”.

È il mio fratello, e il tuo.

 

Ruggero Marchetti

 

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