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1 Corinzi 7, 29-31. Testo e predicazione. Domenica 21 ottobre 2012

 

1 Corinzi 7 , 29 – 31

Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato. Da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa.

 

Siamo nella primavera del 55 o 56 dopo Cristo. Paolo si trova ad Efeso, nella provincia d’Asia, e qui riceve, da parte dei membri della chiesa di Corinto da lui fondata quattro o cinque anni prima, una lettera in cui gli vengono sottoposti alcuni interrogativi su problemi molto pratici relativi alla vita, alla dottrina, allo svolgimento e alla modalità dei culti e delle riunioni di quella comunità, che evidentemente ha ancora nell’Apostolo il punto di riferimento, il suo “padre” terreno. E Paolo, da buon “padre” responsabile, risponde puntualmente a quei figli e a quelle figlie nella fede che si sono rivolti a lui.

Quella risposta è la Prima lettera ai Corinzi.

Dopo avere attaccato le fazioni che avevano diviso la comunità a causa dell’eccessiva importanza data ai singoli missionari e predicatori, e dopo avere esaminato e giudicato alcuni abusi e problemi morali che l’avevano colpita, Paolo passa a rispondere direttamente alle domande che gli sono state indirizzate. “Ora, quanto alle cose di cui mi avete scritto…”: sono le parole che, a poco più di un terzo della lettera, aprono quello che oggi è il settimo capitolo, nel qualel’Apostolo esprime il suo pareresu alcuni problemi relativi al matrimonio, al celibato, all’importanza della circoncisione o della non circoncisione nella comunità.

Ma, a un certo punto, ecco che, con uno scarto improvviso che sembra quasi uno scatto d’impazienza, l’Apostolo ridimensiona quello di cui finora s’è impegnato a parlare, i suoi stessi pareri e e i suoi giudizi, perché tutto: matrimonio, celibato, circoncisione o incirconcisione… tutto sta per finire, e allora è quasi inutile continuare a sprecare parole su questi e altri problemi.

È il nostro testo d’oggi:

Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato. Da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa”.

Paolo non vive un cristianesimo che si adagia comodamente sulle strutture e sugli ordinamenti del mondo e ne fa uso. Non cerca accordi, alleanze, compromessi con la politica, l’economia, l’arte e la cultura umane. La sua è una fede che sente scricchiolare l’impalcatura del mondo, perché lo sente vecchio, in modo irrimediabile.

In questa prospettiva, se certo non invita i fratelli e le sorelle delle sue comunità a abbandonare tutto per correre nel deserto o in cima a una montagna e lì aspettare la fine di ogni cosa, però li chiama ad essere e a sentirsi liberi dalla schiavitù delle preoccupazioni per il mondo e per le sue realtà.

E così il matrimonio, il celibato, gli stessi rituali religiosi – insomma tutti gli affari terreni, le loro gioie ed i loro dolori – vanno visti nella loro caducità di cose che oggi ci sono e domani non più…

Certo, viviamo immersi in queste realtà, ma per noi cristiani possono esistere solo come se alla fine non ci fossero… Sono, dice appunto l’Apostolo, “figura di questo mondo” in quanto tale destinata a “passare”. Fenomeni che non possono e non debbono impadronirsi del nostro cuore e dei nostri pensieri… essere al centro del nostro preoccuparci… perché ci dev’essere ben altro al cuore del nostro cuore e dei nostri pensieri!

Ma cos’è precisamente questo “ben altro” che richiede tutta la nostra attenzione e la nostra tensione? Forse qui Paolo dice quel che dice perché era convinto (e noi oggi sappiamo che quella convinzione era sbagliata) che la fine del mondo fosse ormai imminente?

Probabilmente, alla base di quello che abbiamo definito un suo “scatto d’impazienza”, c’era anche questo, e qualche commentatore ha potuto anche dire che l’Apostolo aveva una visione pessimistica e distaccata del mondo, che gli sarebbe venuta da una formazione filosofica di carattere stoico (e i filosofi stoici insegnavano appunto il distacco dal mondo) …

Se indubbiamentepensava che il grande giudizio finale fosse alle porte, però da questo a parlare di “distacco” e “pessimismo”, e anche solo a parlare di “stoicismo”, ce ne corre… Perché qual è il giudizio, qual è la fine che egli aveva in mente

Riandiamo alla sua lettera più antica, la Prima ai Tessalonicesi: “ Noi, i viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti sule nuvole insieme con quelli che si sono già addormentati (con quelli che già sono morti), a incontrare il Signore, e così saremo sempre con il Signore” (cfr 1 Tessalonicesi 4,17)… Il giudizio sarà un momento di comunione e di misericordia, la fine sarà l’inizio di uno “stare sempre con il Signore”, sempre con Gesù che ritorna per prenderci con sé! Ricordate anche l’altra affermazione di Paolo nella lettera ai Galati: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Galati 2,20) ?

Altro che “distacco” o “pessimismo”! Per chi ha sperimentato in questo modo (fino all’espropriazione del suo “io”) l’irruzione di Cristo, per chi ha vissuto questa “anormalità”, che poi è l’“anormalità” dell’amore, cosa c’è di più normale del fatto di dire che tutte le altre cose, anche le più importanti come lo stesso scorrere del tempo, e anche le più intime come la gioia o la sofferenza… non hanno più importanza, e è “come se non ci fossero”?

Sì, tutto… tutto scompare di fronte alla prospettiva della venuta di Gesù: “Verrà, e lo vedrò, e starò sempre con lui!”… Chi di noi è stato nella sua vita davvero innamorato, ma innamorato pazzo, forse può capire tutto questo…

È l’attesa bruciante del Signore – è il sentirlo vicino, sulla porta! – che ti fa ridimensionare irrimediabilmente tutto il resto. Paolo ha parlato di matrimonio, celibato, circoncisione, e continuerà a parlarne, e affronterà anche altri argomenti, altri problemi: parlerà delle carni immolate agli idoli, e spiegherà se un cristiano può mangiarne oppure no… ma quello che ha nel cuore, quello di cui davvero vuol parlare, e vuole farlo sempre, è di Gesù. E non caso, in tutto quello che dirà, si preoccuperà di precisare che l’importante è trovare la maniera, in tutto quel che fai e in tutto quel che sei, di darsi sempre “pensiero del Signore”, di come fare ed essere per “piacergli”…

Gesù e solo Gesù! E l’incontro con lui. E restare con lui. Soltanto questo conta. Tutto il resto è “figura che passa”.

* * *

Ripeto, allora. Qui non c’è scetticismo né distacco dal mondo. Non ci sono sentimenti negativi, ma tutto nasce da una sovrabbondanza di sentimento che trabocca dal cuore dell’Apostolo. Di fronte a questa sovrabbondanza che è Gesù, e di fronte all’attesa divorante dell’incontro con lui alla sua venuta, tutte le altre realtà, anche le più importanti e decisive, si fanno piccolezze.

Poi certo, Gesù non è venuto nel “tempo abbreviato” di cui Paolo ha parlato e di cui era convinto.

È questo il lato debole… si potrebbe anche dire “il lato umano” della sua testimonianza, ed è per noi la prova che la Bibbia non è un libro infallibile in ogni sua parola – come molti vorrebbero che sia – perché, se certo in essa ci è donata la rivelazione di Dio, è anche vero che il Signore per parlarci ha scelto di servirsi di esseri umani limitati e fallibili come noi… Perché poi fra l’altro la Bibbia non è “più” di Gesù; e come lui, il Figlio di Dio insieme vero uomo, ha vissuto le nostre fragilità e le nostre sofferenze, ma proprio in questo modo ci ha fatto conoscere la grandezza dell’amore divino, così anche la Bibbia ci fa conoscere Dio attraverso le sue parole insieme benedettamente divine e benedettamente umane…

Ma riprendiamo il filo del discorso: Gesù – dicevo – non è venuto, ed allora il cristianesimo ha dovuto imparare a fare i conti con le grandi piccolezze (o piccole grandezze) della vita: con la politica, l’economia, l’arte, la cultura…

E questi conti li dobbiamo fare anche noi, e guai se ci chiudessimo in noi stessi e trascurassimo la nostra società, il mondo attorno a noi, fatto d’uomini e donne che noi dobbiamo amare e dobbiamo servire, per quello che possiamo.

Ma senza mai dimenticare (come invece purtroppo facciamo quasi sempre) che tutte queste sono – come ho detto proprio adesso – grandi, indispensabili, fondamentali “piccolezze” di fronte al nostro amore per Gesù.

Se l’attesa di Paolo del ritorno imminente del Signore s’è dimostrata errata, il suo amore bruciante per Lui di fronte al quale tutto si fa piccolo, resta per noi la cartina di tornasole che ci segnala se siamo veramente cristiani oppure non lo siamo. Ricordate quel che scrive in Filippesi: “… ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto … proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono stato afferrato … corro verso la meta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù” (cfr Filippesi 3, 8 ss.)?

Sorelle e fratelli, viviamo almeno in parte questa tensione verso Cristo? Viviamo questo slancio che nasce dall’amore e è espressione di gioia?…

In queste frasi dell’Apostolo vibra la stessa gioia dell’uomo che trova “un tesoro nascosto in un campo” e allora “va e vende tutto quello che ha e compra quel campo”, e vibra anche la gioia del mercante che ha “trovato una perla di grande valore” e anche lui “è andato, ha venduto tutto quello che aveva e l’ha comprata” (cfr Matteo 13, 44-46). Sì, Gesù è per Paolo “il tesoro” e “la perla” per cui vale la pena dar via tutto.

Ma, ancora una volta, questo vale per Paolo. E per noi? Sentiamo almeno un po’ di quest’amore… un po’ di questa gioia? Lo mettiamo Gesù al cuore della vita?…

Abbiamo udito oggi il messaggio del Cristo dell’Apocalisse alla chiesa di Laodicea”, e in esso questa frase: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente” (Apocalisse 3,15).

Nelle nostre comunità non ci sono di solito dei “freddi”, degli atei aperti e coerenti. Anzitutto non avrebbe alcun senso, per un ateo, far parte di una chiesa, e poi per essere davvero ateo, per dire con coscienza “Dio non c’è!”, ci vuole tanta energia di pensiero, e tanta forza di carattere, e non è da tutti…

Ma nelle nostre comunità è anche difficile che ci siano dei caldi, dei “ferventi”. Sì, è davvero difficile trovare uomini e donne che (e qui ancora una volta ripensiamo a Paolo) che facciano di Cristo la vita della loro vita, che pensino che il lavoro, i figli, i soldi, la posizione sono cose importanti, ma al di sopra di esse e prima d’esse c’è Colui che è il Signore della vita, al quale sono sottoposte tutte le cose – anche e soprattutto quelle “importanti” – che formano la gioia e le sofferenze della nostra esistenza, e che allora tutte le cose, siano importanti o meno, debbono essere fatte e vissute per Lui.

Ecco dunque: non ci sono molti “freddi”, nelle nostre chiese, e nemmeno molti “caldi”. Ma allora le nostre comunità sono tutte delle “chiese di Laodicea”, chiese di “tiepidi”, e perciò “chiese tiepide” esse stesse.

Uomini e donne che pensano che fino a un certo punto va bene ed è giusto occuparsi della fede, della comunità, dell’evangelo, ma appunto, “fino ad un certo punto”, senza lasciarsi troppo prendere la mano: non bisogna esagerare, sennò si corre il rischio di diventare dei fanatici.

Così, si va ogni tanto al culto, perché ti aiuta a non inaridirti troppo, si prega un po’ perché… chissà… magari la preghiera aiuta… e ci si sposa in chiesa, si battezzano i figli, si fa il funerale religioso ai propri morti… si cerca, nei limiti del possibile, di comportarsi bene, in modo onesto… ma non si va molto più in là.

Ma, sorelle e fratelli, una fede così… “fino ad un certo punto”… una fede che viene dopo i nostri figli e le nostre figlie, ed i nostri interessi e i nostri soldi… spesso dopo i nostri peccati… una fede così, è veramente fede?

Scriveva il pastore valdese Giovanni Miegge: “Se crediamo in Dio non possiamo credere poco. L’oggetto della nostra fede è tanto immenso che deve soggiogare la nostra mente, la nostra anima, senza limiti. Se amiamo Colui che ci ha amati per primo, non possiamo amarlo a metà. L’oggetto di questo amore è così sconfinato che deve attirare a sé ogni nostro sentimento, ogni nostra volontà, in una dedizione senza riserve”.

Amore sconfinato, che attira a sé ogni nostro sentimento… dedizione senza riserve”: o la fede è così… o è così l’amore verso Cristo e verso Dio, oppure niente! Come possiamo pretendere che Dio accetti il nostro “fino ad un certo punto”? Come possiamo immaginare che prenda sul serio una fede che non lo prende sul serio?

Vedete come siamo ritornati al “tempo abbreviato”, all’attesa spasmodica, all’amore bruciante dell’apostolo Paolo?

E non solo di Paolo, ma di tutti i veri credenti. Siamo alla vigilia della Domenica della Riforma. Lutero, sul finire della sua vita, parlando di se stesso e della sua avventura di fede e di testimonianza resa all’evangelo, ha detto: “Sono stato sospinto da Dio, sono stato travolto e trascinato dall’inizio alla fine”.

Cosa intendeva dire, se non che egli, in tutto ciò che ha fatto, non s’è affidato mai (non ha potuto affidarsi mai!) a se stesso e alle sue doti, pure per molti versi eccezionali, ma ha invece sperimentato “dall’inizio alla fine” l’intervento, e forse potremmo anche dire l’aggressione di un Dio che era esattamente il contrario del “fino ad un certo punto”: un Dio maestoso e enorme… infinitamente più grande di lui… tanto grande da “sospingerlo”, “trascinarlo”, “travolgerlo”?…

Sono i verbi di un’alluvione: per Lutero il Dio di Gesù Cristo è stato, proprio come per Paolo, un’alluvione: è arrivata, li ha presi, ed ha spazzato via tutto quello che c’era! Ma è stata un’alluvione d’amore…

Finiamo con un’altra citazione di Lutero che richiama lo spirito del nostro testo di 1 Corinzi 7: “… so che Cristo è la parte devota, meritevole, innocente e santa in me con altrettanta certezza come so che questo corpo è mio. Vivo, muoio, mi muovo verso di lui, perché egli è morto per noi, per noi è risorto. Io non sono pio, ma Cristo è pio. Nel suo nome sono battezzato, ricevo il sacramento della cena, sono uno scolaro del catechismo: lui si prende cura di noi, purché noi si abbia fiducia in lui”.

Vedete allora? Questo affidamento sereno, colmo di un’intensa, pacata gioia… tutta l’esistenza come un “vivere, un morire, un muoversi” verso Cristo.

Davvero, sorelle e fratelli, “il tempo è abbreviato” e con esso, tutto ciò che nel tempo noi sperimentiamo, le realtà che fanno il nostro tempo, di fronte a Cristo sono rattrappite… sono “figura di questo mondo” e “passano”…

Tutto passa, tutto “verrà abolito” e “cesserà”… “tre cose durano” – è ancora Paolo che ci dice questo nel meraviglioso Inno all’amore proprio ancora nella 1 Corinzi – e queste “tre cose” sono “la fede, la speranza e l’amore; ma”, precisa poi l’apostolo, “la più grande di esse è l’amore”, e poi ci esorta: “Desiderate ardentemente l’amore” (cfr 1 Corinzi 13, 8 ss.).

Desideriamo l’amore, ardentemente.Lasciamoci innamorare di Cristo… guardiamo a lui con passione ed attesa. Non sarà alienazione.

In quello sguardo noi ritroveremo tutte le “piccolezze” della nostra vita, e alla luce di ciò che solo “dura”… solo resta… sapremo amare tutto quel che “passa”… sapremo amarlo di un amore vero.

 Ruggero Marchetti

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