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Giobbe 14, 1-6. Testo e predicazione. San Silvestro-Cristo Salvatore, sabato 10 novembre 2012

 

Giobbe 14 , 1 – 6

 

L’uomo, nato di donna,
vive pochi giorni, ed è sazio d’affanni.

Spunta come un fiore, poi è reciso;
fugge come un’ombra, e non dura.

E sopra un essere così, tu tieni gli occhi aperti
e mi fai comparir con te in giudizio!
Chi può trarre una cosa pura da una impura?
Nessuno.

Se i suoi giorni sono fissati,

e il numero dei suoi mesi dipende da te,
e tu gli hai posto un termine che egli non può varcare,
distogli da lui lo sguardo, perché abbia un po’ di tranquillità,
e possa godere come un operaio la fine della sua giornata.

 

 

 

 

Giobbe. Noi conosciamo la storia di quest’uomo: come da un giorno all’altro s’è ritrovato ad essere un padre senza figli, perché i suoi figli sono tutti morti… s’è ritrovato un ricco senza beni, perché i suoi beni sono tutti scomparsi… s’è ritrovato vittima del male, colpito da “una piaga maligna dalla pianta dei piedi alla cima del capo” (cfr 2,7).

Un uomo, allora, vittima della sorte, o piuttosto – secondo quanto racconta l’inizio del libro che da lui prende il nome – da Satana e da Dio (cfr capp. 1 e 2).

Vittima anche dei suoi stessi amici venuti da lontano a consolarlo, che non hanno saputo far di meglio che cercare di convincerlo a ogni costo a confessare il peccato che ha commesso… che non può non aver commesso! Perché… la morte dei figli e delle figlie, la perdita dei beni, la malattia vergognosa e crudele… cos’è mai tutto questo se non la punizione e il mezzo con il Signore lo punisce e gli fa al tempo stesso espiare la sua colpa?

 

Una vittima, Giobbe. Un uomo straziato. Ma anche un uomo forte, che ha piena coscienza di essere innocente e non può allora, e soprattutto non vuole confessare quel male che in realtà non ha fatto! Ecco allora la sua lotta con gli amici, le sue risposte secche, piene di un giusto sdegno… ecco soprattutto la sua lotta con Dio che – questo è quello che sente – l’ha colpito senza alcun motivo al mondo, e perciò ingiustamente.

Una lotta serrata… sconcertante e sublime al tempo stesso. Se infatti dalla “polvere e cenere” del morbo che l’affligge, quest’uomo sventurato se la prende con Dio e l’insulta fin quasi alla bestemmia, è perché Dio è ancora pienamente il suo Dio, lo è più che mai! Giobbe crede profondamente nel suo Dio, e vuole continuare a credere in lui, nonostante tutto e tutti, e contro tutto e tutti!

Dall’inizio alla fine, questo grandioso e sconcertante libro non è altro che il lungo e appassionato resoconto della lotta di Giobbe per conservare la sua fede in Dio, nel Dio che l’ha straziato crudelmente..- nel Dio che non comprende ma al quale vuole bene.

 

* * *

Subito prima il nostro testo d’oggi, Giobbe s’è rivolto al Signore e ha osato domandargli: “Perché nascondi il tuo volto e mi consideri un nemico?” (13,24). Quest’uomo vive “l’eclissi” di Dio. Sente di non essere più ascoltato… di non essere più amato da Colui al quale, nonostante tutto, vuole ancora rivolgersi in preghiera, perché lui invece continua ad amarlo…

Sì, Giobbe ama il suo Dio ma adesso è disperato, perché non riesce più a vederlo e non si sente più visto da lui… E allora il vuoto… allora lo spavento si impadroniscono del suo cuore: “Vuoi dunque atterrire una foglia portata via dal vento? Vuoi forse perseguitare una pagliuzza inaridita?” (13,25).

Una “foglia portata via dal vento”… un filo di “paglia secca”… così si sente Giobbe al cospetto di Dio.

E proprio sentendosi così, dà inizio – sono i nostri versetti – ad un sommesso, triste, anche in qualche modo dolce lamento, un’elegia, in cui (come già ha fatto altre volte e farà ancora) allarga gli orizzonti del suo spavento e della sua sofferenza sino ad abbracciare le paure e i dolori dell’intera umanità.

 

L’uomo, nato di donna, vive pochi giorni, ed è sazio d’affanni. Spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra, e non dura”. Così inizia il lamento di Giobbe, e già in queste prime parole noi cogliamo la capacità di riflessione di quest’uomo che le sventure hanno affinato… reso acuto e profondo, così come il fuoco purifica col suo calore e la sua vampa l’oro dentro il crogiolo.

L’uomo, ogni essere umano, è segnato dalla nascita, e addirittura prima della nascita, da una grande debolezza. “Nasce da donna”, così ci ha detto Giobbe: è un essere mortale generato da un altro essere mortale, viene da Dio solo indirettamente, e sovente concepito solo per puro caso, senza che chi lo mette al mondo se ne accorga, e anzi sovente senza essere voluto. È il risultato, “l’uomo”, della casualità.

E proprio perché è un mortale che nasce da un altro mortale, l’uomo “vive pochi giorni”, e nei pochi giorni che sono la sua vita, “è sazio d’affanni”. Viene al mondo, e sa che quel suo esserci sarà di pochi giorni… una presenza fugace e transitoria… sa che, per quanto possa diventare vecchio, la vita gli scivolerà via dalle mani… un mucchietto di sabbia… gli sembrerà sempre troppo corta… e se poi arriverà a invocare la morte… perché nella nostra vita breve c’è anche questo… sarà solo perché non sarà più riuscito a sopportare il peso della vecchiaia… solo perché confronterà le rughe che gli devastano il volto con la pelle liscia e fresca dei più giovani… e penserà alla sua giovinezza volata via per sempre e agli acciacchi del corpo si assommeranno gli acciacchi del cuore, e vorrà sparire… non esserci più…

Sa insomma, “l’uomo nato di donna”, che non sarà mai sazio se non di inquietudine, di collera, di pena… sarà sempre agitato…

 

E ogni uomo – prosegue poi Giobbe ricorrendo alla stessa immagine che troviamo in Isaia 40,6 – è anche “come un fiore”, che sboccia e mostra al sole il suo splendore, e subito “è reciso”, vittima della sua stessa bellezza, o subito avvizzisce… subito si dissecca…

 

E ancora l’uomo è – e qui Giobbe crea un’altra grande immagine che viene a far contrasto col suo colore scuro al colore squillante del fiore – “come un’ombra che non dura”… che fugge via senza arrestarsi mai…

È uno stupendo simbolo della fugacità… di ciò che è inafferrabile… Non è possibile calpestare la propria ombra: i bambini giocando cercano a volte di saltare sull’ombra che proiettano, di inchiodarla alla terra… ma l’ombra non si fa prendere mai… e se tu corri, corre davanti a te, e se salti fa un salto assieme a te… e resta sempre lì, attaccata ai tuoi piedi e insieme beffardamente irraggiungibile… poi, sul più bello, quando ti sembra stanca e pensi proprio che adesso ce la fai a farne al tua preda, basta una nuvoletta che va a coprire il sole, e l’ombra non c’è più… e tu rimani solo, con un palmo di naso…

Questo gioco infantile ci dà un insegnamento sulla nostra esistenza… Com’è l’ombra così è la nostra vita: si muove, corre, balza davanti a noi senza che la possiamo mai arrestare… poi basta un nulla… una piccola nuvola, e zuff… la vita non c’è più…

 

Ma non solo i bambini giocano con le ombre. In Israele alcuni rabbini, commentando quest’immagine di Giobbe, si sono domandati: “La vita dell’uomo di cui parla Giobbe, a quale ombra è paragonabile?…Forse all’ombra di una casa, o a quella di un albero?”. “No” – si sono detti – “la vita umana è come l’ombra di un uccello in volo aperto!”. L’ombra di una casa o di un albero sarebbe il permanere, la stabilità… noi siamo come uccelli che volano nel vento: via, via, via! E il percorso tracciato, il tempo che è passato, nessuno più lo può recuperare…

Davvero Giobbe ci conosce bene… è consapevole in maniera quasi spietata di tutti i nostri limiti di creature mortali: fioriamo e poi sfioriamo, e non ci siamo più.

 

Ma a questo punto noi forse intuiamo che Giobbe ha anche una profonda conoscenza della forza e della dignità umane. E comprendere questo è assai importante.

Proprio mentre sembra rilevare crudelmente tutta la sua fragilità, Giobbe mette in luce quella grandezza dell’uomo, quella grandezza per cui noi siamo “unici” in tutto l’universo. E parla di questa grandezza attraverso le medesime immagini di cui finora abbiamo visto la faccia negativa, e che invece hanno in sé, anche il “diritto della medaglia”, il lato positivo…

Io sono, ha detto Giobbe, un “uomo, nato di donna, che vive pochi giorni, ed è sazio d’affanni”. Ma proprio perché so che la mia vita è breve, e la vorrei più lunga… proprio perché so che il mio esistere è segnato d’affanni, e lo vorrei felice… proprio per questa consapevolezza che mi strazia, io sono incomparabilmente superiore ad ogni altra creatura dell’intero universo che conosco.

Un animale nasce, vive il suo tempo e muore… così, senza che quasi se ne renda conto. La sua esistenza non è affannosa… non sa se la sua vita è breve o lunga, non prova il mal di vivere che io provo… Io sono inquieto e soffro, perché so quello che lui, l’animale, per fortuna sua non sa. È la nostra tragedia di esseri umani, ma è anche la nostra dignità, la nostra grandezza…

 

Abbiamo prima accennato ai rabbini. Uno di loro ha detto: “Ogni uomo dovrebbe avere sempre con sé, dentro due tasche, due pezzi di carta. Sul primo dovrebbe avere scritta l’esclamazione di Abramo davanti all’angelo di Dio che stava per annientare Sodoma e Gomorra: – Io sono polvere e cenere; e sul secondo un commento alla creazione: – È per me che il mondo è stato creato”.

Giobbe ci insegna oggi, con questo suo lamento, che essere uomini e donne significa essere degli “umili megalomani”. E per insegnarcelo usa – come dicevo prima – delle immagini “doppie”, insieme negative e positive: “L’uomo è come un fiore”. E il fiore sboccia e subito “è reciso”… e subito “appassisce”… ma cosa c’è di più bello, di più sfolgorante, di un fiore?… “L’uomo è come un’ombra, e non dura”… È come l’ombra di un uccello in volo… ma cosa c’è di più inebriante e di più fantastico di un volo libero nell’azzurro e nel vento?

 

* * *

Noi allora siamo quest’impasto d’oro e di fango, di umiltà e giusto orgoglio. Siamo “finiti”, ma insieme profumiamo d’infinito… In qualche modo, siamo degni, pur nella nostra indegnità, di essere al centro dello sguardo di Dio.

Per questo, l’osservazione che Giobbe rivolge poi al Signore: “E sopra un essere così, tu tieni gli occhi aperti e mi fai comparire con te in giudizio!”, se esprime il desiderio d’essere finalmente liberato dallo sguardo minaccioso di Dio (e è un desiderio che sarà ribadito anche alla fine: “Distogli da lui lo sguardo, perché abbia un po’ di tranquillità”…), nasconde però insieme come una sorta di compiacimento: “L’essere umano… io, e nessuna altra creatura… nemmeno il sole né la luna o le stelle.. io sono l’oggetto dello sguardo e del giudizio dell’Altissimo… sono nei suoi pensieri, anche se i suoi pensieri sono per me un mistero, e anche se il suo sguardo mi trafigge e mi fa stare male…

Così, in questo contesto così triste e angosciato, ci vengono alla mente (e questo è strano ma poi nemmeno tanto) le parole che tutti conosciamo del sereno e stupito Salmo 8: “ Quando io considero i tuoi cieli, opera delle tua dita, la luna e le stelle che tu hai disposto, che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? Eppure l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio” (Salmo 8, 3-5). Le medesime immagini… quasi i medesimi pensieri… con Dio il dolore ci mette molto poco a farsi gratitudine…

 

Poi, rimanendo in quell’ambiguità che per lui è tipica dell’uomo, o meglio, è l’uomo stesso, Giobbe ricorre ad una nuova immagine, squisitamente ebraica: l’immagine del puro e dell’impuro. Prima fa la domanda: “Chi può trarre una cosa pura da una impura?”, e poi risponde con due parole che nell’originale ebraico alla lettera suonano: “Non uno”.

Che vuol dire “Non uno”? Può voler dire semplicemente “Nessuno”, come troviamo nelle nostre Bibbie, ma potrebbe anche voler dire, ed è un’ipotesi suggestiva: “Non forse uno solo?”, e allora chiaramente, qui Giobbe sta dicendo che il solo che può tirare fuori il puro dall’impuro, è lui, Dio!

E se ci dice questo, siamo di fronte a un cerchio che si chiude.

Nella sua riflessione sulla fragilità e sulla grandezza dell’essere umano, Giobbe è partito dall’inizio di tutto, dalla nascita: “L’uomo nato di donna”… poi ha parlato della fugacità e della dignità dell’esistenza umana (l’uomo-fiore e l’uomo-ombra), comunque al centro dello sguardo di Dio. Ora torna a parlare della nascita, perché la “cosa impura” che diventa “pura” ad opera di Dio è proprio l’essere umano alla sua nascita.

Il liquido seminale e gli ovuli espulsi nel sangue della donna quando non c’è stata fecondazione, per la Bibbia sono impuri, perché quando si staccano dal corpo e si disperdono, si staccano dal flusso della vita e vanno sprecati… finiscono nel nulla… vengono in qualche modo segnati dal marchio della morte che nella Scrittura è la massima impurità. Quando però il seme maschile e l’ovulo femminile si incontrano nel corpo della donna, ecco che la loro unione – l’unione di due impurità! – dà luogo al puro: si ha il miracolo della vita.

L’uomo o la donna che vengono alla luce sono proprio questa vita, certo di “pochi giorni”, “sazia d’affanni”, fragile “come un fiore” e in fuga “come un’ombra”… ma anchela vita bella “come un fiore”, in volo nell’azzurro “come un’ombra”… la vita voluta e benedetta da Dio, e perciò tutta pura.

 

Sì, l’essere umano è il “puro” che Dio trae dall’“impuro”.

Ancora una volta, una parola che ci parla della nostra miseria e della nostra grandezza. Siamo un impasto di liquido seminale e sangue… qualcosa di ben misero… ma abbiamo in noi la vita, anzi, siamo la vita!

E quest’affermazione che Giobbe fa sul fatto che la purezza è vita e che la vita è pura, ci insegna tante cose… Ci aiuta, pur nella consapevolezza della nostra vulnerabilità, a guardare con uno sguardo sereno e anzi ammirato il nostro vivere nel mondo.

 

Troppo spesso invece, nel nome di una malintesa esaltazione dell’aldilà, il Cristianesimo ha calunniato la vita sulla terra… e così spesso, nel nome della Bibbia, ha travisato il messaggio della Bibbia.

Perché la Bibbia ama, esalta, difende la vita!

 

Giobbe, quest’uomo nel dolore, che pure ha già invocato tante volte la morte e tornerà a invocarla subito dopo questa nostra pagina, è stato oggi per noi un valido difensore della vita.

Un difensore dell’uomo, così come l’uomo è, senza illusioni e sogni: un impasto di fango, sangue, seme, pure capace di sbocciare e splendere… capace di incantare “come un fiore” e di levarsi in volo verso il cielo come un uccello dalle forti ali… un essere che “non dura”, “come l’ombra”, ma che, nel suo “passare” è sempre – lo voglia o no – seguito dal suo Dio, che “non tiene sempre gli occhi aperti sull’uomo per farlo comparire in giudizio”… No… se “non ha distolto il suo sguardo”, come pure Giobbe gli ha oggi chiesto… se l’ha tenuto fisso su di noi, e perché quello sguardo – lo potevamo anche dire prima, ma è bello dirlo adesso, qui in chiusura – si concretizzasse… Sì, lo sguardo di Dio su di noi s’è fatto “carne della nostra carne”, Gesù è stato ed è lo sguardo non di giudizio ma di misericordia di Dio per noi: “Quando giunse la pienezza dei tempi, Dio mandò suo Figlio, nato da donna (vedete? Proprio uno di noi!), nato sotto la legge per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione filiale” (Galati 4, 4-5).

Il lamento di Giobbe per noi ora si fa lode… l’angoscia è superata, ogni paura è vinta. Ora c’è l’evangelo di Gesù!

 

Ruggero Marchetti

 

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