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Un pensiero dalla predicazione su Giobbe 14,1-6, tenuta a San Silvestro-Cristo Salvatore sabato 10 novembre 2012

(Chi voglia leggere il testo integrale della predicazione, lo può trovare nella colonna accanto)

 

Proprio mentre rileva crudelmente la sua fragilità, Giobbe mette in luce la grandezza dell’uomo, per cui siamo “unici” in tutto l’universo. E parla di questa grandezza attraverso le medesime immagini di cui finora abbiamo visto la faccia negativa, e che invece hanno in sé anche il “diritto della medaglia”, il lato positivo…

Io sono, ha detto Giobbe, un “uomo, nato di donna, che vive pochi giorni, ed è sazio d’affanni”. Ma proprio perché so che la mia vita è breve, e la vorrei più lunga… proprio perché so che il mio esistere è segnato d’affanni, e lo vorrei felice… proprio per questa consapevolezza che mi strazia, io sono incomparabilmente superiore ad ogni altra creatura dell’intero universo che conosco. Un animale, nasce, vive e muore, senza che quasi se ne renda conto… La sua esistenza non è affannosa: non sa se la sua vita è breve o lunga, non prova il mal di vivere che io provo: io sono inquieto e soffro, perché so quello che lui, l’animale, per fortuna sua non sa. È la nostra tragedia di esseri umani, ma è anche la nostra dignità, la nostra grandezza…

Uno rabbino ha detto: “Ogni uomo dovrebbe avere con sé, dentro due tasche, due pezzi di carta. Sul primo dovrebbe scrivere l’esclamazione di Abramo davanti all’angelo di Dio che stava per annientare Sodoma: – Io sono polvere e cenere; e sul secondo un commento alla creazione: – È per me che il mondo è stato creato”.

Giobbe ci insegna oggi, con questo suo lamento, che essere uomini e donne significa essere degli “umili megalomani”. E per insegnarcelo usa delle immagini negative e positive al medesimo tempo: “L’uomo è come un fiore”. E il fiore sboccia e subito “è reciso”, o subito “appassisce”… ma cosa c’è di più bello, di più sfolgorante, di un fiore? “L’uomo è come un’ombra, e non dura”. È come l’ombra di un uccello in volo… ma cosa c’è di più inebriante di un volo libero nell’azzurro e nel vento?

Noi allora siamo quest’impasto d’oro e di fango, di umiltà e giusto orgoglio… Siamo “finiti”, ma insieme profumiamo d’infinito… in qualche modo, siamo degni, pur nella nostra indegnità, di essere al centro dello sguardo di Dio.

Per questo, l’osservazione che Giobbe rivolge poi al Signore: “E sopra un essere così, tu tieni gli occhi aperti e mi fai comparire con te in giudizio!”, se esprime il desiderio d’essere finalmente liberato dallo sguardo minaccioso di Dio, nasconde però insieme una sorta di compiacimento: “L’essere umano… io, e nessuna altra creatura… nemmeno il sole né la luna o le stelle.. io sono l’oggetto dello sguardo e del giudizio dell’Altissimo… sono nei suoi pensieri, anche se i suoi pensieri sono per me un mistero, e anche se il suo sguardo mi trafigge e mi fa stare male…

Così, in questo contesto così triste e angosciato, ci vengono alla mente le parole che tutti conosciamo del sereno e stupito Salmo 8: “ Quando io considero i tuoi cieli, opera delle tua dita, la luna e le stelle che tu hai disposto, che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? Eppure l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio” (Salmo 8, 3-5). Le medesime immagini… quasi i medesimi pensieri… con Dio il dolore ci mette molto poco a farsi gratitudine… R. M.

 

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