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Cantico dei cantici 1,9 – 2,7. Testo e predicazione. Scala dei Giganti, domenica 18 novembre 2012

 

Cantico dei cantici 1, 9 – 2, 7

 

 

Lui :

Amica mia, io ti assomiglio
alla cavalla del cocchio del faraone.
Le tue guance sono deliziose fra gli orecchini
il tuo collo fra le collane di perle.
Noi ti faremo orecchini d’oro
trapuntati d’argento.

Lei :

Mentre il re è sul suo divano,
il mio nardo emana il suo profumo.
Il mio amico è per me un sacchetto di mirra,
che passa la notte sul mio seno.
Il mio amico è per me un grappolo di cipro
delle vigne d’En-Ghedi.

Lui :

Come sei bella, amica mia,
come sei bella!
I tuoi occhi sono come colombe.

 

Lei :

Come sei bello, amico mio, come sei amabile!
Anche il nostro letto è verdeggiante.
Le travi delle nostre case sono di cedro,
i nostri soffitti sono di cipresso.

Io sono un narciso di Saron,
il giglio delle valli.

Lui :

Quale un giglio tra le spine,
tale è l’amica mia tra le fanciulle.

Lei :

Qual è un melo tra gli alberi del bosco,
tale è l’amico mio fra i giovani.
Io desidero sedermi alla sua ombra,
il suo frutto è dolce al mio palato.
Mi ha condotta nella casa del convito,
l’insegna che stende su di me è amore.
Fortificatemi con schiacciate d’uva passa,
sostentatemi con mele,
perché sono malata d’amore.
La sua sinistra è sotto il mio capo,
la sua destra mi abbraccia!
Figlie di Gerusalemme, io vi scongiuro
per le gazzelle, per le cerve dei campi,
non svegliate, non svegliate l’amore mio,
finché non lo desideri!

 

Qual è il dipinto più celebre del mondo? Ci sono pochi dubbi: la Gioconda di Leonardo. C’è però un fatto: quando lo guardiamo, siamo talmente colpiti dal volto e dal sorriso di Monna Lisa, che non degniamo quasi di uno sguardo il bellissimo paesaggio che le fa da cornice. Un paesaggio straordinario, nel tipico “sfumato” leonardesco, che da solo meriterebbe il viaggio sino al Louvre… Eppure, niente! Non ci facciamo caso…

 

Anche lo sfondo del duetto d’amore che abbiamo appena ascoltato è un capolavoro. D’improvviso, dalla terra assolata nella quale la donna s’aggirava ansiosa di trovare il suo diletto, noi siamo trasferiti in pieno paradiso: un vero e proprio Eden, con un meraviglioso prato verde a fare da tappeto alla coppia innamorata, in una fantastica alcova “naturale”, le cui pareti sono cedri altissimi e il cui soffitto è l’intreccio dei cipressi.

E tuttavia questo bellissimo sfondo fa, appunto, solo “da sfondo”…

In primo piano, a attrarre l’attenzione e ad incantarla, sono “lei e lui”, i due protagonisti, abbandonati alla loro tenerezza, che lentamente emergono… si danno con dolcezza a contemplare… L’una parla dell’altro, e viceversa, o meglio, canta. Canta tutti i segreti della bellezza del corpo che l’affascina… canta la meraviglia del cuore dell’amato che palpita col suo…

È una scena tutta luminosa, fatta di mille paragoni, nati prendendo quanto di più bello e di più prezioso Dio ha creato: perle, ori, argento, nardo, mirra, cipro, viti, vino, e poi colombe e cedri, e cipressi e narcisi, gigli, meli, e frutti saporosi, cerve e gazzelle… c’è qui una profusione di bellezza, quasi uno spreco…

E ci viene alla mente un altro “spreco”: lo spreco della donna del vangelo che entrò nella sala dove Gesù era a tavola con amici e conoscenti, portando “un vasetto d’alabastro pieno di olio profumato, di nardo puro di gran valore (quel medesimo “nardo” che appare anche nel Cantico) e lo versò sul capo di lui”

Guai a noi, sorelle e fratelli, se davanti alla profusione di bellezza della pagina del Cantico, reagissimo come quegli invitati che si indignarono al gesto della donna e se ne uscirono in una sacrosanta, ma anche tanto gretta osservazione: “Perché s’è fatto questo spreco d’olio? Si poteva vendere per più di trecento denari e darli ai poveri!”: Gesù ci direbbe a muso duro quello che ha detto ai suoi commensali di duemila anni fa: “Perché date noia a questa donna?” (cfr Matteo 26, 6 ss.).

 

Sì, noi siamo convinti che esseri bravi cristiani e bravi membri di chiesa significhi stare attenti agli sprechi… far sempre bene i conti… evitare ogni minimo “di più”… ogni lusso e bellezza, che sa sempre di lusso… nel nome della sobrietà e della solidarietà con i più poveri… ed invece la Bibbia – l’abbiamo visto adesso – non la pensa come noi.

Perché la Bibbia ha il gusto del bello, ha il gusto della gioia che noi abbiamo perduto, ha il gusto dell’incanto che non abbiamo più, il gusto del sorriso che noi sostituiamo con la grinta di chi si dà da fare per mandare avanti la comunità… ma se non hai più lo sguardo luminoso, se non t’incanti più, se non hai il gusto delle cose belle… se non sai più sognare ad occhi aperti, come fai anche solo a immaginare una realtà diversa… un mondo migliore?…

Il duetto di oggi, la gioia dell’amore che sprizza da ogni poro, ci ricordano questo: che il nostro è un Dio gioioso, che è felice di vederci felici e se ne sta incantato a contemplarci… E allora, meno grinta, e più sorrisi!… qualche calcolo in meno, e più gioia di esserci e di vivere… e più gioia di credere!

 

* * *

La pagina di oggi parla da sola, con la ricchezza e lo splendore delle sue immagini. È davvero poesia d’amore allo stato puro, e poiché la donna sa vivere l’amore con un’intensità ed un dono di sé che l’uomo non conosce, ancora una volta il Cantico dei cantici è il libro della Bibbia che dà voce alla donna e la riscatta dal silenzio a cui essa è obbligata in quasi tutti gli altri… È interessante notare che anche qui chi parla è soprattutto lei, la donna: dieci versetti su quindici totali. Ed insieme all’amato dice davvero cose molte belle.

Anche se, indubbiamente, dobbiamo fare lo sforzo di abituarci ad una fantasia lussureggiante che non è la nostra, a simboli e figure che vengono da un altro tempo e da un’altra cultura, e ci suonano strani, a volte addirittura inappropriati… Pensiamo solo alla prima parola che l’amato dice alla sua amata: “Amica mia, io ti assomiglio alla cavalla del cocchio del faraone”. Paragonare una donna a una cavalla, non sarebbe per noi il massimo della delicatezza… ma se ci riflettiamo poi un momento, è vero che il cavallo, con l’eleganza della sua figura, il fremito dei suoi muscoli, l’armonia della sua corsa, può essere e anzi è un simbolo perfetto di bellezza, e se anche pensiamo che al “cocchio del faraone” venivano aggiogati solo i cavalli più belli, ecco che qui allora, complimento s’aggiunge a complimento… E poi, subito dopo, questo paragone così “forte” è mirabilmente raddolcito dal tratteggio del volto della donna, le cui guance delicate sono come una pittura, incorniciate dagli orecchini d’oro che, lavorati con intarsi d’argento, fanno risplendere il volto dell’amata, mentre le perle della sua collana cingono collo e viso in un ovale elegante e perfetto…

Davvero insomma il Cantico va oltre il “necessario”… spreca e si spreca per esaltare l’eleganza, la libertà, l’incanto dell’amore!

Se le parole dell’innamorato sono legate a simboli visivi, quelle della fanciulla scelgono invece simboli odorosi e così dalla pagina sembrano emanare i profumi più raffinati: il “nardo”, la “mirra”, il “cipro” e tanti altri, che avvolgono i corpi dei due amanti a formare una nuvola preziosa che ricolma di sé tutta la scena…

È un paradiso sulla terra, un rifugio sereno e delizioso in cui le paure umane si cancellano…

Poi l’amato riprende a parlare, e immerge gli occhi negli occhi dell’amata, e quegli occhi sussurrano dolcezza: sono mobili, dolci, appassionati… gli sembrano “colombe” dai mille riflessi colorati… Veramente, negli occhi di chi amano, gli innamorati hanno l’arte di intuire dei pensieri non detti, sentimenti apparentemente non espressi, muti segni d’amore…

 

Quindi, ancora la donna, che ripete a se stessa lo stupore che ogni volta l’afferra di fronte alla bellezza dell’amato… e lo stupore crea come un progetto… il mondo stesso si fa “casa d’amore”. I re e le regine avevano letti raffinati, “con coperte soffici e fine tela d’Egitto” (cfr Proverbi 7,16), e con sponde d’avorio intagliato; i nostri amanti hanno un tappeto d’erba, una radura circondata d’alberi, ma il loro amore trasfigura tutto in una stanza che neanche i re si sognano: la reggia dell’amore che ha il cielo per soffitto, e per decorazioni le punte svettanti dei cipressi. È un incantesimo di verdi… e in mezzo a questi verdi dai toni più diversi, la donna sceglie per rappresentarsi, un fiore di “narciso”, un fiore povero, ma dal profumo intenso, e “il giglio delle valli”, anch’esso un fiore semplice, dalla corolla piccola, eppure ricco d’una sua bellezza…

Ed ancora, l’immagine del “melo”, e le altre del “vino” e dell’“ebbrezza”… e il sigillo finale: l’abbandono d’amore: “La sua sinistra è sotto il mio capo, la sua destra mi abbraccia!”. Un gesto che è tenerezza, possesso, protezione…

 

* * *

Ma Dio?… Dov’è Dio in tutto questo?…

Non solo il Cantico è parte della Bibbia, ma si fa come l’eco di altri testi biblici che esprimono nei modi più svariati il rapporto d’amore intenso e pieno che lega Dio a noi umani… così, di quest’amore fra Dio e noi, il Cantico è il riflesso… e allora qui Dio c’è come colui che “è amore”(cfr 1 Giovanni 4,8).

Pensiamo ad esempio, come questa coppia col suo amore totale ci rimandi alla pagina di Osea, che oggi abbiamo ascoltato: “Io l’attrarrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore… ti fidanzerò a me per l’eternità… ti fidanzerò a me in fedeltà…” (cfr Osea 2,14. 19-20). Oppure a come il viso della donna coi suoi “orecchini d’oro” e le sue “perle”… la gioia che esso suscita nell’uomo… faccia correre il pensiero ad un famoso testo di Isaia: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito di vesti di salvezza, mi ha avvolto col manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli” (Isaia 61,10). Ed ancora, le immagini del prato, degli alberi, dei fiori, richiamano alla mente quel che il Signore dice di se stesso, nuovamente con la voce di Osea: “Sarò come rugiada per Israele: essa fiorirà come il giglio, e metterà radici come un albero del Libano: si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’ulivo e la fragranza dell’incenso…” (Osea 14, 6s.).

E in ogni caso, al di là del richiamo, pure vero, importante, suggestivo a questi e ad altri testi, Dio – come dicevamo poco fa – è presente nelle pagine del Cantico già solo perché qui regna l’amore… e si canta l’amore , se ne sente la gioia… Sì, nell’amore dell’uomo e della donna il Cantico dei cantici ci chiama ad intuire e a contemplare l’intensità e la bellezza dell’amore di Dio per tutti noi… quell’amore che è dono e ci insegna a donarci a nostra volta…

 

Però, a questo punto potrebbe esserci.. c’è un problema. Prima, quando ho detto che nel Cantico Dio c’è come colui che “è amore”, era chiaro il mio riferimento alla grande definizione di Dio della 1 Giovanni, nel brano che oggi abbiamo letto.Riascoltiamola, con quello che immediatamente la precede: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1 Giovanni 4, 7-8).

Queste frasi dell’apostolo sono sempre state lette, interpretate, vissute in una prospettiva tutta spirituale, di puro sentimento, di virtù immacolata, di assoluto distacco da tutto ciò che è carne. Ma proprio qui sta il problema a cui accennavo: come si fa a dire che anche il Cantico, con la sua sensualità, con la sua corporeità, e anzi con la sua vera e propria esaltazione della carnalità, ci dice anche lui, che “Dio è amore”? Cosa c’entra, con l’idea che normalmente abbiamo dell’amore di Dio una pagina come quella di oggi che tra le altre cose dice anche: “Il mio amico … passa la notte sul mio seno… La sua sinistra è sotto il mio capo, la sua destra mi abbraccia”?

 

Forse c’entra e, se c’entra, questo vuol dire che dobbiamo abbandonare il nostro “normalmente”… dobbiamo rivedere cioè l’idea troppo spirituale che ci portiamo dietro del nostro Dio e del suo “essere amore”.

Dio non è un puro spirito… non è così refrattario alla materia come invece pensiamo. Già nei testi di Osea e in quello di Isaia che abbiamo ricordato poco fa, c’è un’abbondanza di “materialità” che lascia sbalorditi: “terra”, “vino”, “olio”, “manto”, “diadema”, “gioielli”, “rugiada”, “giglio” “alberi ,”germogli” “incenso”: c’è di tutto. Altro che pura spiritualità!

Sono soltanto immagini? Può darsi. Intanto però ci solleticano i sensi… e questo non è un caso… questo è un insegnamento che ci dice che Dio non va solo pensato, ma va “sentito” con tutti i nostri sensi, con tutto il nostro corpo: Dio non si rivolge solo alla nostra anima, ma a tutto ciò che siamo, interamente…

 

E possiamo andare oltre. Anche Dio si coinvolge con noi non solo come “spirito”, ma con una sua certo simbolica (tutto ciò che diciamo di Dio è sempre in qualche modo simbolico… approssimato… per il semplice fatto che siamo esseri umani con un linguaggio e una sensibilità umani) eppure deliberata corporeità.

I famosi antropomorfismi della Bibbia che parlano delle braccia, delle mani, degli occhi, del volto, della schiena, del naso di Dio… sapete che quando nelle nostre Bibbie si parla dell’“ira di Dio”, l’ebraico usa l’espressione “naso corto” di Dio, ad indicarne il respiro affannoso tipico appunto di chi è adirato, e per parlare della sua clemenza usa l’espressione opposta “naso lungo”, a evidenziarne il respiro tranquillo?… sono solo le espressioni grossolane di una cultura e un linguaggio ancora primitivi, o sono qualcos’altro di molto più profondo… l’unico modo adatto per farci intuire Dio?

Leggiamo ancora un testo, e ancora Osea: “Come farei a lasciarti, Efraim? Come farei a darti in mano altrui, Israele?… Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni (alla lettera: “i miei uteri”) si accendono. Io non sfogherò la mia ira ardente, non distruggerò Efraim di nuovo, perché sono Dio, e non un uomo,sono il Santo in mezzo a te, e non verrò nel mio furore. Essi seguiranno il Signore che ruggirà come un leone, poiché egli ruggirà e i suoi figli accorreranno in fretta…” (cfr Osea 11, 8-10).

Dio è “Dio, e non un uomo”… è “il Santo in mezzo al suo popolo”, non perché è il Dio impassibile e remoto, ma anzi proprio perché “si commuove tutto dentro di sé…”, perché “le sue compassioni si accendono” e “ruggisce come un leone”…

Siamo di fronte a un linguaggio grossolano… primitivo… materiale? Può essere, ma trovatemi voi un modo di parlare di Dio che sia più eloquente, incisivo, rivelatore di questo.

È il linguaggio che ci dice che Dio è l’Iddio vivente che non ha alcuna remora a entrare nella storia e nella nostra vita e a trasformarla secondo la sua volontà e anche in base alle sue “compassioni”, al suo provare i nostri stessi sentimenti: “Ho visto l’afflizione del mio popolo in Egitto e sono sceso a liberarlo… perché conosco le sue sofferenze” (cfr Esodo 3, 7 ss.)… Sì, un Dio che si fa parte della storia… e anche di più: un Dio che è così grande da poter anche pentirsi (ricordate Genesi 6,7: “Io sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato; dall’uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli, perché mi pento di averli creati”) e poi pentirsi d’essersi pentito e salvare dal diluvio Noè, la sua famiglia, gli animali:è un altro antropomorfismo, forse il più scandaloso dell Bibbia…

Non meraviglia più di tanto poi, se un Dio così, alla fine ha portato tanto avanti il suo essersi fatto parte della storia, da farsi direttamente parte dell’umanità: materia, carne e sangue… È l’inizio del vangelo di Giovanni: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio e la Parola era Dio… E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra noi…” (cfr Giovanni 1,1. 14). Lo stupore, lo scandalo, la meravigliosa assurdità dell’incarnazione…

 

E questa commistione fra colui che per il nostro sentire dovrebbe essere “Purissimo Spirito” e la materia, vale anche per l’amore… L’amore che cos’è? È una realtà spirituale… o è una realtà materiale?… Come per il Dio della Bibbia, non è facile rispondere… Forse è vero che, nonostante tutto quello che pensiamo e nonostante tutto quello che tanti saggi e sinceri credenti del passato hanno anch’essi pensato, il confine fra spirito e materia è un confine assai labile, forse nemmeno c’è… Noi amiamo con la mente, amiamo con il cuore, amiamo con il corpo e il vero amore (da quanto abbiamo detto, anche l’amore di Dio) ha tutte e tre queste dimensioni…

Giorgio Gaber, il grande cantante e poeta originario proprio di Trieste scomparso qualche anno fa, in una sua struggente canzone scritta oramai in vecchiaia, dice una cosa davvero assai profonda: “Quando sarò capace d’amare… potrò guardare dentro al suo cuore e avvicinarmi al suo mistero, non come quando io ragiono, ma come quando io respiro”… L’amore non è “ragionare”, l’amore è “respirare”…

Gli innamorati del Cantico dei cantici l’avrebbero sottoscritto in pieno… lo sottoscrivono in pieno, con il loro contemplarsi ed il loro toccarsi, il loro sospirarsi e possedersi… E grazie al loro amore… mediante esso, abbiamo l’occasione di avvicinarci più di molte altre volte al “Dio che è amore”, al Dio che è vita e fonte della vita…

 

Sì, “Io sono malata d’amore! La sua sinistra è sotto il mio capo, la sua destra mi abbraccia”…

L’amore umano ci guida, se vogliamo seguirlo, all’amore infinito. Lasciamoci afferrare, lasciamoci guidare, “ammaliamoci” anche noi del “male dell’amore”… l’amore degli uomini e l’amore di Dio.

 

Ruggero Marchetti

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