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Isaia 65, 16-25. Testo e predicazione. San Silvestro, 17.11.2012

 

Isaia 65 , 16b – 25

 

Le afflizioni di prima saranno dimenticate,

saranno nascoste ai miei occhi.

Poiché, ecco, io creo nuovi cieli e una nuova terra;
non ci si ricorderà più delle cose di prima; esse non torneranno più in memoria.
Gioite, sì, esultate in eterno per quanto io sto per creare;
poiché, ecco, io creo Gerusalemme per il gaudio, e il suo popolo per la gioia.
Io esulterò a motivo di Gerusalemme e gioirò del mio popolo;
là non si udranno più voci di pianto né grida d’angoscia;
non ci sarà più, in avvenire, bimbo nato per pochi giorni, né vecchio
che non compia il numero dei suoi anni;

chi morirà a cent’anni morirà giovane
e il peccatore sarà colpito dalla maledizione a cent’anni.
Essi costruiranno case e le abiteranno;
pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto.
Non costruiranno più perché un altro abiti,
non pianteranno più perché un altro mangi;
poiché i giorni del mio popolo saranno come i giorni degli alberi;
i miei eletti godranno a lungo l’opera delle loro mani.
Non si affaticheranno invano,
non avranno più figli per vederli morire all’improvviso;
poiché saranno la discendenza dei benedetti del Signore
e i loro rampolli staranno con essi.
Avverrà che, prima che m’invochino, io risponderò;
parleranno ancora, che già li avrò esauditi.
Il lupo e l’agnello pascoleranno assieme,
il leone mangerà il foraggio come il bue,
e il serpente si nutrirà di polvere.
Non si farà né male né danno

su tutto il mio monte santo, dice il Signore.

Abbiamo ascoltato uno degli oracoli profetici che formano la terza parte del libro di Isaia, oracoli composti negli anni successivi al rientro dall’esilio a Babilonia.

Era stato un rientro strano, insieme di compimento delle promesse e di delusione per il modo di questo compimento. Nei giorni dell’esilio a Babilonia, un profeta dal nome sconosciuto ma dagli oracoli invece grandi e noti – quelli che formano oggi la seconda parte di Isaia – aveva annunziato il ritorno in Israele degli ebrei deportati, e lo aveva presentato come un meraviglioso nuovo esodo.

Come già ai tempi degli aguzzini dell’antico faraone, così entro poco tempo, il Signore sarebbe intervenuto un’altra volta “con mano potente e con braccio disteso” (cfr Deuteronomio 26,8) per liberare il suo popolo e lo avrebbe condotto sino a casa, nella terra promessa, perduta e ritrovata: “Così dice il Signore, che apre una via nel mare e nell’acqua potente un sentiero, ecco, creo una cosa nuova, adesso sta germogliando, ve ne accorgerete. Sì, io apro una strada nel deserto, fiumi nella steppa” (Isaia 43, 16. 19b).

E la strada s’era aperta davvero. Ciro il Persiano, il nuovo signore del mondo, dopo aver preso il posto del re di Babilonia, aveva concesso a tutti i deportati di ogni popolo che l’avessero voluto, di ritornare nelle loro patrie e di riprendere i culti ai loro dèi.

Ma già questo ci dice che questa volta l’esodo non è stato un vero “esodo”, e cioè una straordinaria liberazione operata da Dio. Stavolta la liberazione è stata il frutto di una intelligente decisione politica di un re che mirava a ottenere il favore dei popoli sottomessi, consentendo a coloro che i Babilonesi avevano strappato via dalle loro terre di rientrarvi e di viverci.

Così ci fu il suo editto, che la Bibbia riporta nel libro delle Cronache (cfr 2 Cronache 36, 22-23), e anche i non molti israeliti che scelsero l’avventura dei rientro (perché, tra l’altro, la grande maggioranza degli ebrei quasi tutti ormai nati e cresciuti a Babilonia preferì rimanere in quello che sentiva ormai come il proprio paese), non hanno viaggiato guidati dalla “colonna di fuoco e dalla nuvola”, segno della presenza del Signore accanto a loro (cfr Esodo 13,21), ma invece, molto più umanamente scortati dai funzionari del re di Persia che andavano ad assumere l’incarico di governatori di quella terra di Giuda che, come era stata sotto Babilonia, così restava ancora una sottoprovincia dell’impero.

 

E una volta arrivati, gli ex esuli furono obbligati dalla situazione che trovarono a rendersi conto in maniera ancora più netta che quella poderosa svolta verso la piena felicità che si sarebbero potuti aspettare dalle parole del profeta dell’esilio, in realtà non c’era ancora. Erano troppo pochi, troppo poveri e poco liberi anche solo per riuscire a ricostruire il tempio di Salomone, i cui miseri resti giacevano anneriti dal fuoco della devastazione di settanta anni prima sulla cima del Sion… rovine illustri tra le altre rovine di quella Gerusalemme che era stata la capitale di un grande regno, e che adesso è soltanto un diroccato borgo di provincia.

Hanno provato a gettare le fondamenta di un nuovo tempio, a alzare qualche muro… ma il confronto tra lo splendore del vecchio santuario e la meschinità, già molto chiara fin dai primi abbozzi, di quello che provavano ad erigere, li aveva scoraggiati a tal punto che avevano rinunciato a quel tentativo che s’era rivelato un po’ patetico.

 

In quella delusione, nel cuore stesso di quell’avvilimento, Dio (che ancora c’è e che ancora è presente!) manda un altro profeta. Anche di lui non conosciamo il nome, e invece conosciamo le parole. Parole d’incoraggiamento…parole come quelle dell’oracolo di oggi: un rinnovato annuncio di shalom, di pienezza di pace e di salvezza, un annuncio di gioia.

Abbiamo qui in effetti un singolare accumulo di vocaboli che esprimono la gioia, la sprizzano da tutti i pori: “Gioite, sì, esultate in eterno per quanto io sto per creare; poiché, ecco, io creo Gerusalemme per il gaudio, e il suo popolo per la gioia”… Sì, i rimpatriati dall’esilio possono e anzi debbono “dimenticare tutte le loro afflizioni”. Il Signore sta per intervenire e il suo intervento sarà nulla di meno che una nuova creazione: “Ecco, io creo nuovi cieli e una nuova terra;
e non ci si ricorderà più delle cose di prima”.

Ed in questo nuovo mondo, il destino di Gerusalemme sarà felicità.

Nella città di Davide che adesso più che mai è la città di Dio, non ci sarà più posto per il “pianto” o l’“angoscia”, né ci saranno morti premature (l’abbiamo udito: “Chi morirà a cent’anni morirà giovane”) perché i suoi abitanti sono “la discendenza dei benedetti del Signore”, e questo legame così intenso, così particolare con lui non si spezzerà più.

Anzi, la pace fra Dio e il suo popolo, lo shalom di cui Dio farà dono, sarà così piena e così grande che si riverbererà tutt’intorno, addirittura fino al regno animale, e così “il lupo e l’agnello pascoleranno assieme”, così “il leone mangerà il foraggio come il bue”, così “il serpente si nutrirà di polvere”. Si tornerà all’inizio, a prima della caduta originale… sarà una vita pienamente ritrovata, in un mondo anch’esso ritrovato.

 

* * *

Una pagina davvero molto bella… verrebbe da dire “troppo bella per essere vera”. Perché, quando s’è mai realizzata?

Certo, gli ex esuli rientrati in Israele hanno trovato in questo e in altri oracoli di salvezza e speranza, un grande, decisivo incoraggiamento… ne hanno ricavato la forza per andare avanti con un’ammirevole tenacia, ma la loro situazione, e più in generale la situazione di tutto il loro popolo, non è cambiata molto.

Giuda è rimasta una piccola provincia di imperi ben più grandi e Israele una piccola nazione molto diversa dalle altre e per questo guardata con sospetto… considerata “estranea” dal resto del genere umano… E quando poi ha cercato da sé la libertà nel nome del suo Dio, ne ha solo ricavato morte e stragi, schiavitù e distruzioni… Sappiamo bene quel che gli è accaduto sotto i Romani e poi via via fino a oggi, una continua sofferenza culminata nell’abominio della shoah… E ancora oggi, Gerusalemme non è certo un nome che ispiri pace e gioia, ma ancora sempre invece sangue e lotte… e anzi tragicamente, la sua santità proclamata e rivendicata da tutti, è sempre stata e ancora è la sua maledizione.

 

Forse, più che alle immagini splendenti del mondo ritrovato e rinnovato che danno luce alla pagina di oggi e che però sembrano quasi spegnersi al raffronto con la storia, dovremmo guardare ad un’altra realtà che caratterizza essa pure quest’oracolo: il coinvolgimento totale di Dio con e per il suo popolo.

Un coinvolgimento che rende Dio tutt’altro che lontano, tutt’altro che elevato e insieme sprofondato negli abissi celesti. No, qui il Signore è così vicino ai suoi da essere un Dio “che ride”, “che fa festa”… che è felice se i suoi sono felici: “Io esulterò a motivo di Gerusalemme e gioirò del mio popolo”… Ed è anche, e questo in pieno accordo con la sua rivelazione nell’intera Scrittura, il Dio “che soccorre”, che viene in aiuto, e anzi che pre-viene la richiesta d’aiuto del suo popolo: “Avverrà che, prima che m’invochino, io risponderò; parleranno ancora, e già li avrò esauditi”…

 

Il Dio vicino. Il Dio che viene e soccorre. Noi cristiani non possiamo non pensare all’”Emmanuele”, al Dio-con-noi… non possiamo non pensare a Gesù.

E allora forse è in lui, in Gesù, che quest’oracolo altrimenti irrealizzato s’è adempiuto. In Gesù, Dio dà inizio ai tempi nuovi… in lui porta a compimento il suo “non averci abbandonato” dopo l’Eden, e perciò il suo coinvolgersi con noi, il suo venire e farsi storia nella storia… In lui, in Gesù, Dio restaura il mondo e insieme lo rinnova… in lui “crea nuovi cieli e nuova terra”.

Sì, in Gesù, che non a caso sarà chiamato da Paolo “la nostra pace” (cfr Efesini 2,14), Dio allargherà la sua offerta dello shalom da Gerusalemme ai confini del mondo, da Israele all’intera umanità… in lui “il lupo e l’agnello”, Giudei e Gentili, vivranno insieme e tutti insieme gli daranno gloria.

 

Noi crediamo che Gesù sia il compimento inatteso e bellissimo di tutte le promesse del Signore al suo popolo che soffre.

Ma è davvero così? Se siamo sinceri con noi stessi, dovremmo ogni volta completare questo nostro “Noi crediamo” facendo nostra l’accorata fantastica preghiera del padre del giovane epilettico di Marco 9,24… dovremmo dire: “Noi crediamo, ma tu vieni in soccorso alla nostra incredulità”.

Dobbiamo pregare così, perché nel nostro credere abbiamo un gran bisogno di superare la tentazione dell’incredulità che quasi fatalmente ci coglie davanti a questi annunzi di salvezza e di gioia. Quante volte confessiamo a noi stessi, e qualche volta confessiamo anche agli altri, questo dubbio: “Ammettiamo pure che Gesù sia il compimento delle promesse del Signore ad Israele, e già questo non è molto facile da credere… Ma Gesù è venuto da ben duemila anni, e nella nostra storia non è cambiato niente…”.

Riprendiamo in mano soltanto una parola di questo testo, quella che si riferisce alle madri di Israele e, nella prospettiva di Dio, alle madri di ogni tempo e di ogni luogo: “Non avranno più figli per vederli morire…”.

Da quando questa promessa è stata pronunciata, sono passati più di duemila e cinquecento anni. In tutti questi secoli, quante madri sono state obbligate a mettere al mondo i loro figli e figlie tremando per loro… chiedendosi angosciate quale sarebbe stata mai la loro sorte, e spesso disperando, perché lo sapevano anche troppo bene?… E quante ancora oggi partoriscono nuove vite con la morte nel cuore, col terrore negli occhi… quante rinunciano addirittura a mettere al mondo nuove vite perché in realtà metterebbero al mondo “nuove morti”?…

E allora, veramente, la venuta di Gesù cos’ha cambiato?

 

Proviamo a ricercare in questa pagina profetica quali siano le “afflizioni” che il profeta cerca di superare per suscitare in coloro che lo ascoltano nuova speranza e forza. Ci accorgeremo che ciò che fa soffrire e contro cui Dio si leva può essere riassunto in una sola parola: “violenza”.

È stata la violenza delle armate di Babilonia contro il regno di Giuda che ha suscitato negli abitanti di Gerusalemme quelle “voci di pianto” e quelle “grida d’angoscia” la cui eco dopo quasi cento anni ancora dura, e che ora Dio promette che “non si udranno più”… E adesso c’è l’eterna, più subdola ma non meno feroceviolenza dei ricchi e dei potenti coi quali sei obbligato a indebitarti, e che ti strappano via la casa e i campi, contro la quale Dio si pronuncia con gran forza: non deve, non può più capitare che tu, con la fatica di una vita, riesci a costruirti la tua casa “perché un altro la abiti”, o che, col sudore della fronte, pianti e curi la tua vigna “perché un altro ne mangi il frutto”.

Insomma, questo antico oracolo è un manifesto contro la violenza che è nel cuore dell’uomo e che continuamente esplode e miete vittime, e questo dall’inizio, da quando sulla terra esiste l’uomo (pensiamo a “Caino e Abele”…), e forse anche da prima. La scienza ha appurato ormai da anni che gli “ominidi”, le grandi scimmie che poi si sono evolute fino all’uomo, erano suddivisi in vari ceppi diversi, della cui esistenza state trovate chiare tracce, e che fra tutti questi vari ceppi uno ha poi avuto la meglio sugli altri, e li ha massacrati fino al punto di provocarne la scomparsa… poi il vincitore ha chiamato se stesso l’“homo sapiens”… Se è vero, è un po ‘agghiacciante: siamo il prodotto di una serie di genocidi… i portatori di una violenza che nasce con noi, e forse addirittura ci precede…

 

Ebbene, nella nostra situazione di “violenza innata”, Gesù è “l’uomo non violento”, e la vittima innocente della violenza umana. È l’amore non contaminato che s’è fatto direttamente umanità. Ma proprio perché Gesù è stato un vero essere umano che non ha conosciuto la violenza, con lui è cambiata la nostra condizione: da Gesù e grazie a lui ci è donata la possibilità di essere uomini e donne senza violenza; le beatitudini sono proprio questo: “beati i poveri in spirito… beati i miti… beati i misericordiosi… beati i puri di cuore… beati gli operatori di pace…” (cfr Matteo 5, 3 ss.).

Ma noi rifiutiamo questa possibilità, la liquidiamo come una troppo bella e perciò irrealizzabile utopia… In fondo, anche se per rispetto non lo diciamo, per molti di noi Gesù è stato un sognatore che ha preteso un po’ troppo: ha preteso che noi condividessimo i suoi sogni, ma siamo troppo smaliziati e troppo miserabili per sognare veramente con lui…

Così però, dimentichiamo troppo facilmente che in Gesù è Dio che è presente ed agisce… lo stesso Dio dei profeti… il Dio di quest’oracolo di oggi che si presenta a noi come il Solo che è in grado di creare cose nuove: “Ecco, io creo nuovi cieli e una nuova terra; non ci si ricorderà più delle cose di prima; esse non torneranno più in memoria. Gioite, sì, esultate in eterno per quanto io sto per creare”.

Sì, Dio crea la novità. Ma non la vuole creare senza noi. Ci chiama a rallegrarci per quello che fa… ad aver parte alla sua stessa gioia. E noi dobbiamo credere che Dio può davvero donarci quella gioia che oggi ci promette… che in Gesù ci ha già dato. E per questo, pregarlo con fiducia, ben sapendo che – è la bellissima rassicurazione che oggi abbiamo ascoltato – “prima che l’invochiamo, ci risponderà; stiamo ancora parlando, già ci avrà esauditi”.

 

Siamo chiamati a credere nel Signore. Forse, se sinora poco o nulla sembra essere cambiato… se la nostra esistenza non ha il sapore delle “cose nuove”… è a causa della nostra poca fede. Davvero allora, la preghiera del padre del giovane epilettico che invocava da Gesù la vera fede, è la nostra preghiera.

«Signore, noi crediamo. Crediamo che tu puoi realizzare un mondo tutto nuovo, dei “nuovi cieli ed una nuova terra”. Crediamo che tu questo già l’hai fatto in Gesù il mite, morto e risuscitato per amore… in lui, vittima della nostra violenza e però su di essa vincitore. Crediamo questo perché tu ce lo dici… ce l’hai detto anche oggi. Ma tu – te ne preghiamo – “vieni in soccorso alla nostra incredulità”».                                                        Ruggero Marchetti

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