sito delle CHIESE EVANGELICHE ELVETICA, METODISTA e VALDESE di TRIESTE e DIASPORA
Per ulteriori informazioni chiama lo 040 632770

Cantico dei cantici 2, 8-17. Testo e predicazione. Scala dei Giganti, 25 novembre 2012

                                   Cantico dei cantici

Lei :  

Una voce… il mio amore!
Eccolo viene saltando sui monti,
balzando sui colli.


Il mio amato è simile a un capriolo,

o a un cucciolo di cervo.
Eccolo, sta dietro il nostro muro
e guarda dalla finestra,
spia attraverso le grate.


Parla il mio amato e mi dice:
«Àlzati, amica mia,

mia bella, e vieni!

Ecco, l’inverno è passato,
la pioggia è cessata,

se n’è andata via.

I fiori rispuntano dalla terra,

è giunto il tempo della potatura, la voce della tortora si ode già

nelle nostre terre.

Il fico ha messo le sue gemme,
le viti in fiore esalano profumo.
Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni.


O mia colomba, che ti annidi

nelle fenditure delle rocce,
negli anfratti delle balze,
fammi vedere il tuo viso,

fammi sentire la tua voce;
poiché la tua voce è soave,

e il tuo viso è affascinante.

Prendeteci le volpi,
le piccole volpi che guastano le vigne,
le nostre vigne in fiore!


Il mio amato è mio, e io sono sua:
di lui, che pasce il gregge tra i gigli.


Prima che spiri la brezza del giorno

e che le ombre fuggano,
torna, mio amato,
come la gazzella o il cerbiatto
sui monti del balsamo!

 

É un peccato che noi non leggiamo più molto la Bibbia, né insieme (i nostri Studi biblici, pur essendo un po’ più frequentati di quelli di altre chiese sorelle, non vedono comunque grandi folle…), né (ci sono in molti casi motivi per pensarlo) a livello personale.

Forse è un peccato di cui dovremo rendere conto… certo è anche un peccato in un senso tutto umano: è un’occasione persa.

Perché la Bibbia è bella! E se tu non la leggi, perdi molto…

 

Prendiamo la pagina del Cantico di oggi: l’appassionato monologo della donna innamorata… talmente innamorata e già una cosa sola col suo amato, che parla anche per lui, dà voce alla sua voce… amore al suo amore…

 

Quando si ama, tutto è una sorpresa. Per questo il discorso della donna, talmente melodioso da essere quasi una sinfonia d’amore con le parole al posto delle note, si apre con una serie di “staccati” che è proprio tutta piena di sorprese: “Una voce, il mio amore!… Eccolo… Eccolo… Ecco!…”.

La notte è ormai alla fine, già si sente il profumo dell’alba, e con la prima luce, ecco l’amato finalmente arriva, dopo tante ore buie di lontananza, di silenzio e d’attesa. E col suo arrivo si spezza la tensione, ha fine ogni paura.

 

È in casa, la ragazza. Ha trascorso un lungo, duro inverno: una triste sequenza di giorni tutti uguali, piovigginosi, grigi, solitari. Ma adesso: “Una voce, il mio amore!”.

E con l’“amore” irrompe la primavera, con le sue brezze che sono una carezza, col tremolio delle foglie appena nate, col profumo dei fiori e il canto delle tortore. In fondo, molto più che la stagione, è l’amore che fa rinascere il mondo, fa esplodere la vita…

Se l’amante ha tardato, non è per colpa sua. La strada è stata lunga, il cammino difficile, su per monti e colline… Ma non s’è mai stancato, e non s’è mai fermato. Ha superato asperità ed ostacoli, e l’ha fatto di slancio, perché pensava a lei che l’aspettava… lei amato oltre ogni cosa!

 

Ancora una volta, se sappiamo ascoltarlo, il Cantico dei cantici si dona a noi, col suo amore tutto umano, come un’immagine vera ed eloquente dell’amore di Dio che vuole il nostro. Leggendo queste righe, noi siamo rimandati ad un testo famoso di Isaia… un testo anch’esso nato da un’attesa. È il grido d’esultanza degli ebrei deportati a Babilonia che finalmente apprendono che il tempo dell’esilio si avvia a compiersi, che il peccato è espiato e Dio interviene e il ritorno è ormai prossimo: “Come sono belli i piedi del messaggero di annunzi gioiosi, che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Il tuo Dio regna! Senti? Le sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia” (Isaia 52, 7-8).

Davvero, la stessa incontenibile, luminosa gioia… la stessa riconoscenza… il medesimo “grazie” proclamato a Dio e, in lui, alla vita… E veramente ci rendiamo conto di come il rapporto con Dio, o è un rapporto d’amore, o non è nulla…

 

Ma adesso, proprio con la consapevolezza che, guardando al loro amore, noi impariamo un po’ meglio a amare Dio e a farci amare da lui, torniamo a guardare e ad ascoltare i nostri innamorati…

Il giovane s’è accostato al muro della casa… sbircia dalla finestra protetta dalla grata che serve a attenuare il bagliore accecante della luce del sole a quelle latitudini. E il suo sbirciare, l’affanno della corsa appena terminata, l’agilità dei suoi movimenti… tutto ricorda all’amata un “capriolo” o un “cucciolo di cervo”, quando balzano avanti e col loro balzare danno il ritmo alla corsa del branco… Siamo qui alla celebrazione della giovinezza…

A questo punto, la ragazza passa dal corpo al cuore del suo “amore”, e sa cosa c’è dentro… E ripete a se stessa le parole che lui, dietro a quella finestra, sta pensando: quello che vuole dirle e le dirà, non appena sarà davanti a lei.

 

È un dolcissimo canto, che si svolge e si muove lungo due movimenti.

 

Il primo movimento contiene in sé un invito alla gioia, al godimento della primavera. Finalmente l’inverno è terminato! Adesso il cielo è limpido, il sole sfolgorante. E allora: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!”. Esci fuori, fa’ a gara con il sole! Fa’ splendere il tuo volto e con esso l’amore!

E c’è la descrizione del paesaggio trasfigurato dalla primavera: l’orizzonte si è tutto trasformato in un grande affresco colorato, e alle mille diverse sfumature dei fiori ancora in boccio, si associano i canti dei contadini al lavoro nei campi e nelle vigne, e si unisce il trillare degli uccelli: tutto è pittura e musica.

Tutto è bellezza, tutto è incanto e dono. E nel segno del dono del creato, il pensiero dei lettori del Cantico va a Dio. Riascoltiamo la parte centrale del Salmo 65, salmo di lode a Dio per la sua bontà: “Tu visiti la terra e la disseti, la arricchisci abbondantemente: il canale di Dio è colmo di acque, tu fai crescere il grano. Proprio così tu la prepari: ne irrighi i solchi, ne amalgami le zolle, la bagni con piogge copiose, ne benedici i germogli. Coroni l’anno con i tuoi beni, al tuo passaggio stilla l’abbondanza, stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono d’esultanza. I prati si rivestono di greggi, le valli si ammantano di messi: tutto canta e grida di gioia!” (Salmo 65 10-14)

Poi il primo appello del giovane alla donna, che la donna ci ha detto al posto suo, si chiude con le medesime parole che l’avevano aperto (agli innamorati piace ripetere spesso le stesse frasi…): “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!”.

È un invito a abbandonarsi all’amore sullo sfondo di una nuova creazione. È un appello anche a noi, a “venire via” dal nostro mondo sovente così chiuso, per incontrare altri e fare loro dono di quell’entusiasmo primaverile, della semplicità, e della novità e della freschezza di cui l’amore (nel caso nostro è l’amore di Dio) ti ricolma il cuore…

 

Ed ha inizio il secondo movimento, la seconda ondata delle parole dell’innamorato che la donna, che sa quali saranno: è il cuore che glielo dice… anticipa a se stessa. E c’è un’immagine diventata celebre: l’amato paragona l’amata a una “colomba” selvatica che nidifica “nelle fenditure delle rocce” o nei punti riparati delle torri. È un’immagine davvero molto bella, che ci fa contemplare la delicatezza dei sentimenti di questi innamorati, che sanno trovare nomi sempre nuovi, nuovi riferimenti e tenere allusioni per parlarsi l’un l’altra, e promettersi ogni volta di nuovo fedeltà.

In questa specie di colombi, infatti, proprio la fedeltà della coppia è proverbiale, come pure c’è in essi una sorprendente prodigalità di attenzioni e di dimostrazioni d’affetto. Così, durante la cova, il maschio porta il cibo davanti alla femmina e poi si esibisce in una coreografia d’inchini, di saltelli e di inviti ripetuti, finché l’altra, con un lieve tubare, sporge dall’ombra il capo e gli dona il congedo… non a caso un poeta ha scritto: “Nella costanza e nell’amore nuziale, io ho imparato il mio dovere dalla colomba”…

Anche l’autore del Cantico ha imparato da lei, e fa imparare a noi la “costanza d’amore”: la donna è la colomba nascosta nel suo nido e il suo amante la implora perché gli mostri il volto, gli faccia udire la sua voce: intimità di sguardi e di sorrisi… comunione di cuori… questo è il suo desiderio… di questo è soddisfatto.

 

Ma ciò che è bello e prezioso, è anche fragile… vulnerabile. E contro la purezza dell’amore può sempre scatenarsi la violenza, e la lussuria, e l’odio… e come nella vigna i predatori possono fare scempio, così il male può portare il suo attacco all’amore. E l’uomo allora si indirizza al coro che è in ascolto e lo invita a creare una difesa attorno alla vigna d’amore in cui egli è immerso, felice e sereno: “Prendeteci le volpi, le piccole volpi che guastano le vigne, le nostre vigne in fiore!”.

L’amore è una parte della vita, e la vita è difficile… ed allora qui un filo di tragedia, un’ombra di paura, vengono a incunearsi nell’incanto di questa primavera: ogni amore ha i suoi nemici… e questo, forse, noi lo sappiamo bene…

 

Poi c’è il finale della sinfonia, un finale stupendo: una stupenda strofa conclusiva.

È un’altissima dichiarazione d’amore, la più bella del Cantico, fra le più belle e intense negli scritti d’amore di ogni tempo. È la “formula della mutua appartenenza”, la riedizione incantata e incantevole del primo eterno inno d’amore dell’ “Adamo” di ogni terra e ogni tempo alla sua “Eva”: “Questa volta sì, lei è carne della mia carne, osso delle mie ossa” (Genesi 2,23).

Ma stavolta a parlare è lei, la donna… E che sia lei a parlare fa (l’abbiamo già detto, ma va sempre ridetto con nuova meraviglia) l’unicità stupenda del Cantico dei cantici fra tutti gli altri libri della Bibbia. Sì, la donna sussurra in un dolce sospiro: “Il mio amato è mio, e io sono sua”. È quanto di più squisitamente umano possa esserci.. ma proprio perché è così umano, qui Dio c’è… è presente!

Non è un caso se questa affermazione di reciproca appartenenza d’amore: “Io sono tua e tu sei mio”, è la stessa che appare in tanti altri luoghi della Scrittura per indicare e esprimere l’alleanza di Dio con Israele: “Il Signore sarà il tuo Dio, e tu sarai un popolo tutto suo”(Deuteronomio 26, 17-18).

 

Sì, “Il mio amato è mio, e io sono sua”. Questa è la verità, è il senso e la pienezza della vita della donna e del suo amato… il senso della loro mutua attesa…

Ora gli amanti aspettano il tramonto, quando lui tornerà, agile e lieve come una “gazzella”, e allora potrà entrare nella casa, al soffio della brezza della sera…

E sarà un dono atteso e insieme una sorpresa, come sempre è sorpresa e meraviglia ritrovare chi ami e chi ti ama … è come un campo ricoperto di “gigli”… un profumo di “balsamo”…

 

* * *

L’attesa dell’amore…

Carissima Pia, tu hai tanto atteso – lo hai aspettato per quasi due anni – questo momento della tua ammissione nella nostra chiesa.

Adesso che ci sei, devi sapere che entri fra noi per aspettare ancora… per attendere il Signore Gesù, lui che, come abbiamo udito oggi in Efesini, “ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei per farla comparire davanti a sé gloriosa, senza macchia e senza ruga” (cfr Efesini 5, 25 ss.) …

 

Lo dovrai aspettare insieme a noi. Noi, il Signore, non lo possediamo… l’aspettiamo ogni volta, lo cerchiamo ogni volta, sicuri che verrà… anche oggi l’abbiamo atteso e anche oggi è venuto… perché lui viene ogni volta, “saltando sui monti, balzando sui colli”… Viene, sorride, ci parla, ci dice che ci ama… e se ne corre via, a portare anche ad altri la sua primavera…

E poi ritornerà sicuramente, perché “il Signore è nostro e noi siamo suoi”. Ma ogni volta arriverà e ogni volta se ne andrà, insieme sempre fedele e sempre libero. Ci lascia nell’attesa… perché alla sua prossima venuta gustiamo sempre di nuovo la sorpresa del suo arrivare e “guardare dalla finestra, spiare attraverso le grate”, e poi fare irruzione sorridendo in mezzo a noi…

 

Pensando alla tua attesa fino ad oggi ed alla nostra che d’ora in poi è anche tua, mi è venuto alla mente un verso folgorante del poeta “maledetto” francese dell’Ottocento Arthur Rimbaud, un grande peccatore, a giudizio del suo tempo: drogato, alcolizzato, omosessuale, mercante d’armi… ma anche un grande, tormentato, profondo credente… È un verso che esprime in modo strano, paradossale e forte la passione divorante della sua attesa di Dio: “J’attends Dieu avec gourmandise”: “Aspetto Dio con ingordigia”… È impossibile essere più espliciti e più intensi: un’attesa d’amore, quella di Rimbaud, davvero viscerale…

 

Ti conceda il Signore, col quale tu oggi stringi un patto d’alleanza in una chiesa che mette il patto con Dio al cuore della sua fede e della sua spiritualità (l’abbiamo ricordato poco fa: “Il Signore sarà il tuo Dio, e tu sarai un popolo tutto suo”) di attenderlo con la medesima intensità oggi nel giorno della tua ammissione, e di continuare a attenderlo così nei giorni che verranno, assieme a noi…

Sì, lo conceda a te e a tutti… perché allora… se avremo “gourmandise”, non avremo problemi a ritrovare noi stessi, la nostra vocazione, il senso della vita, la gioia di far parte della chiesa…

 

Il mio amato è mio, e io sono sua”. Il sospiro più bello del Cantico dei cantici… l’espressione incantata di un cuore innamorato…

Possa davvero esprimere, questa meravigliosa breve frase, la tua fede e la nostra, il tuo amore ed il nostro, il desiderio che noi abbiamo di Dio. Il nostro impegno a vivere, tu con noi e noi con te, in “mutua appartenenza”, il patto d’alleanzacol Signore che ci ama e che noi amiamo.

 

Ruggero Marchetti

 

 

Scrivi un commento

Per pubblicare un commento devi primaautenticarti.

Chiesa Elvetica e Valdese

Piazza S. Silvestro 1
34121 Trieste
tel. e fax 040632770
chiesaelveticavaldese@gmail.com

Chiesa Metodista

Scala dei Giganti 1
34122 Trieste
tel. e fax 040 630892
chiesametodistatrieste@virgilio.it

Past. Dieter Kampen

Via dell'Eremo 191/1
34142 Trieste
cell. 348 096 7797
dkampen@chiesavaldese.org