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Un pensiero dalla predicazione su Cantico dei cantici 2, 8-17, tenuta a Scala dei giganti domenica 25 novembre 2012

(Chi voglia leggere il testo integrale dela predicazione, lo può trovare nella colonna accanto)

 

La pagina del Cantico di oggi è l’appassionato monologo della donna innamorata, talmente innamorata e già una cosa sola col suo amato, che parla anche per lui, dà voce alla sua voce… amore al suo amore…

 

Quando si ama, tutto è una sorpresa. Per questo il discorso della donna, talmente melodioso da essere quasi una sinfonia d’amore con le parole al posto delle note, si apre con una serie di “staccati” che è proprio tutta piena di sorprese: “Una voce, il mio amore!… Eccolo… Eccolo… Ecco!…”.

La notte è ormai alla fine, già si sente il profumo dell’alba e con la prima luce ecco l’amato finalmente arriva, dopo tante ore buie di lontananza, di silenzio e d’attesa. E col suo arrivo si spezza la tensione, ha fine ogni paura.

È in casa, la ragazza. Ha trascorso un lungo, duro inverno: una triste sequenza di giorni tutti uguali, piovigginosi, grigi, solitari. Ma adesso: “Una voce, il mio amore!”. E con lui irrompe la primavera, con le sue brezze che sono una carezza, col tenero tremolio delle foglie appena nate, col profumo dei fiori e il canto delle tortore. In fondo, molto più che la stagione, è l’amore che fa rinascere il mondo, fa esplodere la vita…

Se l’amante ha tardato, non è per colpa sua. La strada è stata lunga, il cammino difficile, su per monti e colline… Ma non s’è mai stancato, e non s’è mai fermato. Ha superato asperità ed ostacoli, e l’ha fatto di slancio, perché pensava a lei che l’aspettava… lei amato oltre ogni cosa!

 

Ancora una volta, se sappiamo ascoltarlo, il Cantico dei cantici si dona a noi, col suo amore tutto umano, come un’immagine vera ed eloquente dell’amore di Dio, che fa sbocciare il nostro. Leggendo queste righe, noi siamo rimandati al celebre testo di Isaia 52, un testo anch’esso nato da un’attesa. È il grido d’esultanza degli ebrei deportati a Babilonia che finalmente apprendono che il tempo dell’esilio si avvia a compiersi, che il peccato è espiato e il ritorno è ormai prossimo: “Come sono belli i piedi del messaggero di annunzi gioiosi, che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Il tuo Dio regna! Senti? Le sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia” (Isaia 52, 7-8).

Davvero, la stessa incontenibile, luminosa gioia, la stessa riconoscenza, il medesimo “grazie” proclamato a Dio e, in lui, alla vita… E veramente ci rendiamo conto di come il rapporto con Dio, o è un rapporto d’amore, o non è nulla. R. M.

 

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