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Ebrei 2, 9-15. Testo biblico e predicazione. San Silvestro, 2 dicembre 2012

 

Ebrei 2 , 9 – 15

… vediamo colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, cioè Gesù, coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto, affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti.

Infatti, per condurre molti figli alla gloria, era giusto che colui, a causa del quale e per mezzo del quale sono tutte le cose, rendesse perfetto, per via di sofferenze, l’autore della loro salvezza.

Sia colui che santifica sia quelli che sono santificati, provengono tutti da uno; per questo egli non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo:

«Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli;

in mezzo all’assemblea canterò la tua lode».

E di nuovo:

«Io metterò la mia fiducia in lui».

E inoltre:

«Ecco me e i figli che Dio mi ha dati».

Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita”.

 

Pochi giorni prima dell’inizio dell’Avvento, con la città già tutta addobbata e illuminata per le festività di fine anno, una ragazzina di 15 anni si è uccisa sparandosi in camera sua.

Una cosa terribile, che se hai un minimo di sensibilità ti colpisce come un pugno in piena faccia e ti lascia stordito. Che mi ha colpito in maniera particolare perché quella ragazza frequentava il Liceo Petrarca dove va anche mio figlio che ha un anno meno di lei. Così, penso a lei – perché non puoi non pensare, non puoi non farti mille “perché” quando un adolescente si toglie la vita – e penso a mio figlio, e penso ai suoi poveri genitori e penso a me: cosa farei io, mi capitasse una cosa del genere? Come reagirei? Come potrei andare avanti e aiutare mia moglie a andare avanti?… Ma si può andare avanti quanto ti capita una cosa così, quando ti trovi davanti al corpo di tua figlia che s’è sparata?

Per provare a capire un po’ di più, leggi il giornale. E trovi scritto che si è trattato del “gesto disperato di una ragazzina normale che viveva in una famiglia normale, e che conduceva una vita normale”, e già ti fa male il contrasto stridente fra quel “disperato” e quei tanti “normale” ti fa male. Poi trovi le analisi sottili degli psicologi, sempre regolarmente interpellati in casi come questo, e ti ricordi che in altri casi di suicidio di giovani (purtroppo ce n’è tanti: solo qui a Trieste un’altra ragazzina, ancora più piccola s’è uccisa quest’estate buttandosi giù dalla finestra di casa…), quando sembrava mancare un rapporto tra ragazzi e i genitori, lo psicologo di turno diceva che un genitore che voglia essere tale deve trovare il tempo di parlare coi figli, di diventare loro amico e confidente, mentre invece qui, dove i genitori erano presenti e affettuosi, allora trovi un altro psicologo (o lo stesso…) che scrive con un tono sicuro“dove esistono famiglie troppo presenti ai figli possono non venir consegnati gli strumenti per affrontare da soli problemi, frustrazioni e difficoltà”, che “dare tutto come genitori non vuol dire dare il meglio”, e che comunque “i genitori non debbono aver il monopolio della confidenza, perché a volte la persona adeguata per dare aiuto può trovarsi altrove”…

Insomma alla fine, forse proprio come gli psicologi, non sai che pesci pigliare, e sei ancora più turbato e più in crisi di prima…

 

Sembra che quella povera ragazzina abbia lasciato un messaggio in cui parlava di “giorni vuoti senza significato”.

Viviamo un’epoca strana della storia: siamo nel “postmoderno”… già solo il nome è strano… È un’epoca “da naufraghi”: abbiamo scelto, o qualcuno ha scelto per noi, di vivere in un’isola, l’ “isola dell’oggi”. Le idee, che nel ventesimo secolo s’erano fatte ideologie che, in lotta spaventosa tra di loro, vedevano la storia come una progressiva crescita dell’umanità verso un futuro sempre migliore, hanno fatto fallimento: quel secolo breve, o crudele, le ha affossate in un mare di sangue e genocidi. E allora da un lato la storia è solo un desolante succedersi di errori, orrori e illusioni da cui non possiamo imparare proprio niente, se non forse il cinismo (e infatti il nostro è un tempo di cinismo), e dall’altro non osiamo coltivare più speranze né progetti né sogni: siamo troppo scottati. Così, che ci rimane? Solo un po’ di presente, appunto “l’oggi”, da sfruttare fino in fondo, da vivere sempre al cento per cento, al massimo dell’efficienza: bisogna essere uomini e donne pratici, che badano al concreto, possibilmente senza troppi scrupoli e senza moralismi.

Ed in questa attenzione spasmodica al presente, fatalmente il nostro separarci dal passato e dal futuro si accentua sempre di più. Diventa quasi un sistema di pensiero. E così, il passato prima visto con dolore e rimpianto, si fa sempre più “passato”, fino a non essere neppure più degno di attenzione. Non interessa più nemmeno come narrazione: cosa vuoi che mi importi se Napoleone a Waterloo ha vinto oppure ha perso? È stato un suo problema e di chi c’era allora… ma, appunto, “è stato” un problema di chi “c’era”. Oggi Napoleone è solo un po ‘di polvere rinchiusa in una cassa, e la sua storia è morta come lui. E anche se qualcuno “col pallino” della storia, si ostina ancora a scriverne e a parlarne, quella storia non può insegnarci niente, perché lui e tutte le persone del suo tempo erano tanto, troppo diverse da noi: altra cultura, altri principi e idee, altra mentalità… davvero più marziani dei marziani…

Già la generazione immediatamente precedente alla nostra non le capiamo più, figuriamoci le persone di duecento anni fa!…

A proposito del non capire le generazioni subito prima della nostra, permettetemi una divagazione. In questi giorni ho fatto una cosa stranissima. Ho comprato il Cuore di De Amicis. Mi sono accorto di non averlo nella mia libreria e siccome quand’ero bambino era ancora il “libro Cuore”, il libro per eccellenza degli scolari delle elementari, e l’avevo letto e riletto con passione, commozione, attenzione, mi dispiaceva non averne una copia. E ne ho comprata una. E ho letto la prefazione di chi ne ha curato l’edizione. Inizia con un ringraziamento a Umberto Eco che anni fa ha scritto l’“Elogio di Franti”, il cattivo per antonomasia del Cuore (ricordate: “Franti, tu uccidi tua madre! E l’infame sorrise” ?). Si l’“elogio”, perché secondo Eco, Franti è l’unica figura viva di questo vecchio libro Tutte le altre sono di maniera, smielate, ipocrite, false, con la loro retorica patriottica e monarchica, coi loro buoni sentimenti, la carità un po’ pelosa che lasciava intatte e anzi favoriva le differenze e le ingiustizie sociali…

Certo, in questo c’è tanta verità. Il Cuore oggi è illeggibile. Però – ve lo confesso – leggere che, grazie a Eco, oggi per fortuna il Cuore non fa più piangere nessuno, e anzi fa ridere, mi ha fatto un po’ male. L’ho sentita come la condanna impietosa, appunto con un ghigno sulla faccia, non tanto di De Amicis, quanto di tutte le generazioni di scolari e anche di genitori, compresi i miei genitori, che si sono formate anche sul Libro Cuore, che poi tutto sommato, a guardarne il contenuto, aveva un’attenzione, se pure paternalistica per la classe operaia; in fondo resta vero che De Amicis era un socialista, anche se non “scientifico”…

Insomma, una prova in più, se ve ne fosse bisogno, del distacco che c’è oggi fra noi e chi ci ha preceduto. Davvero il passato, anche dei nostri padri e madri, è “passato” definitivamente.

 

Ma allora, ritornando a quella povera studentessa quindicenne, che frequentava il Liceo Classico, che cioè studiava lingue “morte” come il latino e il greco, che forse sono davvero “morte” soltanto proprio adesso, proprio col Postmoderno, perché, al di là di servire da sceneggiatura gratuita per qualche film d’azione americano in cui Troia è chiamata Troy, e per qualche serie televisiva sempre americana sui Gladiatori, anche loro molto americani, è morto, non ci dice più niente, il tempo in cui erano lingue vive… forse… io non so nulla di lei, e quindi quel che dico sono solo mie supposizioni, per quella ragazzina studiare queste cose del passato irrimediabilmente “passato”e non più radice ancora viva del tuo mondo e dei tuoi pensieri, e farlo in una scuola dai mille problemi e dalle prospettive incerte, e perciò in difficoltà nel trasmetterti la gioia della conoscenza del passato da cui vieni e che ti aiuta a capire chi sei, forse anche questo ha contribuito a scavare quell’“insignificanza” di cui lei ci ha parlato: la sensazione di star perdendo tempo… di fare ed imparare cose inutili. E intanto il tempo corre… e corre verso un futuro che non c’è, e se c’è fa paura… perché oggi non c’è nulla di nuovo all’orizzonte, se non la sensazione dell’eterno perpetuarsi di una società che non ci piace: l’avvenire è un muro di nebbia dove non vedi nulla e che minaccia sempre di risucchiarti in sé…

 

Forse non è così, forse la mia è l’ennesima analisi sbagliata di chi vuole comprendere quello che è incomprensibile, spiegare l’inspiegabile, perché comunque alla fine, come si fa a capire e come si fa a spiegare il gesto di chi s’ammazza a quindici anni?… Però è il mio modo di provare a capire “i giorni vuoti” di quella ragazzina… che non è riuscita a vivere il nostro tempo “naufrago”, orfano di passato e di futuro… o forse, meglio, è solo il mio modo per provare a compatirla, lei ed i suoi, e per non rendere completamente inutile la sua morte, cercando tutti quanti di costruire un mondo diverso che sappia ricordare e ringraziare per quello che i nostri padri e madri ci hanno trasmesso, e sappia compatirli per quello in cui hanno errato, quello che non hanno saputo darci e quello che forse ci hanno tolto… un mondo che, proprio perché sa ricordare sa anche ritrovare la speranza, sognare un sogno che non sia rattrappito, guardare avanti con fiducia nuova.

 

* * *

Ma in tutto questo, cosa possiamo dire noi credenti?

Ho parlato degli psicologi. Quando capitano queste tragedie, non si dà la parola solo a loro. Ci sono gli uomini di chiesa, che parlano subito di “assenza” e perciò di “bisogno di valori veri e profondi”. Anch’io sono un “uomo di chiesa”. Però – vi confesso anche questo – da un po ‘di tempo, quando sento parlare di “valori”, mi viene l’orticaria. Perché cosa significa questo attaccarsi subito ai “valori”? Quali sono questi “valori”? E chi li stabilisce? Ed è proprio sicuro che i miei “valori” siano anche i tuoi? Insomma, siamo alle “frasi fatte”, che suonano bene, ma significano poco o quasi nulla.

Ma allora, di fronte a questa tragedia di una quindicenne morta e a due genitori ancora vivi e però anch’essi in qualche modo “morti”con lei, noi che possiamo dire da cristiani?… o forse non ci resta che il silenzio?

No. Come credenti abbiamo una parola. Una parola che non è i “valori”, ma è un nome e una persona: il nome e la persona di Gesù.

 

Nel testo dell’epistola agli Ebrei che oggi abbiamo ascoltato, c’è una frase che dice: “Egli (Gesù) non si vergogna di chiamarli fratelli”. È quasi sconvolgente.

Noi siamo quel che siamo, e lo siamo da sempre: povere deboli vulnerabili creature esposte alla tragedie più terribili, ai dolori più strazianti. Amiamo i nostri figli, li cresciamo, sogniamo il loro bene e facciamo il possibile per darglielo, ma siamo fragili, e loro sono fragili. E a volte la fragilità dei nostri figli, meno controllabile della nostra, diventa un elemento così forte che dà loro il coraggio di compiere un gesto come quello di prendere la pistola del padre e di spararsi… di mettere fine a una vita che sentono come un lungo tunnel vuoto che non porta da nessuna parte, che non si apre a nessuna luce… E ti resta la disperazione… e le mille domande ed i sensi di colpa… e poi più niente, non ti resta più niente… In questo “mare oscuro” di dolore e insensatezza, Gesù“non si vergogna di chiamarci fratelli”.

 

Forse – è la mia speranza – questa parolanon molto conosciuta dell’epistola agli Ebrei, e che non è una tradizionale parola natalizia, può invece dare un po’ di luce a questo nostro Natale di crisi 2012. Perché, nei drammi che viviamo, ci aiuta a cogliere la drammaticità e la grandezza della nascita di Cristo a cui cominciamo a guardare in questo inizio d’Avvento

Sì, “Gesù non si vergogna di chiamarci suoi fratelli”, perché lo siamo davvero! E lo siamo perché lui s’è fatto nostro fratello!

Noi siamo, come ci ha ricordato oggi l’epistola agli Ebrei “sangue e carne”. Siamo così vulnerabili che a volte non riusciamo più ad andare avanti, che possiamo anche scegliere di farla finita con tutto e tutti e soprattutto con noi stessi. Il “Logos” di Dio, colui che “dal principio era con Dio e che era Dio, per mezzo del quale è stato fatto tutto”, ha voluto “farsi carne” come noi (cfr Giovanni 1,1- 14). È l’evangelo dell’Incarnazione.

Noi moriamo. L’ombra minacciosa della morte incombe sempre sulle nostre teste e spesso anche nelle nostre teste: è la nostra condizione. E Gesù – il Signore della vita – è venuto a morire come noi.

 

Betlemme non è poesia e sentimentalismo a buon mercato. Betlemme è l’inizio di una lotta. La più grande e la più poderosa che sia mai stata ingaggiata. La lotta fra la vita e la morte. Una lotta che è costata cara a Dio, è stata sofferenza, angoscia, sangue proprio perché in Gesù non s’è vergognato di diventare uno di noi: Gesù ha pagato con la morte, e la morte di croce, l’essere venuto fra di noi per aiutarci.

Ma ha vinto, ha trionfato. Il Figlio di Dio, non può non vincere e non trionfare. E così lui, il“nostro fratello” è diventato, per la grazia di Dio, “l’autore della nostra salvezza”. E proprio perché “fratello” di noi suoi “fratelli”, anche l’autore di una ritrovata fraternità. Il nostro mondo d’oggi è frantumato, un insieme di mille solitudini e di mille tristezze che non trovano consolazione, di antichi pregiudizi rinnovati, e di razzismi e di localismi, e di egoismi e di paura delle diversità. Gesù ci dona gli uni agli altri come fratelli e sorelle, perché tutti ugualmente amati, accolti, redenti, riscattati, resi capaci di guardarci negli occhi e di sorriderci, di parlarci e darci gioia per rendere perfetta la nostra gioia… Anche qui, ricordate? “Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata), quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia completa”(1 Giovanni 1, 1-4).

Udire… vedere con gli occhi… toccare con le mani…”: la concretezza veramente carnale dell’umanità di Gesù, “la vita che s’è resa manifesta” che ci spinge alla concretezza della fraternità.

 

Natale è questa concretezza della vita che ha la meglio sulla morte, perché colui di cui ricordiamo la nascita ha avuto a che fare con la morte.

Sì, la nascita di Gesù ha a che fare con le nostre storie di morte, follia, disperazione, con la nostra incapacità di capire noi stessi. È perché s’è fatto, senza vergognarsi di noi, “carne della nostra carne”, che la carne che troppo spesso squarciamo e martoriamo, che le ferite che abbiamo inferto e che ci siamo inferti, vengono santificate. Trovano, ancora oscuramente, ancora nella speranza, e però veramente, la loro pace e il loro riposo. In Gesù, che “ha gustato la morte” per tutti noi.

 

Per questo a Natale si fa festa, per questo faremo festa anche in quest’anno di crisi, cupo e triste. Ma sarà una festa “vera”, una festa seria. Della verità e della serietà di Dio.

Una festa in cui sarà anche bello scambiarsi dei doni, come segno del dono fatto di carne “da ascoltare, vedere e toccare” che Dio ci ha fatto in Gesù, e dei mille e mille altri doni fatti anch’essi di carne “da ascoltare, vedere e toccare” che ci fa degli altri e delle altre che pone sulla via del nostro esistere: i nostri fratelli e le nostre sorelle, in Gesù, che “non si vergogna di chiamarci” tutti e tutte suoi “fratelli e sorelle”.

                                                                                         Ruggero Marchetti

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