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1 Corinzi 1, 1-9. Testo biblico e predicazione. San Silvestro, domenica 16 dicembre 2012

Nell’antichità, quando scrivevi una lettera a qualcuno, iniziavi sempre col tuo nome, col nome di colui a cui ti indirizzavi, e con il tuo saluto.

Paolo, nelle lettere che manda alle sue chiese, fa anche lui come tutti, ma lo fa anche in maniera diversa dagli altri. Sa bene infatti, che le sue non sono delle lettere private, ma “scritti pastorali”, ossia messaggi che egli indirizza alle comunità come una persona che ha ricevuto da Dio un compito e un’autorità particolari, e che di questo compito e di quest’autorità deve a lui render conto.

Da questi due fattori, l’autorità e la responsabilità, nasce uno stile originalissimo (appunto: lo stile delle lettere di Paolo): la mescolanza di un tono familiare ed insieme ufficiale.

E questo già si vede nella formula introduttiva di questa Prima lettera ai cristiani di Corinto. Sarebbero bastate tre parole: “Paolo – ai Corinzi – rallegratevi!” , ed ecco invece che da questo semplicissimo schema s’è venuta formando un’abbondanza meravigliosamente ricca di parole e pensieri in ciascuno dei tre elementi dell’intestazione. Una ricchezza in cui si sente spirare il soffio dello Spirito.

Ascoltiamo allora il saluto di Paolo che apre la prima lettera ai Corinzi, ed ascoltiamo anche la preghiera che segue, sbocciata dal fluire dei ricordi e dalla riconoscenza dell’apostolo per quanto Dio ha operato ed sta operando a Corinto.

1 Corinzi 1 , 1 – 9

Paolo, chiamato ad essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sostene, alla chiesa di Dio che è in Corinto, ai santificati in Cristo Gesù, chiamati santi, con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore loro e nostro: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

Io ringrazio sempre il mio Dio per voi, per la grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di ogni conoscenza, essendo stata confermata tra di voi la testimonianza di Cristo, in modo che non mancate di alcun carisma, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo.

Egli vi renderà saldi sino alla fine, perché siate irreprensibili, nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo.

Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro.

Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo, per volontà di Dio”.

Accennavo prima al tono, al tempo stesso “familiare e ufficiale”, di questa e di tutte le lettere di Paolo. Già qui, questo è evidente. Paolo è un fratello che scrive a dei fratelli per i quali ha davvero un grande affetto, ma è anche al tempo stesso il portatore di una “chiamata” tutta particolare: Dio lo ha voluto “apostolo”. Lo ha chiamato cioè a rappresentare direttamente per coloro a cui è inviato il Signore Gesù.

Nel ruolo e nella persona dell’”apostolo” trova insomma compimento la catena che unisce terra e cielo annunciata da Gesù nel suo evangelo: “Chi riceve voi riceve me, e chi riceve me riceve colui che mi ha mandato” (Matteo 10,40). Accogliere un apostolo, aprirsi alla sua predicazione, è ricevere Gesù. E poiché ricevere Gesù è ricevere Dio… vedete la grandezza di quello che qui Paolo sta dicendo presentando se stesso come “apostolo”?

Qui l’Apostolo predica scrivendo… la lettera ai Corinzi è una predicazione. E allora non è soltanto un insieme di pagine inchiostrate: le parole che l’Apostolo scrive sono “evangelo” per la comunità riunita che le ascolta… sono cioè parole che portano l’annuncio di “Gesù”… attraverso le quali Gesù “viene” e si rende presente.

Ma l’Apostolo si sente anche estremamente vicino, intimo e familiare, con coloro a cui scrive, perché – come dirà almeno due volte in questa stessa lettera – sta“trasmettendo quel che ha ricevuto”(cfr 11,23 e 15,3). Se cioè egli con la sua parola e la sua vita rende presente Cristo fra gli uomini, è perché Cristo s’è reso presente, con un impatto straordinario nella sua esistenza, quando alle porte di Damasco lo ha scaraventato a terra, e l’ha chiamato a vivere per lui.

Da quel momento,“non è più lui che vive, ma Cristo vive in lui” (cfr Galati 2, 20). Tutto in lui è Cristo: se pensa, pensa Cristo; parla, e parla di lui; sogna, e sogna di lui; soffre, e soffre per lui; ama, ed è in lui che ama… Sì, non è affatto un caso se in queste poche righe che oggi abbiamo ascoltato, il nome “Gesù Cristo” appare tante volte… è quasi una benefica ossessione…

E proprio perché pensa, e parla, e sogna, e soffre, e ama… proprio perché per lui “vivere è Cristo”, Paolo non è mai solo. Perché se hai Cristo in te, non puoi non avere la spinta a farne dono a chiunque incontri lungo la tua strada. È un’altra impressionante, bellissima conseguenza del suo traumatico incontro col Signore. Possiamo dire così: quando gli è venuto addosso, Cristo non è venuto solo: ha già portato in anticipo con sé i tanti figli figlie che Paolo con la sua parola genererà alla fede, e che ora formano le sue comunità.

Perché… è vero: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. E però quest’unione così intima e totale, è possibile e è vera solo nella misura in cui si dilata ad abbracciare gli altri… solo nella misura in cui diventa chiesa.

È solo nella chiesa infatti e è solo per la chiesa che Saulo di Tarso è diventato “l’apostolo Paolo”. Questa dimensione comunitaria è fondamentale, ed è, e deve essere, sempre presente. E è presente anche qui, nelle primissime righe della Prima Corinzi, in cui Paolo non si presenta come il solo autore dell’epistola, ma – come del resto fa in tutte le altre lettere, in cui nomina sempre accanto a sé almeno un suo collaboratore – colloca accanto a sé il ”fratello Sostene”.

È così, e non può non essere così:soltanto Gesù può parlare lui solo nella chiesa. In tutti gli altri casi, si tratta di un servizio condiviso, ed in particolare l’annuncio dell’Evangelo è sempre almeno a due voci… Si potrebbe anche, forse, modificare così una celebre affermazione del vangelo: “Dove sono due o tre a parlare, là io parlo con loro”…

E Paolo e Sostene… questa “minima” chiesa fatta di due fratelli, parla ad un’altra chiesa un po’ più grande: si rivolge “alla chiesa di Dio che è in Corinto”. La parola “chiesa” non l’abbiamo inventata noi cristiani. Viene da un verbo greco che significa “chiamare ad uscire fuori di casa, convocare”, ed indicava la pubblica assemblea di tutti i cittadini con diritto di voto. Usando questa parola, Paolo ricorda allora ai cristiani di Corinto che – se lui è stato “chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio” – anche ognuno di loro è stato oggetto di una vocazione tutta sua: è stato chiamato a “uscire fuori” dalla sua vecchia vita… è stato“convocato” a fare parte del nuovo “popolo di Dio” che è la comunione di tutti i credenti estesa su tutta la superficie della terra. È presente “in Corinto” ed in tanti altri luoghi. E, a Corinto ed ovunque, è sempre la medesima chiesa che si ritrova e vive. Ed nel saluto iniziale alla sua chiesa, Paolo ricorda anche questo, quando lo allarga – questo suo saluto – da Corinto al mondo, a “tutti coloro” che “in ogni luogo invocano il nome del Signore Gesù Cristo”.

Certo, l’Apostolo ha poi un legame tutto particolare con questa comunità nata dalla sua predicazione: ne conosce ogni nome, ogni volto e persona, e pensa a ognuno con un grande affetto, e ricorda ad ognuno che, proprio grazie alla chiamata che Dio gli ha rivolto, è stato “santificato” e perciò è “santo”.

Santo” – noi protestanti lo sappiamo bene – non significa per Paolo “così buono e moralmente perfetto da essere degno di imitazione e di venerazione, e di finire sul calendario”… No, “santo” è colui che non si possiede più, ma è stato “messo da parte” per un altro e adesso gli appartiene: Dio ci ha chiamati in Cristo, e adesso siamo suoi e non più nostri… In fondo, l’affermazione di Paolo che prima abbiamo ricordato “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, vale per lui e vale per tutti i credenti: esprime in pieno la “santità” dei cristiani di Corinto, e esprime anche la nostra santità…

È così: noi “non ci possediamo più”, ma “siamo posseduti”. In Israele qualsiasi cosa, oggetto o uomo che fosse, che entrava in contatto fisico con l’altare del tempio diventava “santo”, e nessuno più poteva toccarlo finché non fosse stato sottoposto a un rituale di purificazione: quel contatto l’aveva introdotto in una particolare sfera d’energia… nella sfera dell’energia di Dio… Per i cristiani – nel pensiero di Paolo – è un po’ la stessa cosa: la sua chiamata ti mette in contatto col Signore, e questo contatto ti rende “santo”, ti fa diverso da quello che eri prima, e diverso dagli altri che quel contatto non l’hanno ancora avuto… ti mette dentro un’energia particolare: la forza dello Spirito…

Se noi questa energia non l’avvertiamo, e anzi se tutto questo ci sembra anche un po’ strano… non è Paolo che è troppo antico e lontano da noi, siamo noi che siamo troppo poco cristiani! …

Notavo prima che in queste poche righe il nome “Gesù Cristo” appare tante volte… e poiché Gesù è la benedizione di Dio fattasi carne, ecco che il saluto di Paolo si trasfigura in “benedizione”: in un annuncio di bene nel nome del Signore.

I tantissimi che nell’impero di Roma parlavano il greco (che era un po’ l’inglese dell’antichità) si salutavano con la parola “chaire”, “rallegrati!”. Paolo trasforma “chaire” in “charis”, che vuole dire: “grazia”. E in questo modo, apre il cielo su colui che riceve questa “grazia”, fa scendere dal cielo Dio stesso come amore.

E la “grazia” che, simile alla manna, cala insieme“da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo” sui figli e sulle figlie del suo popolo e diventa per loro nutrimento, porta con sé la pienezza della vita… Si fa, con l’espressione del saluto ebraico che Paolo affianca al saluto dei greci a unire in comunione i credenti venuti da Israele a quelli provenienti dalle genti, “shalom”… si fa “sovrabbondanza di pace”: il dono del “benessere”, di un’esistenza che trabocca di gioia e di pienezza a ogni livello, in tutta la persona.

E la “grazia”, dono e espressione della “fedeltà” di Dio che non viene mai meno, questo“amore gratuito” che è “la comunione col suo Figlio Gesù Cristo”, fa poi sgorgare dal cuore dell’Apostolo la preghiera della riconoscenza: “Io ringrazio sempre il mio Dio per voi, per la grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di ogni conoscenza”.

C’è qui per noi una grande, consolante verità.

Paolo non ringrazia Dio perché a Corinto sono stati operati dei prodigi… non lo ringrazia neanche per l’amore e la concordia che legano i Corinzi fra di loro e li legano a lui. Non lo può fare, perché non è così. Già immediatamente dopo il saluto iniziale, dovrà parlare delle divisioni che spaccano in fazioni quella comunità. E dovrà poi parlare di tutta una serie di problemi che ci rendono chiaro che quegli antichi cristiani non erano davvero – come già abbiamo detto – “santi da calendario”, ma piuttosto testardi peccatori.

Ma perché allora Paolo ringrazia Dio in queste prime righe della lettera? Non lo fa per una sorta di devota ipocrisia. Paolo ringrazia dal profondo del cuore, perché – come abbiamo ascoltato appena adesso ce n’è ogni motivo: “In Cristo Gesù” quei poveri peccatori cristiani di Corinto sono“stati arricchiti di ogni cosa”, ed in particolare, ”di ogni dono di parola e di ogni conoscenza”.

Sì, a Corinto è stata annunciata la Parola. Ed alcuni abitanti di quella grande città portuale, nota per la sua corruzione, hanno creduto in quella Parola, ed è nata una chiesa. E questa chiesa “creatura” della Parola, ora ne è anche la “serva” e la “testimone”: pur con tutte le sue umane contraddizioni e infedeltà: vive della Parola e la annuncia a chi non la conosce ancora.

Per questo si deve ringraziare, per questo è bello ringraziare: la Parola di Dio vive in Corinto! E come già all’inizio di ogni cosa, quando non c’era ancora neanche il tempo, questa Parola “crea”. È potenza e armonia, è il senso della vita, è il dono di un futuro… è speranza contro ogni paura… È davvero benedizione… vera “grazia” e vera “pace” offerta da Dio agli uomini.

Quella “grazia” e quella “pace” che li “renderanno saldi fino alla fine… fino al giorno del Signore nostro Gesù Cristo”, quando ogni cosa sarà fatta nuova. Sì, come dirà poi Paolo a quegli sciocchi Corinzi che litigano fra loro per le piccole cose, senza rendersi conto della straordinaria ricchezza di cui Dio li ha colmati proprio col dono della sua Parola: “Tutto vi appartiene … il mondo, la vita, la morte, le cose presenti e le cose future, tutto è vostro! E voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio!” (cfr 1 Corinzi 3, 21-23).

* * *

Ho parlato di una “grande consolante verità”. È così. Quando Paolo ringrazia Dio e ricorda ai Corinzi che “sono stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di ogni conoscenza”, di fatto lo ricorda anche a noi, e ringrazia Dio anche per noi.

Anche noi abbiamo ricevuto da Dio il dono della sua Parola, e come ieri a Corinto, questa Parola viene oggi fra di noi ed agisce fra noi e tramite noi: anche la nostra chiesa è “creatura”, “serva”, “testimone” della parola di Dio… vive di essa e la offre come vita a coloro che l’ascoltano.

Sì. Anche se in tutto il resto siamo le mille miglia lontani da quell’antica chiesa, in questo – che è poi l’essenziale – anche noi siamo “Corinzi”: siamo “santificati e santi” come loro, perché come loro non ci apparteniamo più, ma apparteniamo a Cristo. E, se ”siamo di Cristo, e Cristo è di Dio”, allora “il mondo ,la vita, la morte, le cose presenti e le cose future”… allora, proprio come era per quei nostri fratelli “in santità” di duemila anni fa… “tutto è nostro”!

E nostro resterà. L’abbiamo ascoltato: “Fedele è Dio… vi renderà saldi sino alla fine, perché siate irreprensibili, nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo”.

Dunque, meno rassegnazione!

Noi non abbiamo le fazioni che avevano i Corinzi… almeno spero… nessuno di noi dice: “Io sono di Tizio” o “Io invece di Sempronio”… E non abbiamo nemmeno i loro problemi di immoralità, né la loro presunzione spirituale… ma non abbiamo neanche il loro entusiasmo, che li faceva intervenire, gridare, cantare, danzare durante i loro culti. Abbiamo la nostra serietà un po’ compunta, e soprattutto abbiamo il problema della nostra rassegnazione. Andiamo avanti per convinzione, per senso del dovere, e un po’ per testardaggine… andiamo avanti un poco appesantiti, spesso sentiamo la chiesa come un dovere più che come una gioia.

E anche se ogni volta apriamo il nostro culto con una preghiera di lode al Signore, di fatto raramente lo ringraziamo con tutto il nostro cuore perché ci ha chiamato – ha chiamato me, e te e ciascuno di noi, tutti noi tutti insieme, ad essere la chiesa che qui in Trieste si raduna ogni volta insieme, unita “con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo”.

L’Avvento è il tempo della meraviglia… dello stupore per il Signore che viene. È il tempo per reimparare lo stupore per la chiamata che il Signore ci ha rivolto, e per i doni di cui continua, con grande fedeltà, a colmarci… noi, i suoi “santi”… la sua “chiesa”.

Sì. “Ringraziamo sempre il nostro Dio, per la sua grazia che ci è stata data in Cristo Gesù”…

Ringraziamolo dal profondo del cuore, ed avverrà il miracolo: questo ringraziamento diventerà per noi luce degli occhi, e avremo uno sguardo nuovo su noi stessi, e su tutto. Non avremo più paura né del presente, né del futuro… avremo invece la gioia di vivere il presente, di poterci slanciare incontro al futuro. Sapremo e sentiremo che davvero…“le cose presenti e le cose future”… davvero “tutto è nostro”, per la grazia di Dio in “Cristo Gesù”!

Nella speranza e nella fede, noi già viviamo con riconoscenza la “nuova era” che il Signore ha creato in Gesù, che è venuto, viene e verrà sempre a rinnovare “tutte le cose”... e fra “tutte le cose” ci siamo anche noi. L’Avvento, se è vero Avvento, è proprio questo: il tempo del nostro rinnovamento.

                                                                                                             Ruggero Marchetti

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