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Genesi 17,1-27. Testo biblico e predicazione. Seconda domenica del tempo di Passione. 24.02.13

 

Genesi 17 , 1 – 27

 

Quando Abramo ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: “Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro, e io stabilirò il mio patto fra me e te e ti moltiplicherò grandemente”. Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e Dio gli parlò, dicendo: “Quanto a me, ecco il patto che faccio con te: tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni; non sarai più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abraamo, poiché io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni. Ti farò moltiplicare grandemente, ti farò divenire nazioni, e da te usciranno dei re. Stabilirò il mio patto fra me e te e i tuoi discendenti dopo di te, di generazione in generazione; sarà un patto eterno, per i quale io sarò il tuo Dio e della tua discendenza dopo di te. A te e alla tua discendenza dopo di te darò il paese dove abiti come straniero: tutto il paese di Canaan, in possesso perenne, e sarò loro Dio.

Poi Dio disse ad Abraamo: “Quanto a te, tu osserverai il mio patto: tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione. Questo è il mio patto che voi osserverete, patto fra me e voi e la tua discendenza dopo di te: ogni maschio tra voi sia circonciso. Sarete circoncisi: questo sarà il segno del patto fra me e voi. All’età di otto giorni, ogni maschio sarà circonciso tra di voi, di generazione in generazione, tanto quello nato in casa, quanto quello comprato con denaro da qualunque straniero che non sia della tua discendenza. Quello nato in casa tua e quello comprato con denaro dovrà essere circonciso; il mio patto nella vostra carne sarà un patto perenne. L’incirconciso, il maschio che non sarà stato circonciso nella carne del suo prepuzio, sarà tolto via dalla sua gente: egli avrà violato il mio patto”.

Dio disse ad Abraamo: “Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamare più Sarai. Il suo nome sarà, invece, Sara. Io la benedirò e da lei ti darò anche un figlio; la benedirò e diventerà nazioni: re di popoli usciranno da lei”. Allora Abraamo si prostrò con la faccia a terra, rise e disse in cuor suo: “Nascerà un figlio a un uomo di cent’anni? E Sara partorirà ora che ha novant’anni?”. Abraamo disse a Dio: “Oh, possa almeno Ismaele vivere davanti a te!”. Dio rispose: “No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e tu gli metterai nome Isacco. Io stabilirò il mio patto con lui, un patto eterno per la sua discendenza dopo di lui. Quanto a Ismaele, io ti ho esaudito. Ecco, il l’ho benedetto e farò in modo che si moltiplichi e si accresca straordinariamente. Egli genererà dodici principi e io farò di lui una grande nazione. Ma stabilirò il mio patto con Isacco, che Sara ti partorirà in questa stagione, il prossimo anno”. Quando ebbe finito di parlare con lui, Dio lasciò Abraamo, levandosi in alto.

Abraamo prese suo figlio Ismaele, tutti quelli che gli erano nati in casa e tutti quelli che aveva comprato con il suo denaro, tutti i maschi fra la gente della casa di Abraamo, e li circoncise in quello stesso giorno, come Dio aveva detto di fare. Abraamo aveva novantanove anni quando fu circonciso, suo figlio Ismaele aveva tredici anni quando fu circonciso. In quel medesimo giorno fu circonciso Abraamo e Ismaele suo figlio. Tutti gli uomini della sua casa, tanto quelli nati in casa quanto quelli comprati con denaro dagli stranieri, furono circoncisi con lui.

 

 

I tempi di Dio non sono i nostri tempi. E la vita di Abramo sembra trascorrere tutta nell’attesa estenuante dei tempi divini. Sono già passati tredici anni da quando Agar, rientrata dalla fuga, gli ha partorito Ismaele.

Tredici anni di vuoto e di silenzio da parte di Dio, e intanto Abramo si fa sempre più vecchio: ora è un vegliardo di ben novantanove anni, un’età in cui la parola “promessa” non ha più alcun senso…

Eppure è proprio a questo centenario che Dio torna a parlare, per rinnovare per l’ennesima volta il patto già sancito con lui tanti anni prima, quando proprio il Signore, era passato sotto forma di fuoco, tra i corpi squarciati degli animali del rito d’alleanza, e con il patto rinnova la promessa: “Tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni“.

 

E non soltanto questo. Se in quel precedente, misterioso rito Dio aveva preso su di sé l’impegno ad essere fedele ed Abramo ne era stato solo il beneficiario immobile e impaurito, adesso che ha un’età in cui di norma non si può far più nulla, Abramo è chiamato proprio a “fare”, a rispondere attivamente al patto che Dio gli ha ribadito. È chiamato a vivere tutta la sua esistenza alla luce e nell’ambito del patto. Sono le prime parole che oggi Dio gli ha rivolto: “Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro”, nel testo originale ebraico: “sii interamente mio”.

 

Quando un essere umano ha fatto l’esperienza di Dio… quando Dio ha fatto irruzione nella sua vita e gli si è rivelato, allora quell’uomo o quella donna non si appartiene più! Non può più vivere come vuole né andare dove vuole. Perché oramai è di Dio: è “interamente suo”, e deve “camminare davanti a Dio”, lungo le vie che Egli traccia davanti a lui. E allora, e solo allora, in questa rinuncia totale a appartenersi, quell’uomo o quella donna trova la libertà: libertà dal suo egoismo, dai suoi istinti e dalle sue passioni, dalle sue incertezze e dalle sue paure, che lo fanno guardingo, e sovente cattivo…

Non è un caso se l’apostolo Paolo, colui che più di ogni altro ha vissuto e parlato della libertà dei credenti, ogni volta che si rivolge ai suoi fratelli e sorelle in fede, li chiama “santi” e“sante”, cioè “consacrati”: uomini e donne che non si appartengono più, ma sono separati da se stessi e dal mondo per essere possesso del Signore.

Santi e sante”… E per questo – è ancora sempre Paolo l’ha sottolineato – veri discendenti di Abramo, il primo essere umano della storia chiamato a consacrarsi a quel Dio che s’è impegnato ad essere il “suo” Dio, e in cambio vuole che ora Abramo sia a sua volta interamente “suo”, in un rapporto che non è esagerato definire “sponsale”, “matrimoniale”, di dono dell’uno all’altro.

 

Ma proprio perché Abramo è chiamato (e è chiamato “a novantanove anni!”… torno a dirlo perché questo colpisce veramente) ad una vita totalmente nuova, interamente nelle mani di Dio… ecco che questo cambiamento si ripercuote sul suo stesso nome e sul suo stesso corpo.

Anzitutto sul nome. Sinora era “Abramo”, che voleva dire “Padre eccelso”, d’ora in poi sarà “Abraamo”:“Padre di moltitudini”. D’ora in poi, cioè, porterà anche nel nome – ciò che per eccellenza individua una persona – il patto e la promessa di Dio per lui: “Tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni“.

Cambiare nome è un po’ rinascere di nuovo. Abramo allora, a quasi cento anni, rinasce. Ed è lo stesso Dio che un secolo prima l’aveva fatto nascere da Terah, che ora gli dà di nascere di nuovo. Quel Dio che anche lui, in qualche modo, nasce di nuovo, perché sceglie anche lui di cambiare nome, facendosi chiamare “il Dio di Abraamo”.

Poi, l’altro cambiamento: Abraamo cambia nel suo stesso corpo: Dio gli comanda di farsi circoncidere, lui e tutti i maschi che vivono con lui.

Abbiamo detto prima che il rapporto che s’è appena creato fra Dio e Abraamo è quasi di tipo sponsale. Ecco allora il perché di questo segno che presso molti popoli antichi era proprio un rito di iniziazione al matrimonio: d’ora in poi la circoncisione sarà per Abraamo e la sua famiglia e per tutto Israele, il segno dell’appartenenza a Dio. D’ora in poi davvero le parole con cui la Bibbia descrive il rapporto di unione dell’uomo e della donna, saranno anche le parole del rapporto d’Israele col Signore: “l’uomo… si unirà a sua moglie e saranno una stessa carne” (cfr Genesi 2, 24).

 

* * *

Cammina davanti a me e sii interamente mio”. È la parola che ha aperto il nostro testo: la fede, nella Bibbia, non è solo questione di intelletto… non è spiritualità disincarnata: la circoncisione dà una sanguinosa concretezza al comando di Dio, alla sua offerta ed alla sua richiesta di totale fedeltà.

Ma la circoncisione è anche un aiuto che Dio dà ad Abraamo e ad suoi – che dà a tutto Israele – perché possano credere in lui, e vivere di questa loro fede. Credere in una promessa scandalosa, come quella che Dio rivolge a quel vegliardo a viste umane ormai quasi alle soglie della morte, e nel corso dei secoli credere nelle promesse che Dio, attraverso Mosè e poi tutti profeti continuerà a rivolgere al suo popolo, non è facile per niente: credere alla liberazione dall’Egitto, credere nei lunghi anni del deserto, credere alle prese con le guerre, credere nonostante le sconfitte e l’esilio e il dominio straniero… e andare avanti fidando solo in quelle promesse, va al di là dell’umano. Poter vedere nel tuo stesso corpo il segno incancellabile della tua appartenenza alla strana comunità iniziata con Abraamo ti fa capire che, forse, il Dio che guida Israele non è un sogno, che le promessa è vera, nonostante tutto…

 

Ma quest’aiuto a affidare se stessi alla promessa di Dio è – come abbiamo appena detto – “sanguinoso”. La circoncisione è stata per Abraamo, per suo figlio Ismaele e per “tutti gli uomini della sua casa”, carne tagliata, e perciò appunto, sangue versato, e dolore e sofferenza… e anche oggi quando un bambino ebreo viene presentato alla lama del coltello, credete forse che i suoi genitori non trattengano il fiato al momento del taglio e non lo compatiscano quando vedono sprizzare il suo sangue e sentono il suo pianto?… per quel bambino, in fondo, la circoncisione è il primo vero momento di dolore…

Potremmo forse anche dire così: la circoncisione è il primo sacrificio rituale che da Abramo in poi lungo tutta la storia di Israele, l’uomo offre al Signore durante la sua vita, e anticipa e già indica tutti i sacrifici, tutto il sangue versato che quell’uomo offrirà per vivere, proprio attraverso il sacrificio di riconoscenza e quello di espiazione del peccato, l’alleanza con Dio.

 

E come i sacrifici a cui dà il via, per noi cristiani la circoncisione anticipa e già indica anche il sacrificio di Gesù, quell’“unico sacrificio per i peccati offerto una volta per sempre” di cui ci ha parlato Ebrei 10,11-18, che riassume in sé, ed esaurisce e supera tutti gli altri, compresa appunto la circoncisione.

Ancora una volta, in questo tempo di passione, facciamo un tratto di strada con Abramo, perché Abramo ci accompagni fino a Gesù in cammino incontro alla sua croce. E oggi la circoncisione dell’antico patriarca, questo segno del patto che è stato anche il sacrificio da lui compiuto nella sua stessa carne, ci aiuta a riflettere sul senso dell’“unico sacrificio” del Signore.

 

Prima però di parlare dell’ “unico sacrificio” di Gesù e dei “ripetuti sacrifici” offerti dai sacerdoti di Israele, è bene forse ricordarci a vicenda che anche noi spesso, nel nostro linguaggio quotidiano, parliamo di “sacrifici” e “vittime”, in occasione di catastrofi come i terremoti e le alluvioni, o in occasione di gravi incidenti stradali oppure aerei. E questo non è senza un suo significato.

Nei sacrifici rituali l’uomo sacrificava un animale al posto suo: offriva a Dio una vita per reintegrare il rapporto con lui, e così ritrovare la pienezza della vita. Nelle disgrazie, noi usiamo la terminologia sacrificale perché – anche se non ce rendiamo neanche conto – dietro a quelle parole c’è l’idea che quelle “vittime” in fondo sono morte al posto nostro: un terremoto, un incidente aereo o sulla strada, potrebbe benissimo capitare anche a noi… invece è capitato ad altri: sono loro e non noi ad entrare nelle medie del tributo dei morti che, ad esempio, ogni anno l’uso delle automobili richiede.

 

Ma non parliamo di “vittime” solo nel caso di disgrazie, lo facciamo anche per gli errori in cui siamo tutti implicati. In questo caso infatti, abbiamo bisogno di “capri espiatori” e allora, di tanto in tanto, ne mandiamo qualcuno nel deserto, anche se manca la consapevolezza che, così facendo, noi stiamo ricalcando un rituale biblico. Nel libro del Levitico infatti è stabilito che nel Giorno dell’Espiazione venissero sacrificati due capri: uno era direttamente immolato al Signore, l’altro veniva idealmente “caricato” dei peccati del popolo e abbandonato nel deserto ad “Azazel”, lo spirito del male (cfr Levitico 16).

Oggi è una giornata elettorale. Nei paese democratici “normali”, allo scadere di ogni legislatura vengono nominati dei politici che poi, alla fine del mandato, se non si dimostrano all’altezza del loro compito, vengono rimandati “nel deserto” della perdita del seggio. A volte (anche questo sempre nei paesi democratici “normali”) quando la corruzione, gli affari illeciti e gli scandali diventano troppo evidenti e il malcontento cresce, sorgono delle tensioni e l’opinione pubblica individua un ”capro espiatorio” che allora è costretto a dimettersi, e se ne deve andare. In fondo, scatta un rituale… ma là dove questo rituale per qualche verso arcaico funziona, ha un effetto purificatore: c’è la possibilità di un nuovo inizio, perché tutti si riconoscono in quelle norme e valori che sono stati trasgrediti da qualcuno.

 

E allora, pensando proprio a questa ritualità che ancora caratterizza la nostra vita comunitaria, dopo aver ascoltato le parole dell’Epistola agli Ebrei, ci viene quasi da dire che sarebbe proprio bello se trovassero riscontro nella realtà!

Qui infatti si parla del “sacrificio unico” a motivo del quale tutti gli altri diventano superflui. Dell’unico “capro espiatorio”, grazie al quale tutti gli altri vengono risparmiati. É un messaggio, questo, che non ha ancora raggiunto il cuore di tutti i cristiani. Ed è un peccato, perché si tratta di un messaggio grandioso: Gesù, il Figlio di Dio, che si carica dei peccati di tutti e assume il ruolo del “capro espiatorio”, e che, in questo modo, ci dona la possibilità di capire e di superare i complessi del capro espiatorio. Perché è un capro espiatorio molto diverso, in modo benedetto, da quello del rituale del Levitico.

Lì quella povera bestia veniva mandata a morire nel deserto, caricato di tutti i fallimenti e le tensioni della comunità, perché quando pecchiamo contro Dio, pecchiamo sempre anche contro gli altri e scateniamo il loro risentimento… E quel capro spariva, era come cancellato, e con lui erano cancellati, in un momento di purificazione collettiva anche di tipo psicologico, tutte le tensioni, tutti i risentimenti… Gesù invece assume il ruolo del “capro espiatorio”, e sparisce (è la sua morte di croce), ma torna (la sua risurrezione) e diventa il centro di una nuova comunità: lui, la vittima, diventa il sacerdote; lui, il condannato, diventa il giudice; lui, il privo di potere, diventa il Signore del mondo; lui, il morto, ora è il Vivente.

 

Quando, come nella pagina di Ebrei d’oggi, la Scrittura parla della morte di Cristo presentandola come “sacrificio”, o anche proprio facendo ricorso all’immagini del “capro espiatorio” e all’altra simile dell’ “agnello immolato”, ci vuole dire questo: che tutto quello che un tempo Israele sperava di ottenere per mezzo dei suoi sacrifici, adesso lo si trova in lui, in Gesù. Di conseguenza, l’obbligo del sacrificio non c’è più… non c’è più la necessità di immolare delle vite per assicurarsi la sopravvivenza al cospetto di Dio. E anzi adesso proprio la “vittima”, proprio colui che è stato disprezzato, cacciato e eliminato come il “capro espiatorio” che ha portato i nostri peccati sul legno della croce… proprio lui è il centro della nostra comunità. Per questo allora il valore del nostro stare insieme lo misuriamo in base al nostro atteggiamento nei confronti proprio dei “disprezzati” e dei “cacciati”… nei confronti degli stranieri, delle minoranze, dei “diversi” di ogni tipo… Non possiamo garantirci la vita a scapito degli altri…

 

Certo, resta che l’idea di “Gesù sacrificato” ci fa difficoltà, soprattutto se pensiamo che questo sacrificio è avvenuto sulla base del progetto di Dio, che allora è il Padre stesso che l’ha sacrificato…

Noi adulti a questo cerchiamo di non pensarci, a volte sono i bambini che ne restano impressionati. Mi ricordo, quando mio figlio aveva un cinque anni, tutte le sere gli leggevo un capitolo di un libro… Una volta mi è venuta l’idea di leggergli un’edizione illustrata di una Bibbia per bambini: un’immagine e un pensiero per pagina. Siccome non si decideva mai a dormire, abbiamo letto prima tutto l’Antico Testamento e poi anche tutto il Nuovo… Poi finalmente è crollato, un secondo prima che crollassi io… Il giorno dopo, ho detto alla sua mamma, tutto fiero: “Indovina un po’ cosa abbiamo letto ieri?”. E lui, subito: “Una storia terribile, che finisce malissimo!”. Evidentemente anche lui, come i discepoli quando sentivano Gesù parlare di ciò che l’attendeva a Gerusalemme, aveva capito benissimo la morte sulla croce e era stato molto meno colpito dal discorso della risurrezione… Poi mi ha chiesto perché le cose fossero andate così… e ha intuito che dietro a quella morte c’era Dio. Lì per lì non ho capito se la cosa l’aveva presa male… so che poi alla Scuola domenicale ha disegnato la crocifissione, ma l’ha disegnata così: una croce su uno scoglio in mezzo ad un mare in tempesta con un branco di squali che si aggirava attorno… Insomma, povero Gesù, non aveva molte possibilità di cavarsela… e dietro c’era forse il pensiero: “Beh, se questa morte è stata la volontà di Dio, bisogna fare in modo che sia una morte certa!”. Debbo dire che io non l’ho presa molto bene…

 

Ma se oggi mio figlio mi rifacesse quella domanda: “Perché è andata così? Perché Gesù è stato sacrificato e perciò messo a morte?”, allora gli direi, alla luce dei due testi di oggi: “Dio lo ha sacrificato per liberare noi dall’obbligo del sacrificio”. Poi ha revocato il sacrificio del Figlio quando lo ha richiamato alla vita e ha così trasformato il condannato in giudice. Voleva dirci: “Smettetela di compiere sacrifici cruenti! Io ho già provveduto perché voi troviate quel che volete ottenere coi vostri sacrifici: vi ho fatto dono della vera vita”.

 

Nel libro della Genesi, subito dopo la pagina di oggi, il Signore si manifesta a Abramo e a Sara nella famosa visita dei tre uomini alla loro tenda. Una visita diversa da ogni altra, che in qualche modo già sa d’incarnazione… e che trova il suo senso più profondo nella promessa del figlio tanto atteso, stavolta precisata: “L’anno prossimo, tornerò e Sara avrà un figlio” (cfr Genesi 18,1. 14b).

Se, come abbiamo detto, la circoncisione di Abramo è il “primo sacrificio” che anticipa e preannunzia il sacrificio definitivo di Gesù sulla croce… se il sangue sprizzato da quel taglio ci rimanda al sangue della flagellazione, dei chiodi e della lancia… allora forse la circoncisione ha anche anticipato la vita nuova e vera che Dio ci ha donato in suo Figlio. Una vita che può anche cominciare a cent’anni. È a quell’età che Abramo è diventato veramente Abraamo: “padre di moltitudini”…

Quale che sia la nostra condizione, Dio in Gesù ci rinnova la vita… noi possiamo sperare, possiamo già gioire. Lo Spirito ce ne dà testimonianza: “Questo è il patto che farò con loro dopo quei giorni, dice il Signore: metterò le mie leggi nei loro cuori e le scriverò nelle loro menti … non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità”. Grazie al sacrificio di Gesù noi siamo perdonati e “dove c’è il perdono non c’è più bisogno di offerta per il peccato”.

                                                                                                             Ruggero Marchetti

 

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