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Esodo 17, 1-7. Testo biblico e predicazione di domenica 14 aprile 2013 in San Silvestro-Cristo Salvatore,

 

Esodo 17 , 1 – 7

Poi tutta la comunità dei figli d’Israele partì dal deserto di Sin, marciando a tappe secondo gli ordini del Signore. Si accampò a Refidim, ma non c’era acqua da bere per il popolo.

Allora il popolo protestò contro Mosè e disse: «Dacci dell’acqua da bere». Mosè rispose loro: «Perché protestate contro di me? Perché tentate il Signore?»

Là il popolo patì la sete e mormorò contro Mosè, dicendo: «Perché ci hai fatto uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?»

Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa devo fare per questo popolo? Ancora un po’, e mi lapideranno».

Allora il Signore disse a Mosè: «Mettiti di fronte al popolo e prendi con te alcuni degli anziani d’Israele; prendi anche in mano il bastone col quale hai percosso il Fiume e va’. Ecco io starò là davanti a te, sulla roccia che è in Oreb; tu colpirai la roccia: ne scaturirà dell’acqua e il popolo berrà».

Mosè fece così in presenza degli anziani d’Israele, e a quel luogo mise il nome di Massa e Meriba a causa della protesta dei figli d’Israele, e perché avevano tentato il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?».

 

Ancora una volta, ecco in azione i “recriminatori”.

Già dal tempo della schiavitù in Egitto, la Bibbia narra che subito dopo che il popolo ebbe prestato fede a Mosè come all’inviato del “Dio dei Padri” che gli era apparso nella fiamma del Monte Oreb, alla prima difficoltà, quando il faraone irritato dalla richiesta dei figli di Israele di uscire dall’Egitto per offrire un sacrificio a quel loro antico nuovo Dio, li obbligò a procurarsi da sé la paglia necessaria a far mattoni mantenendone però invariato il numero, gli anziani del popolo si scagliarono contro quel presunto inviato, invocando su di lui la condanna divina (cfr Esodo 5, 20 ss.). In seguito, dopo l’ultima piaga e l’uscita dall’Egitto, quando sulla riva del Mar Rosso il popolo vide i carri egiziani avvicinarsi, prima invocò il Signore, ma quando poi i carri si fecero vicini, si lamentò ancora una volta con Mosè: “Mancavano forse tombe in Egitto, per portarci a morire nel deserto?” (cfr Esodo 14, 11 ss.). E ancora, dopo il grande miracolo del passaggio del mare, se cominciarono a “credere nel Signore e nel suo servo”, dopo appena tre giorni nel deserto, già eccoli di nuovo “mormorare”, e anzi questa volta è Mosè stesso che “mormora” per loro:“Egli gridò al Signore”, e che viene ascoltato (cfr Esodo 15, 24 s.).

Ma quella è soltanto la prima delle tre puntate delle “recriminazioni” tra il Mar Rosso ed il Sinai. La seconda è quella che abbiamo letto insieme domenica passata, quando “tutta la comunità dei figli di Israele mormorò contro Mosè e contro Aaronne nel deserto: «Fossimo pur morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando sedevamo intorno a pentole piene di carne e mangiavamo carne a sazietà! Voi ci avete condotti in questo deserto perché tutta questa assemblea morisse di fame!»” (cfr Esodo 16, 2 ss.).

Oggi, ecco la terza puntata, in cui le recriminazioni ricompaiono: “Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”, e Mosè sospira con un grido verso Dio: “Che devo fare?… Ancora un po’ e mi lapideranno!” . E continuerà così, fino alla grande ribellione dopo il ritorno degli esploratori dalla terra di Canaan, quando il popolo spaventato e deluso proporrà di darsi un nuovo capo e di tornare in Egitto, con tutto quel che segue (cfr Numeri 14, 4 ss.).

 Per noi è facile condannare Israele e definirlo sbrigativamente un “popolo dalla dura cervice” (cfr Deuteronomio 9, 13), ma proviamo un po’, per una volta, a calarci nei suoi panni. Si aspettava di essere portato dal suo Liberatore “in una terra buona e vasta, nella quale scorreva latte e miele” (cfr Esodo 3, 8), e invece, ecco il deserto, la terra per eccellenza dimenticata da Dio: pietre, polvere, sabbia, e niente altro. Ed è un deserto che non finisce mai, nello spazio e nel tempo: durerà quarant’anni!

Così, il passaggio del mar Rosso è stato solo un momento di gioia fra un problema ed un altro, via via sempre peggiori… Così, anche la straordinaria esperienza del Sinai sembrerà a tutti solo una parentesi: brevi fugaci istanti nei quali sono stati posti fuori dal deserto per esservi poi ricacciati a forza dentro… E passeranno i mesi, e passeranno gli anni, e il deserto prenderà ad apparire ad Israele quasi come la sua casa: ma allora, perché Dio ci ha creati come popolo di liberi, per abbandonarci in questo mondo “dell’assenza di vita”?

Sì, povero Israele, nelle fauci del deserto, dove i demoni urlano e i messia sono tentati (cfr Matteo 4, 1-11); dove le normali risorseper la vita sono assenti e proprio la mancanza di vita sembra essere l’unico ordine dal quale si dipende: non è un caso se il lunghissimo viaggio dal Mar Rosso alla Terra promessa sarà pieno di sempre nuove tombe, e non sarà ricordata una sola nascita.

Il deserto che l’Esodo racconta è la vita di Israele dopo la liberazione, e però non ne è ancora il compimento: la vita sembra sterile e il compimento sembra solo un miraggio. Certo, c’è la promessa, presente nelle parole che il Signore ha donato a Mosè, ma chi può vivere soltanto di parole? E c’è anche la speranza, ma l’orizzonte di quella speranza resta nascosto dietro alle tempeste di sabbia.

Ecco perché Israele passa da un “mormorare” all’altro: subito dopo il passaggio del Mar Rosso “ha creduto” – già lo abbiamo ricordato – “nel Signore e ha creduto in Mosè” (cfr Esodo 14,31) e si è affidato nelle loro mani, ma nel deserto la fede si erode con le dune, e la speranza si fa via via più sdrucita come le proprie tende sempre più sporche e lacere…

E tuttavia se adesso forse noi possiamo comprendere Israele nelle sue mormorazioni e ci rendiamo conto di non avere proprio alcun motivo per giudicarlo e condannarlo come invece facciamo facilmente, però… quelle mormorazioni rimangono un gran male… un’espressione di irriconoscenza.

Il Deuteronomio, il libro della fine dell’esodo, si apre con questa parola proclamata da Mosè: “Il Signore, il tuo Dio, è stato con te durante questi quarant’anni, e non ti è mancato nulla” (cfr Deuteronomio 2, 7). Nel deserto il Signore è sempre stato pronto a rispondere ai bisogni del suo popolo: le proteste sono state esaudite, le grida sono state ascoltate. Dove le risorse erano inesistenti, ad Israele è stato dato cibo: “manna” e “quaglie”; dove c’era solo abbondanza di rocce, è stata data l’acqua; dove c’era un nemico minaccioso, c’è stata la vittoria. Ma tutti questi doni, rimanendo nel deserto. Le forze della morte sono state vinte dall’intervento puntuale e soccorrevole del Signore della vita, ma sempre in quel contesto arido e brullo, un contesto di morte…

Da un lato allora le recriminazioni e le ribellioni di Israele, dall’altro la benevolenza fattiva di Dio. Il periodo del soggiorno nel deserto è modellato su questa dialettica. Modellato cioè essenzialmente dalla pazienza e misericordia del Signore e dalla sua volontà di rimanere sempre e comunque al fianco del suo popolo nel tempo della sua adolescenza, come il popolo “figlio”del suo Dio.

Tenere testa ad un adolescente, per un genitore non è per niente facile, anche se il genitore qui è Dio stesso. Qui valgono davvero le parole del Signore riportate in Osea: “Che ti farò, o Efraim? Che ti farò, o Giuda? La vostra bontà è come una nuvola del mattino, come la rugiada del mattino, che subito scompare” (Osea 6, 4). Dio ha voluto libero il suo popolo, e non vuole obbligarlo all’obbedienza. Nessun colpo di frusta e nessuna catena, a rischio del fallimento: è il prezzo per avere un figlio che ti ami come un figlio deve fare, ti sia riconoscente, perché ha acquistato la consapevolezza di quello che hai fatto e sei per lui, per purissimo amore…

Siamo davanti a un cammino di crescita, in cui il Dio “genitore” ed il popolo “figlio” si sottopongono a vicenda a delle prove; in cui Dio non tralascia proprio nulla per elevare Israele alla sua piena maturità. E così, nelle sue ribellioni e recriminazioni, nei momenti in cui vuole piantar tutto e tornarsene indietro, nel suo bisogno di rassicurazione e protezione, nella ricerca della sua identità e di strutture di vita non oppressive… attraverso e nonostante tutto questo, Dio rimane fedele al suo popolo.

All’inizio gli ha fatto una promessa: “Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto. Io conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso”, e Dio è uno che mantiene le promesse. Ma occorrerà del tempo: il tempo della crescita. Per ora e ancora a lungo, anche il tempo dei “recriminatori”.

* * *

Ma veniamo al racconto di oggi, breve ma molto denso di pensieri e di spunti di riflessione.

Il popolo va avanti nel deserto, guidato dal Signore. Ma il Signore non lo guida come farebbe un bravo beduino: non punta sempre direttamente verso le oasi, che pure ci sarebbero. Porta Israele sull’altopiano di Refidim, dove non c’è un filo d’acqua. E la sete diventa insopportabile: “Là il popolo patì, e mormorò contro Mosè dicendo: «Perché ci hai fatto uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?»”.

È un vero e proprio dialogo di morte: da una parte c’è il popolo che per la terza volta in tre mormorazioni chiede a Mosè se li abbia portati fin lì solo per farli morire; dall’altro Mosè stesso teme per la sua vita: il fatto che questa volta parlino anche dei “figli” e del “bestiame” come vittime del suo piano mortifero, lo aiuta a cogliere tutta la loro esasperazione, e se in quell’altopiano manca l’acqua, le pietre invece non mancano di certo… Così grida al Signore: “Che cosa devo fare per questo popolo? Ancora un po’ e mi lapideranno!”.

A questa invocazione ricolma di paura, Dio non risponde dando a Mosè un consiglio su come affrontare Israele infuriato, ma con l’indicazione su cosa deve fare per trovare dell’acqua: con gli anziani come testimoni, dovrà prendere il suo inseparabile bastone e colpire la roccia, mentre lui, Dio, gli starà davanti “sulla roccia che è in Oreb”. Dalla roccia colpita “scaturirà dell’acqua e il popolo berrà”.

Che le cose vadano poi come Dio ha detto, è talmente scontato che il nostro autore nemmeno lo racconta: l’acqua uscirà abbondante dalla roccia e tutti la berranno… sarà un’acqua di vita, che darà nuova vita a grandi e a piccoli.

Quest’acqua molto celebre, l’acqua di “Massa e Meriba”, e cioè della “tentazione e della contesa”, oggi sgorga anche per noi e si fa l’acqua di due insegnamenti.

Il primo insegnamento riguarda il potere creatore di Dio. Annunciando a Mosè il rifiuto del faraone di far uscire il popolo e la sua ostinazione davanti ai suoi interventi, il Signore gli aveva detto che proprio in questo modo, colpendo ripetutamente il faraone e tutto quanto l’Egitto con i suoi prodigi straordinari, egli avrebbe manifestato la sua gloria davanti a tutti i popoli. Qui, alle prese coi mormorii dei figli di Israele, il Signore fa un po’ la stessa cosa: interviene con potenza e “obbliga” la roccia a spalancarsi e a diventare sorgente d’acqua pura, e così manifesta la sua gloria di Creatore. Ancora una volta insomma, Dio ricava il suo bene ed il bene di tutti dal male che facciamo…

Poi, l’altro insegnamento: il fatto che Dio stia – come abbiamo ascoltato – “sulla roccia che è in Oreb”, ci rimanda agli eventi del Sinai, al dono della legge che il Signore si appresta a dare al suo popolo. Ma in questo modo questi due grandi doni, della “legge” e dell’“acqua”, vengono collegati tra di loro, come realtà indispensabili alla vita. Acqua e Torah sono ambedue la vita che è donata nel luogo stesso dell’assenza di vita. Sì, l’acqua e le dieci parole della vita sgorgheranno sulle mani di Israele ed andranno a colmare la sua bocca, venendo fuori come dalla stessa roccia: un’unica sorgente di vita per la comunità che crede in Dio e che s’affida a lui come al proprio Signore.

Ecco allora, Dio che manifesta la sua gloria di Creatore, l’acqua e la legge come doni di vita nel cuore del disordine e del caos. Due insegnamenti per la nostra riflessione e la nostra preghiera…  

* * *

Ma ritorniamo alle recriminazioni. Prima ancora del colloquio “mortale” fra il popolo e Mosè, il nostro testo riporta un altro dialogo fra loro: “ Allora il popolo protestò contro Mosè e disse: «Dacci dell’acqua da bere». Mosè rispose loro: «Perché protestate contro di me? Perché tentate il Signore?»”.

Se ci pensate è strano… Qui chi di fatto “ha tentato” qualcuno, loha cioè messo alla prova, sinora è stato Dio, che ha condotto Israele in un luogo senz’acqua. Mosè invece accusa qui il popolo di essere lui a voler “tentare” Dio. Ma “protestare” perché l’acqua non c’è, quando non c’è davvero, in che senso è “tentare”?

Forse la soluzione la troviamo alla fine del nostro testo d’oggi, là dove viene detto che Mosè mise nome a quel luogo “Massa e Meriba”: “tentazione e contesa”, “a causa della protesta dei figli di Israele, perché avevano tentato il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?»”. Israele cioè ha davvero “tentato il Signore” perché, per dir così, lo ha “messo sotto pressione”, chiedendogli di intervenire per provare se davvero è presente oppure no: insomma, se noi dobbiamo credere che lui sia veramente presente in mezzo a noi, deve mostrarsi in maniera concreta, procurandoci l’acqua che ci serve. È, in sostanza, il tentativo di cambiare la fede in visione, la pretesa di fondarla su un miracolo…

Abbiamo oggi anche letto le tentazioni a Gesù nel deserto nel vangelo di Matteo. C’è lì un esempio particolarmente chiaro di che cosa significhi “tentare il Signore” esigendo un prodigio da lui. È quando il diavolo suggerisce a Gesù di “buttarsi giù dal pinnacolo del tempo”: Dio interverrebbe e non permetterebbe che egli cada e muoia, “poiché sta scritto” – e qui Satana si dimostra un buon conoscitore della Bibbia: «Egli darà ordine ai suoi angeli a tuo riguardo, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede contro una pietra»” (cfr Matteo 4, 5-6). Ma Gesù cita in risposta proprio Esodo 17: “Gli rispose:«È altresì scritto: Non tentare il Signore Dio tuo”. Obbligare Dio a agire per verificarne la potenza e la presenza, sarebbe inaccettabile: nessuno può forzare la mano al Signore!

Questo tipo di approccio a Dio è invece spesso caratteristico di molti credenti. C’è stata in questi mesi una persona che, sconsigliata da me di entrare in Facoltà di teologia per tutta una serie di sue e nostre problematiche, mi ha risposto: “Ma se io metto in gioco la mia vita per scegliere il pastorato, vuoi che il Signore non si prenda cura di me e non mi aiuti a farcela? Allora hai poca fede!”. Io forse avrò anche avuto poca fede, però quella persona stava “tentando il Signore” proprio come Israele a Refidim.

Dio non è la nostra “polizza assicurativa”, né la nostra garanzia di riuscita. Qualcuno ha scritto, e non a caso quel qualcuno era un ebreo, che “nella storia delle religioni, l’ostacolo più grande per una vita religiosa stabile, è sempre il fatto di identificare Dio con il successo”. Questo tipo di atteggiamento che lo “mette alla prova” e lo tiene quasi in ostaggio, stabilendo esattamente quello che deve fare se vuole che io continui a considerarlo il mio Dio, è un violare la sua divinità. SE ci pensiamo bene, già soltanto pensare di applicare al Signore il verbo “dovere” per qualcosa che io gli chiedo, è del tutto inaccettabile. Con tutta la tua fede, senza nemmeno che te rendi conto, diventi come Satana, un vero e proprio “tentatore” di Dio…  

* * *

Nel racconto dell’esodo ed in particolare nelle peregrinazioni di Israele nel deserto, questo “tentare Dio”, si acutizza, come abbiamo già visto,in maniera tutta particolare. E Mosè lotta ininterrottamente e senza mai disperare contro la “dura cervice”, cioè contro la pretesa di Israele che, se c’è Dio con lui, tutto deve andar bene e senza sofferenze, senza pensare invece che per lui come per tutti vivere è sempre impegno ad affrontare e a superare la durezza e lo scandalo delle proprie sofferenze, quelle sofferenze che sono costitutive della nostra umanità.

Ma certo il popolo soffre e continua a soffrire le privazioni che gli vengono inflitte durante il suo cammino nel deserto… le privazioni che il deserto gli infligge. E continua a “mormorare”. E Mosè soffre le privazioni e le mormorazioni del suo popolo… soffre con lui e soffre per lui.

 E se Israele piano piano cresce spiritualmente, temprato nel crogiolo delle sue sofferenze, anche Mosè cresce assieme a lui. L’abbiamo visto oggi in preda al panico mentre grida al Signore: “Che cosa devo fare per questo popolo? Ancora un po’ e mi lapideranno!”. Ma poi, quando il popolo si farà costruire da suo fratello Aronne “il vitello d’oro” e si prostrerà davanti a lui esclamando felice ed incosciente: “Questo è il tuo dio, Israele, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto” (cfr Esodo 32, 4), Mosè saprà elevare il tono delle sue parole e nel momento che seguirà quella tremenda apostasia, oserà ricordare al Signore la sua fedeltà, come una volta Abramo gli ricordò la sua giustizia, pronunciando queste audaci parole: “Ahimé, questo popolo ha commesso un grande peccato e si è fatto un dio d’oro; nondimeno, perdona ora il loro peccato! Se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!” (Esodo 32, 32).

E per aver detto questo, per aver fatto questo, Mosè potrà permettersi subito dopo di elevarsi più in alto, e di rivolgersi a Dio con parole davvero insuperabili, parole di profonda penetrazione e conoscenza: “Ti prego, Signore, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, venga il Signore in mezzo a noi, perché questo è un popolo dalla dura cervice; perdona la nostra iniquità e il nostro peccato, e prendici come tua eredità” (Esodo 34, 9). È strano, e difficile, e bello: è perché il popolo è così ostinato, che il Signore lo deve perdonare (c’è qui ancora un uso del verbo “dovere” applicato a Dio, ma certo siamo le mille miglia lontani da quell’altro uso che prima abbiamo condannato).

Certo, questo si spiega con l’inevitabilità della situazione stessa: se il suo popolo è così, e Dio vuole che rimanga il suo popolo, l’unica cosa che può fare è perdonarlo. Ma forse le parole di Mosè si possono anche interpretare un po’ diversamente. Normalmente, l’espressione “dura cervice” significa “ostinazione, disubbidienza e spirito ribelle”, e però in essa si nasconde una virtù segreta che viene alla luce solo raramente. È quella “santa audacia” che mette Israele in condizione di fare i suoi atti di fede innanzi a Dio. La sua “dura cervice” lo spinge a mormorare, a volte a ribellarsi, ma è anche sempre la sua “dura cervice” a far sì che Israele, capiti quel che capiti, di fatto non si stacchi dal suo Dio: dall’esilio a Babilonia via via fino alla distruzione del tempio e all’annientamento della nazione al tempo dei Romani, e poi ancora avanti nei millenni della diaspora fino all’atrocità della shoah, Israele è rimasto con un’ostinazione straordinaria attaccato al suo Dio. E Dio è rimasto attaccato a lui.

 Sì, “questo è un popolo dalla dura cervice; perdona la nostra iniquità e il nostro peccato, e prendici come tua eredità”. Qui Israele e Mosè sono diventati una cosa sola, e Mosè rappresenta veramente Israele al cospetto di Dio, e con la sua sofferenza, la sua ostinazione, la sua fede, Israele rappresenta tutti noi.

Ci rappresenta attraverso un suo figlio particolare, che è stato “posto” in lui “a caduta e a rialzamento”, e “come segno di contraddizione” (cfr Luca 2, 34): l’ebreo “circonciso all’ottavo giorno” Gesù di Nazareth.

                                                                                                        Ruggero Marchetti

 

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