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Giacomo 3, 1-18. testo biblico e predicazione di sabato 13 aprile 2013 a Scala dei Giganti

 

Giacomo 3 , 1 – 18

Fratelli miei, non siate in molti a far da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio, poiché manchiamo tutti in molte cose. Se uno non sbaglia nel parlare è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo.

Se mettiamo il freno in bocca ai cavalli perché ci ubbidiscano, noi possiamo guidare anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e siano spinte da venti impetuosi, sono guidate da un piccolo timone, dovunque vuole il timoniere. Così anche la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose. Osservate: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. Posta com’è fra le nostre membra, contamina tutto il corpo e, infiammata dalla geenna, dà fuoco al ciclo della vita.

Ogni specie di bestie, uccelli, rettili e animali marini si può domare, ed è stata domata dalla razza umana; ma la lingua, nessun uomo la può domare; è un male continuo, è piena di veleno mortale.

Con essa benediciamo il Signore e Padre; e con essa malediciamo gli uomini che sono fatti a somiglianza di Dio. Dalla medesima bocca escono benedizioni e maledizioni. Fratelli miei, non dev’essere così. La sorgente getta forse dalla medesima apertura il dolce e l’amaro? Può forse, fratelli miei, un fico produrre olive, o una vite fichi? Neppure una sorgente salata può dare acqua dolce.

Chi tra voi è saggio e intelligente? Mostri con la buona condotta le sue opere compiute con mansuetudine e saggezza. Ma se avete nel vostro cuore amara gelosia e spirito di contesa, non vi vantate e non mentite contro la verità. Questa non è la saggezza che scende dall’alto; ma è terrena, animale e diabolica. Infatti dove c’è invidia e contesa, c’è disordine e ogni cattiva azione.

La saggezza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia. Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace.

 

Fratelli miei, non siate in molti a far da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio, poiché manchiamo tutti in molte cose”.

In questi giorni, riflettevo su queste parole di Giacomo mentre ero impegnato nel seminario di formazione per i giovani pastori e pastore delle nostre comunità. E certo sono parole che ti mettono i brividi: “Far da maestri” è rischioso, perché si tratta di essere uomini e donne della parola; noi pastori siamo “ministri della parola”. E la parola che Giacomo in questa pagina presenta in maniera suggestiva come continuamente articolata dalla “lingua” posta in fondo alla gola come una sorta di animale in agguato nella tana, è una potenza da usare sempre con estrema cautela: beato allora chi non è chiamato a farne un grande uso, e stia attento e rifletta bene sulla sua decisione finché è a tempo, chi invece sceglie di vivere tutta la sua vita avendo come strumento la parola, perché si si assume anche un grosso rischio, una tremenda responsabilità, e guai se non è all’altezza del compito che si mette sulle spalle! Anziché edificare “il corpo di Cristo”, rischia di devastarlo.

È quanto Giacomo afferma nella parte finale di questo capitolo quando, dopo essersi soffermato a accumulare esempi sulla centralità e la pericolosità della parola generata dalla lingua, torna a rivolgersi, per metterli ancora in guardia, agli aspiranti maestri nella chiesa: “Se avete nel vostro cuore amara gelosia e spirito di contesa, non vi vantate e non mentite contro la verità. Questa non è la saggezza che scende dall’alto; ma è terrena, animale e diabolica. Infatti dove c’è invidia e contesa, c’è disordine e ogni cattiva azione”.

A questo punto, già ci siamo accorti che non siamo alle prese con una pagina di semplici consigli pratici di buon senso, del tipo: “Se vuoi vivere tranquillo, impegnati a controllare la tua lingua”. Qui c’è molto di più.

C’è una sapiente, realistica, profonda riflessione sulla parola, e perciò sull’essere umano, perché la parola è al cuore di tutto ciò che è umano, e della nostra vita e delle nostre riflessioni…

Ma proprio perché le cose stanno così, proprio perché l’essere umano è l’essere “parlante” (è questo che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi di nostra conoscenza, e ci rende infinitamente più grandi e anche più fragili di loro), Giacomo ci interpella con gran forza a riflettere con serietà sul rapporto strettissimo che esiste sempre nella nostra esistenza fra le nostre parole e i nostri atti, e fra opinione personale e rapporti comunitari. Perché – è una cosa che sappiamo molto bene, ma che dobbiamo sempre ricordare – è l’“essere” profondo di una persona che dà il senso alle sue parole, e questo più delle parole stesse che vengono pronunciate. Noi possiamo lanciare una medesima parola per distruggere o per costruire e l’effetto non sarà mai lo stesso: quella parola distruggerà o costruirà a seconda del nostro intento.

Insomma, veramente la parola è uno strumento insieme poderoso e delicato, da maneggiare con la massima cura, anche perché una parola detta non ritorna più indietro, e se è una parola che fa male, fa male per davvero! Come ammonisce Giacomo, “Osservate: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. Posta com’è fra le nostre membra, contamina tutto il corpo e, infiammata dalla geenna (sospinta come da una forza diabolica), dà fuoco al ciclo della vita (può incenerire tutta un’esistenza)”.

Noi conosciamo tutti la forza annientatrice delle chiacchiere, delle calunnie, delle bugie dette sovente senza neanche pensarci… E però sappiamo anche che, come dicevamo poco fa, non c’è umanità senza parola… non c’è uomo o donna senza una parola pronunciata su di lui, un nome ricevuto, un legame con altri esseri umani che passa sempre attraverso le sue e le loro parole… La lingua, allora è al tempo stesso micidiale e buona? Direi che di per sé, non è né buona né cattiva, è complessa, come noi siamo complessi.

Ma c’è una soluzione per questa complessità che certo ci sgomenta?

C’è, ci dice Giacomo. È “la saggezza che viene dall’alto”.

Sì, c’è “la saggezza”. Ma cos’è questa saggezza? Vallo a sapere… Forse è la coerenza di una vita che senza arrivare mai ad essere perfetta,pureci permette di vivere nella giusta relazione con noi stessi e con gli altri. Ci permette, se non quella perfezione che del resto non è nostra, perché – come ci è stato ricordato: “manchiamo tutti di molte cose”, di essere più umani: “La saggezza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia. Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace. Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”.

E però anche se può renderci più umani e anche se è per tanti aspetti la realtà più umana che ci sia, questa “saggezza”, come abbiamo ascoltato: “viene dall’alto”… sempre solo da lì.E allora qui davvero, altro che semplice morale a volte moralistica! Vedete come Giacomo, dopo averci parlato con profondo realismo di noi stessi, dopo aver fatto dell’antropologia, ora fa ancora una volta teologia: ci parla anche di Dio e del suo rapporto con noi e della sua indispensabilità per la nostra vera e piena umanità?

Qui Dio è presente dietro ogni parola – e come il sole che illumina ogni cosa ed illumina noi, e ci rende possibile vedere e essere visti anche se non pensiamo quasi mai a lui che splende in cielo. E poi però compare sulla scena in maniera diretta quando, marcando a fuoco le contraddizioni stridenti del nostro parlare che rivelano – secondo una sua immagine davvero “pennellata” con grande arte – il nostro “animo doppio”, Giacomo ci inchioda al fatto che “con la medesima bocca benediciamo il Signore e Padre; e con essa malediciamo gli uomini che sono fatti a somiglianza di Dio”. Il riferimento è da un lato a Genesi 1, che ci dice che Dio è veramente il nostro “Signore e Padre”, che ha creato l’universo e tutti noi “a sua immagine e somiglianza” con la potenza della sua parola, e dall’altro lato a Genesi 3, quando per colpa della parola travestita da sapienza del serpente, il male si è introdotto nel cuore dell’essere umano e da lì nel mondo intero.

In realtà, questo riferimento al Dio creatore si trova già all’inizio dell’Epistola, a dare il tono al tutto: “Dio ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità (ancora una volta, già qui “la parola”), affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature” (1, 18). Alla “Parola di verità” di Dio che è a fondamento del nostro stesso esistere, non possono non corrispondere la nostre“parole di verità”;ne va di tutto il nostro rapporto con lui, e ancora nella prima pagina del suo scritto, Giacomo ci ricorda anche questo: “Se uno pensa di essere religioso, ma poi non tiene a freno la sua lingua e inganna se stesso, la sua religione è vana” (1, 26).

A questo punto forse comprendiamo che “la saggezza che viene dall’alto” è davvero una realtà insieme umana e divina, proprio perché o è questa corrispondenza fra la “Parola di verità” di Dio e le nostre “parole di verità”, oppure non è niente.

E siccome, a proposito delle nostre “parole di verità”, noi conosciamo anche troppo bene i guai che combiniamo con la lingua e che Giacomo oggi ci ha descritto, sia che li subiamo, sia che (e certo questo capita) siamo a far subire agli altri le nostre parole cattive, sulla cresta del monte delle ferite subite oppure inflitte, questo testo è un’occasione per aprire un sentiero di vita nelle nostre relazioni perturbate. E ognuno di noi deve ascoltarlo per quel che lo riguarda e non per giudicare qualcun altro, deve lasciarsene toccare per riconoscere se stesso coi suoi limiti…

E se davvero noi ascoltiamo Giacomo, allora ci accorgiamo che è mediante la preghiera (“Con la bocca benediciamo il Signore e Padre”) e poi mediante ciò che la preghiera porta all’interno delle nostre relazioni, come acqua fresca in un terreno arido, che una situazione di sofferenza e talvolta di vera e propria morte provocata da un uso cattivo della lingua, può essere riparata. Riascoltiamo ancora una volta le frasi veramente luminose che chiudono la pagina di oggi: “La saggezza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia. Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”.

Dialogare con Dio, saperlo nominare e sapersi nominati da lui, ci permette di dialogare anche con gli altri, di fare loro posto nella nostra esistenza. E così comprendiamo che la parola falsa è quella che giudica l’altro, perché sovente questo squalificare l’altro dinanzi a dei comuni conoscenti, è il nostro modo per mostrarci saggi e intelligenti, per emergere un po’… ma emergere così, a spese di un fratello o una sorella, che senso ha? È un errore e un peccato, davanti a noi stessi e davanti a Dio. Ma poi c’è anche, e questa è pura grazia, la parola vera: la parola che sa chiedere perdono, che sa tacere se c’è da tacere, che sa lasciare all’altro il posto che gli spetta o anche soltanto quello che gli vogliamo dare come un dono… la parola che sa ricostruire…

Ecco allora: parlare per pronunciare una parola buona, e tacere e ascoltare: per fare questo ci vuole la preghiera. Ed è così, facendosi il luogo dell’articolazione della preghiera con le relazioni interpersonali, che la Chiesa può offrire uno spazio di speranza ai nostri conflitti umani.

E questo potersi offrire da parte della Chiesa come spazio di speranza per ritrovare la nostra umanità attraverso il recupero delle nostre parole è oggi particolarmente importante. Perché in questa società in cui le parole sovrabbondano, siamo tutti in preda ad un grande smarrimento. Ricordate la canzone di Mina:“Parole, parole, parole… parole fra noi…”? “Parole” a volte velenose, a volte spudorate, a volte disconnesse, spesso cinicamente contrarie alla realtà, eppure dette ugualmente con una gran faccia tosta (pensiamo a tanti politici di oggi…); ma anche parole pronunciate o, perché no?, scritte sulle pagine di Facebook per esprimere se stessi, per fare relazione… io riconosco che dietro a questa moda che personalmente mi infastidisce, c’è l’esigenza reale di tanti uomini e donne di uscire dalla propria solitudine…

Alla fine, sorelle e fratelli, davanti a questa abbondanza di parole, non possiamo non chiederci: nel villaggio globale che oggi è la nostra terra, noi viviamo in un mondo ingannevole di comunicazione in cui la lingua è continuamente manipolata e manipolatrice, oppure in un mondo di parola in cui la lingua costruisce relazioni vere e valide? In questa incertezza certamente pesante, la tentazione di tirarsi indietro e chiudersi in se stessi è molto forte…

Lasciamo risuonare in mezzo a noi le parole di Giacomo con la loro forza, la loro chiarezza, e anche con la loro umanissima ironia, perché se certo esse ci richiamano alla veridicità, e cioè a una piena coerenza fra le nostre parole e i nostri atti: “Se uno non sbaglia nel parlare è un uomo perfetto”, però poi Giacomo sa che nessuno è perfetto, e ce lo dice subito: “Manchiamo tutti in molte cose”… E dicendoci questo, ci dice che vivere è avanzare su un cammino di santificazione che non è ancora quello della santità… è sapere che anche noi – come credenti e come chiesa – inciampiamo sovente: “manchiamo” veramente “in molte cose”…

Saper questo e accettarlo, come lo accetta il severissimo Giacomo, ci aiuterà a smascherare i bugiardi incalliti attorno a noi e sopra di noi, ma a farlo senza rabbia… oggi c’è troppa rabbia in giro, soprattutto da parte di chi ieri accettava le menzogne con tutta tranquillità, e anche con un ammiccamento un poco complice… perché un cristiano può anche dare spazio ad una motivata indignazione e ad una giusta ira (a volte forse deve addirittura farlo), ma non può mai esser preda della rabbia… E questo richiamare ogni persona, e soprattutto chi ha responsabilità nella vita pubblica, all’esigenza della verità, insieme con chiarezza e senza rabbia… anche questo è un compito della Chiesa

Soprattutto di una chiesa protestante come la nostra, una chiesa cioè che definisce se stessa creatura e serva della Parola “vera”, che pone al centro del suo stesso esistere. Noi siamo “chiesa della predicazione”, nel sermone, nella catechesi, nello studio comunitario della Bibbia.

Ma qual è la predicazione che è al centro della nostra vita comunitaria? Una parola insipida o troppo piena di parole? Una parola che edifica o che invece distrugge e disorienta?

La vita della Chiesa non è la giustapposizione delle nostre parole personali: è invece la presenza nel seno delle nostre relazioni di una Parola che nomina, alimenta, interpella, spiazza le nostre false sicurezze per darci la certezza che dà senso a ogni cosa. Sì, al cuore della Chiesa c’è la Parola di Dio! Per noi, questa Parola si trova in Gesù Cristo, “la Parola” che – come ricordavamo all’inizio – “s’è fatta carne” o, per dirla in maniera più semplice, Dio resosi presente alla nostra esistenza.

Da noi questa Parola si condivide nel culto, che per questo è importante… La stiamo condividendo nella predicazione e poi la condivideremo nella Cena del Signore… È qui infatti, nel culto, che la Parola ci riunisce, ci rinnova e ci invia… È qui che ci unisce tra noi nella fraternità. E tutti i nostri incontri e le nostre attività, e tutti i progetti che insieme elaboriamo e proviamo a attuare, tutto quanto trova il suo senso nella Parola di Dio condivisa.

Così, alla fine di questo sermone, non possiamo non ribadire quello che avevamo già detto (o meglio, Giacomo ci aveva già detto) all’inizio: assumersi l’incarico di insegnare la Parola è davvero caricarsi di un gran rischio: c’è il rischio di ingannarsi e di ingannare, e c’è il rischio di prendersi per qualcuno che conta, mentre in realtà contiamo tanto poco… Ma Dio chiama sempre qualcuno nella Chiesa a caricarsi di questo rischio, perché la trasmissione, l’interpretazione, la meditazione della sua Parola sono semplicemente vitali per la sua comunità.

La Chiesa deve rendere presente la Parola nel mondo – noi siamo qui per questo. Lo deve fare così come può farlo e deve farlo, con le sue parole umane, con i suoi incontri, con le sue attività, a volte con il suo balbettio e con il suo silenzio, nella posizione del testimone che non parla perché “sa”, ma semplicemente dice ciò di cui vive.

Dicevo prima che la chiesa deve richiamare alla coerenza della verità chi edifica il suo potere sulla menzogna, e questo è vero e certo resta vero, ma questo non significa che la chiesa deve avere un parere su tutto. Deve soltanto (ma è un “soltanto” decisivo) condividere una parola vera, cioè la Parola che la fa vivere, la convoca e l’impegna, trasforma la sua vita e rinnova la vita degli umani.

E se questo è il compito di tutti, c’è poi chi nella chiesa questo compito è chiamato a viverlo in maniera particolare, e non è solo il pastore! Ci sono i monitori e le monitrici, i catechisti e le catechiste, i predicatori e le predicatrici, i membri del Consiglio della chiesa…

Un gran rischio, il loro, ma anche un meraviglioso grande dono. Perché, alla fine, non è forse bello, non è forse una gioia, per portare la Parola di Dio, prendere il rischio di una nostra parola, della nostra presenza, di un nostro gesto che permetta a un altro o a un’altra di trovare il suo posto nella vita?

Grazie allora a quelli che fra noi sono al servizio di questa trasmissione, e a ciascuno di coloro che, un giorno o l’altro, sono per chi incontrano testimoni della Parola, una polla d’“acqua dolce” per chi è assetato della vera vita.

                                                                                                                 Ruggero Marchetti

 

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