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Un pensiero dalla predicazione di domenica 14 aprile 2013 su Esodo 17, 1-7.

   QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni.

Nel racconto dell’esodo ed nelle peregrinazioni di Israele nel deserto, questo “tentare Dio”, si acutizzain maniera tutta particolare. E Mosè lotta ininterrottamente e senza mai disperare contro la “dura cervice”, cioè contro la pretesa di Israele che, se c’è Dio con lui, tutto deve andar bene e senza sofferenze, senza pensare invece che per lui come per tutti vivere è sempre impegno ad affrontare e a superare la durezza e lo scandalo delle proprie sofferenze, quelle sofferenze che sono costitutive della nostra umanità.

Ma certo il popolo soffre e continua a soffrire le privazioni che gli vengono inflitte durante il suo cammino, le privazioni che il deserto gli infligge. E continua a “mormorare”. E Mosè soffre le privazioni e le mormorazioni del suo popolo… soffre con lui e per lui.

E se Israele, temprato nel crogiolo delle sue sofferenze, cresce spiritualmente, anche Mosè cresce assieme a lui. L’abbiamo visto oggi in preda al panico mentre grida al Signore: “Che cosa devo fare per questo popolo? Ancora un po’ e mi lapideranno!”. Ma poi, quando il popolo si farà costruire“il vitello d’oro” e si prostrerà davanti a lui esclamando: “Questo è il tuo dio, Israele, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto” (cfr Esodo 32, 4), Mosè saprà elevare il tono delle sue parole e nel momento che seguirà quell’apostasia, oserà ricordare al Signore la sua fedeltà, come una volta Abramo gli ricordò la sua giustizia, pronunciando queste audaci parole: “Ahimé, questo popolo ha commesso un grande peccato e si è fatto un dio d’oro; nondimeno, perdona ora il loro peccato! Se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!” (Esodo 32, 32).

E per aver detto questo, Mosè potrà permettersi subito dopo di elevarsi più in alto, e di rivolgersi a Dio con parole insuperabili: “Ti prego, Signore, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, venga il Signore in mezzo a noi, perché questo è un popolo dalla dura cervice; perdona la nostra iniquità e il nostro peccato, e prendici come tua eredità” (Esodo 34, 9). È strano e è bello: è perché il popolo è così ostinato, che il Signore lo deve perdonare.

Certo, questo si spiega con la situazione stessa: se il suo popolo è così, e Dio vuole che rimanga il suo popolo, l’unica cosa che può fare è perdonarlo. Ma forse le parole di Mosè si possono anche interpretare un po’ diversamente. Normalmente, l’espressione “dura cervice” significa “ostinazione, disubbidienza e spirito ribelle”, e però in essa si nasconde una virtù segreta che viene alla luce solo raramente. È quella “santa audacia” che mette Israele in condizione di fare i suoi atti di fede innanzi a Dio. La sua “dura cervice” lo spinge a mormorare, a volte a ribellarsi, ma è anche sempre la sua “dura cervice” a far sì che Israele, capiti quel che capiti, di fatto non si stacchi dal suo Dio: dall’esilio a Babilonia fino alla distruzione del tempio e all’annientamento della nazione al tempo dei Romani, e poi ancora avanti nei millenni della diaspora fino all’atrocità della shoah, Israele è rimasto con un’ostinazione straordinaria attaccato al suo Dio. E Dio è rimasto attaccato a lui.

 Sì, “questo è un popolo dalla dura cervice; perdona la nostra iniquità e il nostro peccato, e prendici come tua eredità”. Qui Israele e Mosè sono diventati una cosa sola, e Mosè rappresenta veramente Israele al cospetto di Dio, e con la sua sofferenza, la sua ostinazione, la sua fede, Israele rappresenta tutti noi.

                                                                                                                      R. M.

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