sito delle CHIESE EVANGELICHE ELVETICA, METODISTA e VALDESE di TRIESTE e DIASPORA
Per ulteriori informazioni chiama lo 040 632770

Esodo 20, 4-6. Testo biblico e predicazione. San Silvestro-Cristo Salvatore, domenica 28 aprile 2013

 

Esodo 20 , 4 – 6

 

 

Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra.

 

Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

 

 

 

ATorinoc’è un bellissimo Museo Egizio – credo il secondo al mondo dopo quello de Il Cairo. Se andate a visitarlo ed entrate nella grande sala in cui colori e luci riproducono una notte stellata e la percorrete passando in mezzo alle grandi statue degli antichissimi dèi e dei faraoni di poco meno antichi di loro, proverete come tutti una sensazione di sgomento e piccolezza, che poi va precisandosi in un senso di timore e reverenza. Davvero quelle possenti immagini scolpite nel granito ti sovrastano il cuore, e non solo la testa, e anche se noi uomini e donne del ventunesimo secolo siamo così lontani come mentalità, cultura, e come tutto, dagli antichi egiziani da cui vengono a noi, sotto a quei simulacri avvertiamo qualcosa dell’esperienza religiosa che le ha prodotte…

 

 

E una sensazione tanto diversa e insieme tanto simile la si può provare nel Sud Italia, a Paestum o in Sicilia, davanti ai grandi templi greci, alcuni dei quali recano ancora sul frontone o nelle pareti le immagini degli dèi e delle dee a cui erano dedicati, dei loro miti e delle loro lotte. Lì, sullo sfondo di un cielo sempre azzurro e di un mare anch’esso azzurro e insieme spumeggiante, tutto è luminoso, e provi una profonda, veramente divina comunione con tutto quello che sta davanti a te e insieme ti circonda … ti senti parte viva di un mondo anch’esso vivo…

 

* * *

 

Le grandi, venerabili immagini delle divinità e dei re e degli eroi del mondo antico, che ancora oggi ci parlano e impressionano… Come mai Israele, il grande popolo di quel capolavoro della cultura umana che è la Bibbia, non ci ha lasciato niente di simile?

 

La risposta la conosciamo tutti e sta nel breve testo del secondo comandamento che abbiamo appena letto: Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra…”

 

E però, andando ancora avanti, come mai Israele, solo fra tutti i popoli e le culture dell’antichità, s’è dato ed ha seguito con uno scrupolo estremo questo divieto, che, in un’epoca in cui non esistevano immagini che non fossero religiose, gli ha impedito di coltivare e avere un’arte figurativa?

 

La risposta sta forse nell’altro testo dell’Esodo che oggi abbiamo ascoltato nella pagina che precede immediatamente il Decalogo.

 

È, questo testo, il compimento di un appuntamento e la realizzazione di una promessa. Ricordate quando, proprio lì, sullo stesso monte Oreb, Dio ha incontrato Mosè mentre andava dietro al gregge, l’ha strappato al suo lavoro di pastore e l’ha scaraventato sull’Egitto: “Va’, io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire il mio popolo”? Terrorizzato da quella prospettiva, Mosè aveva balbettato: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?”, e Dio non aveva fatto altro che ripetergli il suo ordine: “Va’, perché io sarò con te. E questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte”.

 

Adesso eccoli lì, Mosè e Israele. Tutto è andato come doveva andare, e non poteva andare diversamente, perché Dio, fedele alla promessa, è stato con Mosè nella terra d’Egitto e ha sconfitto il faraone, e ha fatto “uscire il suo popolo” da quella terra, e l’ha condotto attraverso il deserto fino al suo monte.

 

E adesso Mosè sale su quel monte ad incontrare quello stesso Signore che ha viaggiato insieme a lui e al suo popolo. E il Signore gli parla: “Voi avete visto quello che ho fatto agli Egiziani e come vi ho portato sopra ali d’aquila e vi ho condotto a me”.

 

È proprio così: i figli e le figlie d’Israele hanno visto quello che Dio ha fatto agli Egiziani; lo hanno visto in azione con la forza dell’aquila che dal cielo s’avventa sulla preda. Sì, il Signore s’è avventato sull’Egitto ed ha trionfato. E Israele ha trionfato con lui; e quelli che erano una massa di schiavi da sfruttare e poi lasciar morire, sono diventati un popolo di liberi. E adesso sono lì, come la sua “segullah”, la sua “proprietà particolare fra tutti gli altri popoli”.

 

È proprio, meravigliosamente così: “proprietà particolare”, perché Israele appartiene a Dio in maniera particolare: Dio l’ha scelto ed amato, e gli ha fatto conoscere il suo nome… il cuore del suo cuore.

 

E adesso che la lotta s’è conclusa, l’immagine dell’aquila assume un altro senso. Non più velocità, forza, aggressione; invece, tenerezza. Dio è l’aquila che veglia il proprio nido e vola attorno ad esso per insegnare a volare ai propri piccoli; e stende le sue ali su di loro, e se ce n’è uno impacciato opauroso, lo porta su di esse finché quell’aquilotto non trova il coraggio di lanciarsi da solo, e allora va e la segue mentre lei s’innalza, lentamente, a spirale.

 

L’“aquilotto” Israele non è più chiuso in gabbia; adesso ha il cielo aperto innanzi a sé. Deve avere il coraggio di volare. E come una madre forte e al tempo stesso tenera, Dio è pronto ad aiutarlo in questo volo nella libertà. E anzi già l’aiuta. Gli farà dono delle “dieci parole” che saranno per lui le “istruzioni di volo”, le indicazioni per conservare la libertà che ora può e deve vivere.

 

Ma allora… un Dio così: potente e inafferrabile come il soffio del vento … libero di scegliere per sé il popolo che vuole e di battersi per lui… il terribile Dio che ha piegato il faraone con la forza del fulmine, e il tenero Dio “aquila” che porta sulle ali i propri piccoli… come si fa a rinchiudere in un’immagine, fosse pure dell’oro più zecchino… un Dio così?

 

Sarebbe come pretendere di bloccare o raffigurare la vita, oppure il vento, in una statua… Come li rappresenti?… E chi può farlo?… Dio è davvero l’inimmaginabile, non puoi neanche pensarlo un simulacro…

 

E poi, una statua non si muove da sé… La statua va portata: la fai e la porti al tempio, oppure in processione… Ma qui, con questo Dio… non puoi portare colui che porta te, che ti ha portato dall’Egitto al Sinai e ti porterà ancora ovunque lui vorrà… E una statua tu la puoi possedere: la ordini all’artista e poi la paghi… e quella statua è tua… ma possedere colui che ti possiede, come sua “proprietà particolare”… più che una presunzione, è insensatezza!

 

Sì, è insensato pretendere di plasmare in un’immagine, portare e possedere il Dio che ti guida nel cammino.

 

E veniamo ora a vedere come è nato il “secondo comandamento”.

 

Molti studiosi si sono interrogati se il decalogo risalgaveramente all’epoca dell’esodo: vedono infatti in esso dei principi di vita comunitaria propri soltanto del tempo dei profeti, e sostengono allora che le “dieci parole” siano state composte all’epoca dei re, e anticipate poi fino a Mosè da quei redattori che al tempo dell’esilio a Babilonia hanno messo insieme tradizioni e manoscritti a formare la Bibbia come l’abbiamo oggi.

 

In ogni caso, questo non vale certamente per il “non farsi di Dio né sculturané immagine alcuna”. Se c’è una parola che risale ai giorni in cui Israele vagava nel deserto è proprio quella, proprio per il modo in cui nella sua situazione particolare di popolo in cammino, l’Israele dell’esodo vedeva Colui che lo guidava. Era, come abbiamo accennato, il “Dio del cammino”, e però fondamentalmente diverso da tutti gli altri “dèi del cammino” che nelle steppe e attraverso i deserti guidavano e proteggevano i gruppi erranti di nomadi. Così, nella Mesopotamia in cui fioriva il culto degli astri divinizzati, la luna era universalmente venerata come “il dio che apre il cammino”. Non è senza importanza che la città di Charan, la sede di un importante culto della luna, ha il nome che significa: “carovana”, era cioè il luogo dove si incontravano e da cui partivano i convogli, e per noi è significativo rilevare come lo stesso Abramo, seguendo la parola e la promessa del Signore, sia partito da Charan(cfr Genesi 12, 4).

 

E però già proprio il Dio di Abramo è incomparabilmente diverso da tutte le divinità solari, lunari e stellari: anzitutto gli si manifesta come il suo Dio e di nessun altro gruppo, e poi non è il Dio che è possibile vedere semplicemente alzando gli occhi al cielo, ma è Colui che si fa vedere (e soprattutto ascoltare) solo in certi momenti, e come e dove vuole. Fin dall’inizio allora, il Dio assolutamente libero da vincoli, che non ti dà riferimenti che non siano la sua libera promessa.

 

E anche nella sua rivelazione a Mosè, questo Dio il cui nome misterioso si può rendere con “Io sarò presente come colui che sarà presente” (cfr Esodo 3, 14), definisce se stesso dall’inizio come colui che non è legato ad una specifica apparizione, ma si mostra quando e come vuole a coloro che guida nel cammino prima verso la libertà e poi incontro alla terra promessa.

 

E nel loro cammino, Mosè e il popolo colgono la sua presenza ora nel fuoco, e ora nella nuvola, e ora nel fumo, e nel tuono e nel fulmine. Eppure Israele sa che quel suo Dio che gli si manifesta attraverso quelli che qualcuno potrebbe definire “fenomeni naturali”, pure resta fondamentalmente “l’Invisibile”, perché in realtà la nube, la colonna di fuoco, le manifestazioni impressionanti della sua presenza sulla cima del Sinai, nel momento stesso in cui ti dicono “C’è!”, te lo nascondono… E ti resta lo sgomento del contatto con un’energia straordinaria, che non puoi raffigurare perché è al di là di ogni raffigurazione, e di ogni fenomeno comunque determinato e conosciuto.

 

E allora tu comprendi che questo Dio che segnala se stesso nei più vistosi fenomeni atmosferici, è proprio per questo il “Signore della storia” che si serve della natura per instaurare il suo dominio (pensiamo alle “dieci piaghe”: all’acqua, all’oscurità, alle rane, alla grandine e al fulmine, alle cavallette… non è forse proprio attraverso questi fenomeni naturali che ha sconfitto il faraone?)e stabilire la sua unicità e assolutezza nel confronti di tutti gli “altri dèi” comunemente adorati.

 

Sì, veramente il divieto di farsi immagini di Dio nasce al tempo dell’esodo. Nessun momento storico successivo ha sentito con tanta forza questa esigenza. E tutta la successiva lotta di Israele contro le immagini e il loro culto, non è stata altro che la riscoperta ed il rinnovamento in situazioni storiche diverse di quella stessa esigenza originaria.

 

Insomma, unico tra tutti i popoli dell’antichità, Israele non può rappresentarsi il proprio Dio, perché quel Dio è veramente unico lui stesso! È fuori da ogni schema e da ogni pensiero e logica… Da Mosè fino all’Apocalisse è il Signore Vivente che dà vita alla vita… dà vita ad ogni vita…

 

Perché poi c’è anche questo: questo Dio del cammino e della storia è anche la sola fonte della vita.

 

Abbiamo letto oggi il Salmo 104. Quando tornate a casa, rileggetevelo. È un meraviglioso inno alla vita e al Dio della vita, che si preoccupa dell’uomo e nello stesso modo degli “asini selvatici”, e dei “camosci” e della “cicogna” e di tutti gli uccelli, e tutti i pesci, “piccoli e grandi”… della loro vita e anche, addirittura, del loro “divertimento”… e dà a ognuno il suo spazio ed il suo cibo, e dà a ognuno la vita, e la rinnova nel trascorrere delle generazioni: Tutti quanti sperano in te perché tu dia loro il cibo a suo tempo. Tu lo dai loro ed essi lo raccolgono; tu apri la mano, e sono saziati di beni. Tu nascondi la tua faccia, e sono smarriti; tu ritiri il loro fiato e muoiono, ritornano nella loro polvere. Tu mandi il tuo Spirito e sono creati, e tu rinnovi la faccia della terra”.

 

È davvero molto bello; e c’è questo “tu… tu… tu…” ripetuto ogni volta a dar risalto all’opera di Dio… E anche qui, veramente, bloccarlo in un immagine significherebbe farne l’esatto contrario di quel che in realtà è.

 

 

* * *

 

C’è ancora un’altra cosa. Israele ha proibito a se stesso di “farsi scultura o immagine” di Dio, perché (come abbiamo detto) sa bene chi è il suo Dio, ma sa anche bene chi è l’essere umano; e per questo sa bene che farsi un qualsiasi simulacro della divinità e prostrarglisi innanzi significherebbe non soltanto ignorare ed offendere la libertà di Dio, ma anche la dignità dell’uomo.

 

Perché Israele conosce la sua Bibbia, e sa come essa inizia:“Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio”.

 

L’essere umano è la grande “eccezione” alla proibizione delle immagini. Noi siamo vita, volontà, libertà, amore, personalità. In questo senso, siamo davvero nel mondo la sola vera immagine di Dio. E allora, fatalmente, farsi di lui altre immagini, significa dimenticare quel che in realtà e per grazia noi siamo. Significa avvilire la nostra dignità e quella di ogni singolo essere umano per rendere omaggio a qualcosa che ci è inferiore.

 

E questo vale non solo per le immagini del Dio della Scrittura, ma per ogni realtà che noi mettiamo al centro della nostra vita come un’immagine da adorare e sul cui modello plasmare noi stessi. E qui allora allarghiamo il discorso ben la di là del culto religioso delle immagini.

 

Credo che l’attualità e la validità per noi del “secondo comandamento” vadano viste oggi molto di più nella prospettiva laica del nostro rapporto con le mille e mille immagini in movimento o immobili da cui siamo ogni momento bombardati in questo nostro “tempo delle immagini”, che nella dimensione del culto.

 

Viviamo – lo sappiamo bene tutti – in un’epoca in cui i confini tra immagine e realtà sono saltati, e la realtà virtuale è spesso più reale di quella vera. E di fronte al trionfo della realtà a una sola dimensione… piatta come lo schermo della televisione o del computer o dell’i-Pod o del telefonino… c’è il rischio del nostro auto-appiattimento. Il rischio cioè di vederci solo come immagine da presentare agli altri e anche a noi stessi. Ed ecco allora la cura ossessiva di tanti, troppi, per il proprio corpo di cui già abbiamo parlato tante volte; ecco la diffusione di malattie come l’anoressia, che sono legate a un modo estremo di volere e vedere il proprio corpo; e l’omologazione soprattutto dei giovani alle mode, per cui sei se sei “in”; ecco il sentirsi di molti come in una continua soap-opera… E tutto questoci riduce a “maschere”: molta apparenza e pochissima sostanza…

 

Il “secondo comandamento”, con il suo ammonimento, che è poi un vero e proprio evangelo che dà gioia, che solo nella libertà nostra e di Dio c’è un vero rapporto con lui, ci richiama all’importanza di non svendere mai la nostra dignità di esseri umani fatti “a immagine di Dio”. E può darci ancheil coraggio di ricordare questo agli altri.

 

E ci vuole coraggio. Perché l’appiattimento oggi, c’è anche sui numeri. Se tanti pensano certe cose o fanno certe cose, o vedono certe cose, quelle cose non possono non essere giuste. E se tu questo criterio un po’ sommario di “giustizia” non lo accetti, minimo fai la figura dello snob. Di quello che “ha la puzza sotto al naso”. Israele – l’abbiamo ricordato già più di una volta – è stato l’unico popolo dei suoi tempi a non avere immagini del suo Dio. Ma anche solitario in questa scelta, ha saputo andare avanti. E questa non è stata una sua debolezza, ma una forza, la sua grandezza di popolo.

 

Abbiamo solo accennato alla dimensione cultuale del divieto delle immagini. Oggi anche tra noi Riformati che, pure in tutto quanto il cristianesimo siamo stati quelli che con più coerenza hanno ridato valore a questo fondamentale comandamento, c’è la tendenza a non essere più così assolutisti. Siamo uomini e donne che viviamo il nostro tempo della cultura dell’immagine, ed è faticoso per noi restarne senza, fosse anche solo in chiesa, e così nel nome del “Ma in fondo che male c’è?”, o anche più seriamente della necessità di adattare la nostra testimonianza alla sensibilità di chi ci vive accanto, a volte ci sentiamo esagerati nel nostro “no” a ogni rappresentazione e ad ogni simbolo.

 

Certo, forse sotto alcuni aspetti lo siamo per davvero, e allora ammorbidiamo pure certe ipersensibilità… però sempre ricordandoci che qui si gioca anche l’obbedienza alla parola di Dio.

 

C’è una cosa di Ulrich Zwingli, che fra i Riformatori fu sicuramente il più radicale nella riscoperta del “secondo comandamento”.che mi ha sempre colpito. Zwingli è stato un grande umanista, un uomo molto colto e aperto alla cultura, un grande amante delle cose belle, al punto che nei suoi scritti ha cercato a tutti i costi di salvare dall’inferno i grandi pensatori e i grandi artisti dell’antichità, perché gli avevano dato troppa gioia per pensare che fossero condannati alla perdizione eterna… Ma quando si è trattato di ubbidire alle parole: “Non ti farai scultura né immagine alcuna”, nel secolo (ricordiamolo sempre) di Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Dürer, pur di evitare anche solo la possibilità dell’idolatria, non ha avuto alcuna esitazione: “Fuori tutte le immagini dalle nostre chiese!”. In questo è stato grande, ha veramente dato gloria solo a Dio!

 

Cerchiamo d’essere un po’ grandi anche noi… Combattiamo perché gli uomini e le donne del nostro tempo non siano più ridotti a sola apparenza ed esteriorità, ma invece riscoperti nella loro dignità di unica vera “immagine” vivente del Dio vivente È il nostro modo, oggi, di ubbidire al “Non farti immagine alcuna”…

 

Il nostro modo di ubbidire al Signore.Sì, “Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire”, perché io ti ho liberato e devi restar libero, per te stesso, per tutti, per me!

 

 

                                                                                         Ruggero Marchetti

 

Scrivi un commento

Per pubblicare un commento devi primaautenticarti.

Chiesa Elvetica e Valdese

Piazza S. Silvestro 1
34121 Trieste
tel. e fax 040632770
chiesaelveticavaldese@gmail.com

Chiesa Metodista

Scala dei Giganti 1
34122 Trieste
tel. e fax 040 630892
chiesametodistatrieste@virgilio.it

Past. Dieter Kampen

Via dell'Eremo 191/1
34142 Trieste
cell. 348 096 7797
dkampen@chiesavaldese.org