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Un pensiero dalla predicazione su Esodo 20, 4-6, tenuta a San Silvestro domenica 28 aprile 2013

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni.

Molti studiosi si sono interrogati se il decalogo risalgaveramente all’epoca dell’esodo: vedono infatti in esso dei principi di vita propri soltanto del tempo dei profeti e sostengono allora che le “dieci parole” siano state composte all’epoca dei re, e anticipate poi fino a Mosè da quei redattori che al tempo dell’esilio a Babilonia hanno messo insieme tradizioni e manoscritti a formare la Bibbia come l’abbiamo oggi.

Se c’è un comandamento che risale sicuramente ai giorni in cui Israele vagava nel deserto è quello del “non farsi di Dio né sculturané immagine alcuna”. Questo, proprio per il modo in cui nella sua situazione particolare di popolo in cammino, l’Israele dell’esodo vedeva Colui che lo guidava. Era, come abbiamo accennato proprio adesso, un “Dio del cammino”. Ma fondamentalmente diverso da tutti gli altri “dèi del cammino” che nelle steppe e attraverso i deserti guidavano e proteggevano i gruppi erranti di nomadi. Questa funzione, nella Mesopotamia in cui fioriva il culto degli astri divinizzati, era ad esempio svolta dalla luna, venerata come “il dio che apre il cammino” e dalle stelle come suoi aiutanti. Non è senza importanza che la città di Charan, la sede più importante del culto della luna, ha un nome che significa: “carovana”, era cioè il luogo dove si incontravano e da cui partivano le carovane , e per noi è importante rilevare come lo stesso Abramo, seguendo la parola e la promessa del Signore, sia partito proprio da Charan(cfr Genesi 12, 4).

E però già il Dio di Abramo è diversissimo da tutte le divinità solari, lunari e stellari: anzitutto si manifesta a Abramo come il suo Dio, e di nessun altro gruppo, e poi non è il Dio che si può vedere semplicemente alzando gli occhi al cielo, ma è Colui che si fa vedere (e anzi soprattutto ascoltare) solo in certi momenti, e come e dove vuole. Fin dall’inizio allora, il Dio libero da vincoli, che non ti dà riferimenti che non siano la sua libera promessa.

E anche nella sua rivelazione a Mosè, questo Dio il cui nome si può anche rendere con “Io sarò presente come colui che sarà presente” (cfr Esodo 3, 14), si definisce come colui che non è legato ad una specifica apparizione, ma si mostra quando vuole e come vuole a coloro che guida nel cammino prima verso la libertà e poi verso la terra promessa.

E nel loro cammino, Mosè e il popolo colgono la sua presenza ora nel fuoco, e ora nella nuvola, e ora nel fumo, e nel tuono e nel fulmine. Eppure Israele sa che quel suo Dio resta fondamentalmente “l’Invisibile”, perché in realtà la nube, la colonna di fuoco, le manifestazioni della sua presenza sulla cima del Sinai, nel momento stesso in cui ti dicono “C’è!”, te lo nascondono. E a te resta lo sgomento del contatto con un’energia straordinaria che non puoi raffigurare perché è al di là di ogni raffigurazione, e di ogni fenomeno comunque determinato.

Ed allora comprendi che questo Dio che segnala se stesso nei fenomeni naturali, è proprio per questo il “Signore della storia” che si serve della natura per instaurare il suo dominio e stabilire la sua unicità nel confronti di tutti gli “altri dèi” comunemente adorati.

Veramente, il divieto di farsi immagini di Dio nasce al tempo dell’esodo. Nessun momento storico successivo ha sentito con tanta forza questa esigenza. E tutta la successiva lotta in Israele contro le immagini e un qualsiasi loro culto, non è stata altro che la riscoperta ed il rinnovamento in situazioni diverse di quella esigenza originaria.   R. M.

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