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Deuteronomio 5, 1-22. Testo biblico e predicazione tenuta in San Silvestro la domenica di Pentecoste 19 maggio 2013

 

Deuteronomio 5, 1–22

 

 

Mosè convocò tutto Israele e disse loro: Ascolta, Israele, le leggi e le prescrizioni che oggi io proclamo davanti a voi; imparatele e mettetele diligentemente in pratica.

 

Il Signore, il nostro Dio, stabilì con noi un patto in Oreb. Il Signore non stabilì questo patto con i nostri padri, ma con noi, che siamo qui oggi tutti quanti in vita. Il Signore vi parlò faccia a faccia sul monte, dal fuoco.

 

Io stavo allora fra il Signore e voi per riferirvi la parola del Signore, perché voi avevate paura di quel fuoco e non siete saliti sul monte.

 

Egli disse:

 

«Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù.

Non avere altri dèi oltre a me.

 

Non farti scultura, immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

 

Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano, poiché il Signore non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano.

 

Osserva il giorno del riposo per santificarlo, come il Signore, il tuo Dio, ti ha comandato. Lavora sei giorni, e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città, affinché il tuo servo e la tua serva si riposino come te. Ricòrdati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e con braccio steso; perciò il Signore, il tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del riposo.

 

Onora tuo padre e tua madre, come il Signore, il tuo Dio, ti ha ordinato, affinché i tuoi giorni siano prolungati e affinché venga a te del bene sulla terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà.

 

Non uccidere.

 

Non commettere adulterio.

 

Non rubare.

 

Non attestare il falso contro il tuo prossimo.

 

Non desiderare la moglie del tuo prossimo; non bramare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo».

 

Queste parole pronunciò il Signore parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nuvola, dall’oscurità, con voce forte, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede.

 

 

Israele è ormai davanti a Canaan, alla terra che sarà la sua terra. Già riesce a intravederla all’orizzonte, e Mosè, che si sa sulle soglie delle morte, perché l’esodo è giunto a compimento e con esso il suo compito e la sua stessa vita, si congeda con un grande discorso dal suo popolo. Il Deuteronomio, in fondo, non è altro che questo: la raccolta ricolma d’emozione delle ultime parole di un padre ai suoi figli e alle figlie raccolti attorno a lui.

 

Quasi all’inizio di questo suo congedo, ecco il ricordo delle “dieci parole” che quarant’anni prima il Signore aveva dato a lui e per mezzo di lui a tutto il popolo sulla cima dell’Oreb. É allora certo un ricordo che viene dal passato, ma orienterà il futuro di chi ascolta. Perché, abbiamo ascoltato come inizia: Mosè ricorda agli Israeliti della seconda generazione che sono lì con lui che quelle sue “dieci parole” Dio non le aveva date soltanto ai loro padri, ma anche a loro… sono “loro” parole. Daranno loro orientamento e guida anche quando lui, Mosè, non sarà più presente in mezzo a loro.

 

Ecco allora il “decalogo”. Una pagina importante e fra le più famose della Bibbia. Ma oggi, in questo giorno della Pentecoste, una pagina strana.

 

Perché… che cosa hanno a che fare queste “dieci parole” di divieto e comando con la libertà sovrana dello Spirito, del “vento di Dio” che “soffia dove vuole, e non sai da dove viene e dove va” (cfr Giovanni 3,8)?

 

Però forse… forse il “decalogo” è proprio una parola dello Spirito: una parola libera, che crea la libertà! Perché la libertà che lo Spirito crea e poi dona al mondo non è libertinaggio, e men che meno caos. È invece una parola che ha in sé dell’armonia… ha in sé bellezza ed ordine…

 

Tutti noi conosciamo la prima pagina della Bibbia, l’affresco della creazione scandita in sette giorni (cfr Genesi 1, 1 ss.). Alla base dell’opera di Dio non vi è forse quello Spirito che, prima che ogni cosa fosse chiamata ad essere, “aleggiava” poderoso sulle acque dell’abisso primordiale? E non è proprio lui, proprio lo Spirito, che dà pienezza e forza alle parole che Dio pronunzia sul nulla e sulle cose: “E Dio disse: – Sia luce!. E luce fu”. “Vi sia un firmamento tra le acque, che separi le acque dalle acque”. “Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un unico luogo ed appaia l’asciutto”… “E così fu”… “Così fu”… “Così fu”…

 

Non sono forse, queste, parole di comando? Ma sono anche parole di vita, da cui la vita erompe: il guizzare dei pesci… il volo degli uccelli… la corsa delle bestie della terra… il sorriso del primo essere umano… tutto nasce dalle parole di Dio e, insieme, è il frutto dello Spirito, ordinato e armonioso: “E Dio vide tutto quel che aveva fatto,ed ecco era molto buono e bello”…

 

E l’opera continua ancora, sempre ancora nella forza vitale dello Spirito di Dio. Come il salmista ha cantato all’inizio del culto: “Mandi il tuo Spirito e sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (cfr Salmo 104, 30). Il dono continuamente rinnovato della vita… la nostra libertà di poter vivere…

 

 

* * *

 

Sì, lo Spirito ci dona la libertà di vivere, e non la fatica di vivere. E questa libertà si fa “parola” sulla bocca di Dio. E sono ugualmente sue “parole di libertà” anche queste “dieci parole” che oggi abbiamo ascoltato, e invece normalmente ci sembrano degli obblighi pesanti… un po’ il dito di un Dio pieno di sé, levato a comandare, e teso a minacciare…

 

Ma è poi proprio così? È davvero “pieno di sé” questo Dio che ha parlato a Mosè ed a tutto Israele sul Monte Oreb? o la nostra lettura “vincolante” del “decalogo” deve essere rivista alle radici?

 

Un codice di leggi molto celebre che viene a noi da un’epoca ancora più antica di quella delle “dieci parole”, il testo della “Stele di Hammurabi”, inizia in questo modo: “Io sono Hammurabi, il pastore nominato da Enlil… Io ho messo la dirittura e la giustizia nella bocca del paese, ho procurato il benessere alle genti…”.

 

Nel nostro testo, nulla di tutto questo. Non è un uomo che parla, fosse pure un gran re, e non si presenta come un sovrano che impone la sua giustizia a tutti i popoli che gli sono sottomessi… No… qui chi parla è Dio, e si presenta come il liberatore degli schiavi: “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù”.

 

Noi siamo abituati, nel “decalogo”, a enumerare sempre (e a attualizzare) via via un comandamento dopo l’altro, dall’uno fino a dieci… Facendo in questo modo rinunziamo a cogliere la vita che qui palpita, con le sue gioie e con le sue tragedie. Perché in queste parole c’è la vita! Sono davvero una sorgente di libertà da vivere! È un movimento di liberazione che viene a te dal Dio che ti ha condotto fuori dalla tua schiavitù, e che da te va agli altri che ti vivono accanto.

 

Non è un caso se quelli a cui noi pensiamo sempre come ai “comandamenti”, la Bibbia invece li chiama “le parole”. E non è un caso se, nella lingua ebraica, “davar”, “parola”, significa anche “fatto”, “avvenimento”. La “parola di Dio” è il suo intervento, attivo ed incisivo, nel cuore di ogni aspetto della vita.

 

Ecco perché il “decalogo” si apre col divieto di ogni idolo. Un idolo è infatti la pretesa di impossessarsi di Dio racchiudendolo non solo in un’immagine,ma anche (e qui noi Riformati “iconoclasti” dobbiamo stare attenti – persino noi! – a non farci degli idoli) in un discorso che pretende di essere tutto vero e perfetto, così da dare a colui che lo pronuncia il monopolio della verità: un discorso “perfetto”, e perciò “chiuso” in confini ben chiari e invalicabili. Come nessuna immagine, così non c’è parola che possa mettere Dio a nostra disposizione, fosse anche nella forma della più bella e pura teologia. Dio – già l’abbiamo visto – interviene nelle nostre esistenze come un vento che ci apre gli orizzonti… è il contrario del “chiuso”… E nelle sue “parole” ci si offre nella sua diversità, quella diversità che tu non puoi afferrare né comprendere in pieno, perché solo così Dio è veramente “il Santo”, il “separato” da tutto ciò che esiste e non è lui… solo così è “il Vivente”, che ha liberato i suoi e adesso li accompagna e veglia su di loro perché restino liberi.

 

 

* * *

 

Rinunciamo allora alla folle pretesa di afferrare noi Dio, e lasciamoci invece afferrare noi da lui, perché ci proietti in avanti col suo soffio possente.

 

Il “Dio liberatore” ha già fatto per noi cose meravigliose nel passato, ed adesso ci chiama a un’esistenza riconoscente ed insieme responsabile, davanti lui e davanti a chi incontriamo sulla nostra strada di “liberati per la libertà” (cfr Galati 5, 1).

 

Lasciamoci coinvolgere dalla dinamica che anima il “decalogo” e che ne fa un progetto che mira a preservarci la libertà che abbiamo ricevuto.

 

All’inizio tutto è rivolto a Dio, ed il testo precisa qual è il comportamento che Egli esige da noi nei suoi confronti: il “Dio che ha liberato” è un “Dio geloso”, vuole i suoi in maniera indivisa, così come li ama totalmente.

 

Vi ricordate del profeta Osea? “Io ti attirerò a me, ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore.. .Ti unirò a me per sempre; ti unirò a me in giustizia ed equità, in benevolenza e compassioni… Ti unirò a me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore… Io ti dirò: «Tu sei il mio popolo», e mi risponderai: «Mio Dio!» (cfr Osea 3, 16 ss.).

 

Non c’è spazio, nel rapporto col Signore d’Israele, per nessun altra delle divinità dei popoli vicini. E neppure c’è spazio per un rapporto che non sia “dal cuore”… che sia sclerotizzato in un simulacro oppure in una formula di cui ti puoi servire del suo nome per avere la certezza che egli debba servirti per i tuoi scopi particolari…. È la terza parola: ”Non pronuncerai il nome del Signore, il tuo Dio, per l’illusione”… No, Dio ci ama nella verità: non sopporta menzogne, non vuole “automatismi” né incantesimi nel suo amore con noi.

 

E quest’amore è storia, e fa la storia: la storia di Israele e la nostra storia., nel correr via delle generazioni. È questo il senso dell’affermazione che urta il nostro senso di giustizia individuale, secondo cui Dio “punisce l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione per coloro che lo odiano”.

 

C’è qui dietro l’idea di “appartenenza”: nessun generazione in Israele potrà venire meno alla solidarietà di una storia che è sempre anche la sua. E comunque noi possiamo notare lo “squilibrio” tra punizione e fedeltà di Dio, perché questa parola poi continua: “usa misericordia fino alla millesima generazione verso coloro che lo amano e custodiscono i suoi comandamenti”. Anche qui… vedete?… “coloro che lo amano”: tutto è sempre centrato sull’amore!

 

Poi l’accento si sposta da Dio all’uomo, e ci troviamo nel cuore del “decalogo”. Sono le due parole che, uniche fra tutte, appaiono formulate in modo positivo: “Osserverai lo shabat, il giorno del sabato per santificarlo” e “Onorerai tuo padre e tua madre”.

 

Il sabato è il giorno del Signore… il “settimo dei giorni” in cui tu ti asterrai dal tuo lavoro, e così confesserai che tutto ciò che sei e tutto ciò che fai e il mondo in cui tu vivi… tutto viene da Dio ed appartiene a Lui.

 

È il giorno “santo”, il giorno consacrato, e perciò libero dalla contaminazione del volere e del fare di noi umani, che in questo modo veniamo liberati dal nostro sogno vano e sempre ricorrente di essere noi i padroni della nostra esistenza e di ogni cosa.

 

È il giorno del Signore. Eppure, stranamente non si parla dell’obbligo di un culto a cui prendere parte. Potremmo, in modo un po’ paradossale anche dire così: la santificazione del riposo non ti spinge a pensare a quel che devi fare tu per Dio. Al contrario, ogni shabat tu devi ricordare quel che lui ha operato per te: “Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di lì con mano potente e braccio disteso…”. Tu dovrai ricordare, ed in questo ricordo di un lavoro inumano dacui lui ti ha sottratto dovrai dare riposo a chi lavora per te, uomo, donna, animale: “Sei stato schiavo … dà riposo ai tuoi schiavi… a chi ti serve”, nel nome del tuo Dio!

 

 

Poi, l’altra parola: “Onorerai tuo padre e tua madre”: quando i tuoi genitori invecchieranno ( e non dimentichiamo che allora a quarant’anni si era vecchi) e perciò bisognosi del tuo aiuto, tu glielo presterai. Non farai come i popoli vicini che spesso non hanno cura degli anziani, salvo poi venerarli dopo morti come gli spiriti protettori della casa. Solo se “onorerai” (ed è un verbo bellissimo, il verbo di quella reverenza che nei nostri rapporti familiari dovremmo recuperare almeno un po’…) i tuoi vecchi, “i tuoi giorni saranno pieni e prolungati”: diventerai vecchio anche tu: avrai benessere e una vita compiuta da parte del Signore.

 

É strano e affascinante questo Dio che promette la vita non se gli rendi culto, ma se ti prendi cura dei tuoi cari…

 

E poi le altre parole, i divieti che debbono garantire una vita comune libera da paure e da sospetti: rispetterai la vita dell’altro: “Non ucciderai”; rispetterai l’integrità familiare: “Non commetterai adulterio”; rispetterai le proprietà dell’altro: “Non ruberai; rispetterai il suo onore e la sua libertà: “Non deporrai una testimonianza falsa contro il tuo vicino”.

 

E tutto è poi come riassunto in quel doppio divieto “dell’occhio cattivo” che conclude le“dieci parole”: “Non desidererai la donna del tuo prossimo … Non bramerai cosa alcuna del tuo prossimo”, che viene ad interdirci un’esistenza come “voler avere”, “voler prendere”… senza curarsi d’altro…

 

Nel mercato globale in cui viviamo, nello sconforto in cui oggi siamo immersi perché la crisi di impedisce di continuare a consumare come abbiamo sempre fatto, e questo è qualche cosa che ci annienta… sono davvero parole per noi.

 

Forse, su questo punto, è utile ricordare che quest’ultima duplice parola del “decalogo” corrisponde, in una significativa simmetria, alla due dell’inizio: “Non avrai altri dèi” e “Non ti farai immagine alcuna”, che – abbiamo detto – ci proibiscono di prostituire agli idoli di ogni tipo e maniera la nostra dignità e la nostra libertà di esseri fatti “a immagine” di Dio (cfr Genesi 1, 26). Dal boom economico degli anni ’60 in poi, a colpi prima di “Carosello” e poi di spot sempre più raffinati ed ossessivi, siamo stati plasmati ad essere idolatri, e lo siamo diventati! Viviamo, lavoriamo, sgomitiamo, ci preoccupiamo fino a non dormire per possedere cose che alla fine (o meglio sin dall’inizio) ci possiedono loro! E adesso che siamo obbligati a mollare qualcosa… la crisi è sempre crisi e ci fa male, e fa male soprattutto ai più deboli, e guardarla come qualcosa di positivo è allora segno di una sorta di snobismo che non possiamo permetterci, e che poi neanche è giusto… forse però tutto questo può aiutarci a reimparare a guardare i volti, gli occhi, la condizione degli altri, e non più le vetrine e gli scaffali… Forse è il momento di una nuova umanizzazione… e… chissà… di un nuovo umanesimo…

 

 

* * *

 

Abbiamo detto all’inizio che il “decalogo” non è affatto un elenco di comandi da osservare col cuore che ti batte di paura. Non è nemmeno la Stele di Hammurabi, cioèun testo giuridico che dispensa castighi o multe a chi le trasgredisca, e infatti non c’è in esso alcuna indicazione precisa di sanzioni da applicare in caso di bisogno. Così possiamo dire che le “dieci parole” non sono state scritte per punire, semmai per creare. Perché, come abbiamo visto, non guardano al passato… a quello che si è fatto o non si è fatto, ma guardano al futuro, a un avvenire come tempo donato per una vita e una comunità diverse da ogni altra, perché affidate alla cure di Dio… Sì, le “dieci parole” ci spalancano un tempo tutto nuovo, per la riconoscenza e per la lode. Parole allora, che si aprono e ci aprono, come fiori che sbocciano…

 

A questo punto, una piccola nota che vi sorprenderà. Voi sapete come l’identificazione precisa dei comandamenti sia diversa, controversa e molteplice.

 

Così, gli Ebrei (che certo sul “decalogo” hanno una grande autorità) considerano l’affermazione iniziale: “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù”, la prima delle “dieci parole”, mentre per noi cristiani è piuttosto un’intestazione che le introduce…

 

Ancora, per Ebrei, Cattolici e Luterani, il “non avere altri dèi” e il “non ti farai immagine” formano un solo comandamento che vieta gli idoli, mentre per gli Ortodossi e i Riformati qui abbiamo due divieti ben distinti.

 

Infine, l’ultima parola, quella relativa al “non desiderare” e al “non bramare”, costituisce per Ebrei, Ortodossi e Riformati un unico comandamento, mentre i Cattolici e i Luterani qui ne vedono due, distinguendo fra il desiderio della donna altrui e la bramosia delle cose altrui.

 

E però, la cosa che colpisce è che in questa quasi incredibile varietà di suddivisioni e interpretazioni, tutti alla fine si sono preoccupati di conservare le “dieci parole”. Per tutti sempre cioè qui le parti del discorso sono comunque dieci. Si potrebbe benissimo, e si sarebbe potuto – perché nel testo mica appare mai il numero “dieci” – dividere i comandamenti in modo da ricavarne nove, undici, dodici, o addirittura tredici… Ma nessuno mai lo fa, e nessuno mai lo ha fatto. Ripeto: tutti sempre solo “dieci”.

 

Perché?

 

È vero che guardando alle liste di precetti di altri popoli antichi, dagli Egiziani ai Sumeri, ai Babilonesi, ai Greci, ai Maya e ai Cinesi, il numero totale è quasi sempre dieci o venti o sessanta, o altri multipli di dieci. Il perché è molto chiaro: è il numero delle dita delle mani e dei piedi. È questa allora la ragione per cui, in una cultura come quella ebraica in cui invece il numero della totalità è dodici, si trovi questa lista delle “dieci parole”? Ma perché allora, non optare per le “dodici parole”, così da indicare una lista completa?

 

 

Forse proprio perché questa non vuole essere una lista completa, ed invece una lista aperta a nuovi apporti: “dieci” e non “dodici parole” perché le due parole che mancano sono quelle dell’apertura… Sì, questa è una lista incompleta perché così, incompleta, si apre sul futuro, sfocia sul nuovo, sull’inatteso del Dio che ce l’ha data…

 

E questo iato, questa incompletezza delle “dieci parole” è anche una lezione contro quell’arroganza che ha tanto caratterizzato il cristianesimo e spesso lo caratterizza ancora oggi.

 

La pretesa cioè cheogni principio o valore globalmente condiviso dall’umanità porti in sé la sua origine cristiana… Insomma noi saremmo veramente l’ “anima del mondo”, e tutto ciò che al mondo è buono e giusto viene da noi, anche se gli altri, tutti i non cristiani, nemmeno se ne rendono conto… È quell’arroganza in perfetta buona fede che portò, oramai qualche anno fa, un teologo cristiano a definire “cristiani anonimi” tutti i credenti delle altre religioni: “Un ebreo? un musulmano? loro non lo sanno, ma in realtà sono cristiani”…

 

E se poi certo, e anche per fortuna, c’è sovente fra il cristianesimo e le altre tradizione culturali o religiose una larga convergenza di vedute, non è però questo un buon motivo per accreditare il valore universale del cristianesimo. I motivi che spingono a condividere i medesimi obiettivi, il medesimo impegno, le medesime lotte, possono essere i più diversi! In questo senso, non vi sono “comportamenti cristiani”, ma solo dei comportamenti che per alcuni – per noi – sono fondati sulla nostra fede in Cristo, per altri, su altre basi.

 

Le “dieci” e non “dodici parole” ci danno un insegnamento di umiltà o anzi, pensando al fatto che in massima parte sono dei divieti, l’undicesima o la dodicesima parola che non ci sono, ci proibiscono l’arroganza.

 

In una società plurale e pluralista come la nostra, le chiese ed i cristiani dovrebbero imparare a rinunciare a prendere se stessi come la coscienza morale del mondo.

 

Forse, le nostre chiese evangeliche questa rinuncia hanno già iniziato a praticarla, e se in questi mesi di incontri settimanali molto densi, l’ho conosciuta almeno un po’, credo sia proprio questo uno dei motivi per cui Chiara oggi ha chiesto di essere ammessa nella chiesa valdese. Già l’ho ripetuto tante volte, ma a volte “repetita juvant”: le nostre chiese hanno avuto in questi anni il coraggio di accettare il confronto con la modernità più di altre denominazioni e confessioni cristiane, proprio perché, grazie alla nostra lettura critica, esigente e approfondita della Scrittura, e anche alla rilettura anch’essa senza miti che – facilitati dal fatto di non coltivare nessuna pretesa di infallibilità, – abbiamo fatto della nostra storia, abbiamo imparato a essere autocritici, e se questo alle volte non è il massimo dell’appagamento, però ci aiuta capire che, ad esempio nei confronti di carattere etico (e tanta parte del cristianesimo oggi si gioca lì, sull’etica), noi dobbiamo anzitutto essere rispettosi delle posizioni e convinzioni altrui, e poi abbiamo anche il dovere della chiarezza: saremo più credibili, e forse già lo siamo, perché generalmente lo facciamo, nella misura in cui abbiamo il coraggio di dire ai nostri compagni di strada: “Guarda che io condivido i tuoi stessi obiettivi perché sono un credente, e è la mia fede, che non è la tua, che magari sei ateo, che mi ti fa essere accanto, e che anche fa sì che ti senta vicino con tutto quello che ci differenzia”.

 

 

Allora avanti, Chiara, nell’umiltà e nella gioia delle “dieci parole” che sono legge, sono il condensato della Torah di Dio per il suo popolo, ma sono anche “evangelo”. Il “lieto annunzio” di un Dio che s’è impegnato e compromesso per noi, per farci vivere da uomini e donne “liberi”.

 

Sì, veramente queste dieci famosissime parole sono un dono dello Spirito. Ma proprio perché dono, anche mandato (con Dio è sempre così). Un appello che ci chiama a nostra volta ad impegnarci per la libertà degli altri: il tuo ingresso nella chiesa ha anche questo senso: è una confessione di libertà ricevuta per farne dono agli altri. Insomma, “libera per liberare”! E mi sembra un bel programma…

 

Di fronte al Dio dell’esodo e del Sinai, al Dio dell’alleanza delle “dieci parole”, al Dio di Gesù Cristo il nostro Salvatore, io ti ripeto e ripeto a tutti voi col cuore colmo di riconoscenza per i doni di cui siamo colmati… oggi in particolare il Signore ha donato a Chiara una chiesa e ha donato Chiara alla chiesa (e forse forse ci guadagniamo noi…)… ripeto la grande affermazione dell’Apostolo che è stata prima letta: “Il Signore è lo Spirito, e dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito” (2 Corinzi 3, 17-18).

 

L’azione del Signore”, che non cessa di agire e oggi lo fa per noi… che oggi ci ripete: “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù”. Liberi per rimanere liberi. Liberi e libere, per essere nel mondo il suo vessillo di libertà e di vita… un’esistenza pienamente umana.

 

 

                                                                                         Ruggero Marchetti

 

 

 

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