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Un pensiero dalla predicazione tenuta in San Silvestro il 19 maggio 2013, domenica di Pentecoste

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

Lo Spirito ci dona la libertà di vivere, e non la fatica di vivere. E questa libertà si fa “parola” sulla bocca di Dio. E sono ugualmente sue “parole di libertà” anche queste “dieci parole” che oggi abbiamo ascoltato, e invece normalmente ci sembrano degli obblighi pesanti… un po’ il dito di un Dio pieno di sé, levato a comandare, e teso a minacciare…

 

Ma è poi proprio così? È davvero “pieno di sé” questo Dio che ha parlato a Mosè ed a tutto Israele sul Monte Oreb? o la nostra lettura “vincolante” del “decalogo” deve essere rivista alle radici?

 

Un codice di leggi molto celebre che viene a noi da un’epoca ancora più antica di quella delle “dieci parole”, il testo della “Stele di Hammurabi”, inizia in questo modo: “Io sono Hammurabi, il pastore nominato da Enlil… Io ho messo la dirittura e la giustizia nella bocca del paese, ho procurato il benessere alle genti…”.

Nel nostro testo, nulla di tutto questo. Non è un uomo che parla, fosse pure un gran re, e non si presenta come un sovrano che impone la sua giustizia a tutti i popoli che gli sono sottomessi… No… qui chi parla è Dio, e si presenta come il liberatore degli schiavi: “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù”.

 

Noi siamo abituati, nel “decalogo”, a enumerare sempre (e a attualizzare) via via un comandamento dopo l’altro, dall’uno fino a dieci… Facendo in questo modo rinunziamo a cogliere la vita che qui palpita, con le sue gioie e con le sue tragedie. Perché in queste parole c’è la vita! Sono davvero una sorgente di libertà da vivere! È un movimento di liberazione che viene a te dal Dio che ti ha condotto fuori dalla tua schiavitù, e che da te va agli altri che ti vivono accanto.

 

Non è un caso se quelli a cui noi pensiamo sempre come ai “comandamenti”, la Bibbia invece li chiama “le parole”. E non è un caso se, nella lingua ebraica, “davar”, “parola”, significa anche “fatto”, “avvenimento”. La “parola di Dio” è il suo intervento, attivo ed incisivo, nel cuore di ogni aspetto della vita.

 

   Ecco perché il “decalogo” si apre col divieto di ogni idolo. Un idolo è infatti la pretesa di impossessarsi di Dio racchiudendolo non solo in un’immagine,ma anche (e qui noi Riformati “iconoclasti” dobbiamo stare attenti – persino noi! – a non farci degli idoli) in un discorso che pretende di essere tutto vero e perfetto, così da dare a colui che lo pronuncia il monopolio della verità: un discorso “perfetto”, e perciò “chiuso” in confini ben chiari e invalicabili. Come nessuna immagine, così non c’è parola che possa mettere Dio a nostra disposizione, fosse anche nella forma della più bella e pura teologia. Dio – già l’abbiamo visto – interviene nelle nostre esistenze come un vento che ci apre gli orizzonti… è il contrario del “chiuso”… E nelle sue “parole” ci si offre nella sua diversità, quella diversità che tu non puoi afferrare né comprendere in pieno, perché solo così Dio è veramente “il Santo”, il “separato” da tutto ciò che esiste e non è lui… solo così è “il Vivente”, che ha liberato i suoi e adesso li accompagna e veglia su di loro perché restino liberi.                                               R. M.

 

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