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Apocalisse 21, 1-8. Testo biblico e predicazione tenuta in San Silvestro il 25 maggio 2013

Apocalisse 21 , 1 – 8

 

Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. E udii una voce potente che usciva dal trono:

 

Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

 

Egli dimorerà tra di loro

 

ed essi saranno suoi popoli

 

ed egli sarà il Dio-con-loro.

 

E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi;

 

non ci sarà più la morte,

 

né lutto, né lamento, né affanno,

 

perché le cose di prima sono passate”.

 

 

E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”; e soggiunse: “Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

 

Ecco sono compiute!

 

Io sono l’Alfa e l’Omega,

 

il Principio e la Fine.

 

A chi ha sete darò gratuitamente

 

acqua della fonte della vita.

 

Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;

 

io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

 

Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte”.

 

 

 

L’ Apocalisse è un sogno ad occhi aperti. Lo Spirito di Dio s’è calato sull’isola di Patmos, ha afferrato Giovanniil credente, lì al confino per la sua fede in Cristo, ed ha fatto di lui Giovanni il visionario. Gli ha spalancato il cielo e gli ha fatto vedere ciò che di norma un mortale non vede.

 

Sì. Gli occhi di Giovanni hanno potuto specchiarsi negli occhi di Dio, e il sogno stupefatto di quest’uomo s’è fatto più reale del reale: a lui s’è rivelato, (Apocalisse vuol dire “svelamento, rimozione del velo”) il progetto di Dio sulla storia e sul mondo.

 

 

Questo sogno “reale” s’è poi fatto scrittura, è diventato libro, una parola d’incoraggiamento che si rivolge alle sette piccole, minoritarie comunità cristiane dell’Asia Minore, le chiese di Giovanni, sottomesse al potere dell’impero e spesso anche alle prese con la persecuzione, la cui fede è in pericolo.

 

La drammatica situazione di questi cristiani della fine del primo secolo li spingeva infatti a chiedersi angosciati come poter continuare a credere. Perché le forze e gli eventi con cui erano ogni giorno confrontati, non potevano non indurre anche i più forti allo scoraggiamento. Il male sembra avere il sopravvento, trionfa ovunque… e loro, i credenti, non sono risparmiati. I capitolidal 6 al 19 dell’Apocalisse sono la descrizione impressionante dell’imperversare del male nella storia degli uomini…

 

 

Ma è anche, questo libro, la proclamazione alta e forte che non è il male che tiene nei suoi artigli la trama della storia e delle vite umane. No. Il male non avrà l’ultima parola, perché c’è Dio!

 

Dio che ha – solo lui! – il potere di separare ciò che distrugge da ciò che costruisce e che fa crescere… E Dio sarà, meglio, è già stato in Cristo, nella sua morte e la sua risurrezione, la sconfitta del male… la morte della morte. E dà senso al presente, e luce all’avvenire.

 

Ricordate, all’inizio del capitolo 6, i quattro cavalieri che balzano fuori all’aprirsi dei sigilli del libro della storia da parte dell’“Agnello immolato eppure in piedi”, immagine proprio di Gesù morto e risuscitato?… Ricordate le spettrali figure del“cavaliere rosso” della guerra, del“cavaliere nero”della fame e della carestia, del “cavaliere dal colore del cloro” delle pestilenze e della morte, che col loro galoppo simboleggiano i mali della storia, il soffrire dell’uomo sulla terra? E ricordate il“cavaliere bianco”, che“viene fuori da vincitore e per vincere ancora”:quell’abbagliante lampo, armato d’arco e coronato d’oro, che è la potenza della risurrezione di Gesù, che corre anch’essa nella storia umana e lotta contro gli altri cavalieri, ed alla fine li disarcionerà? (cfr 6, 1 ss.)?

 

 

Sì, la storia troverà il suo compimento nel trionfo di Dio sulle forze del male e della morte. E questo compimento noi già lo contempliamo nella pagina di oggi: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra…”. È la nuova creazione, ed è insieme la luminosa descrizione della “sposa di Cristo”, della “Gerusalemme nuova che discende dal cielo”, della quale fanno parte sin da adesso i credenti in Colui che “fa nuove tutte le cose”.

 

Così, sognando e facendole sognare con lui, Giovanni ridà uno slancio nuovo alla speranza in crisi dei suoi fratelli e sorelle nella fede delle chiese dell’Asia… ancora apre per loro un avvenire.

 

Lo stesso fa per noi, così diversi, ma anche così simili. Noi come loro confrontati col male, noi come loro tentati dallo scoraggiamento, dalla domanda se vale ancora la pena di continuare a credere, noi come loro minoritari nella società, e come loro perseguitati… La sola differenza è che quei nostri antichi fratelli e sorelle nella fede soffrivano per cause a loro esterne (l’odio dei pagani, le persecuzioni organizzate dallo stato, l’insidia degli eretici…), noi invece, molto spesso, siamo da soli i persecutori più spietati di noi stessi…

 

 

Ho detto poco fa che questo testo ci mette sotto gli occhi le primizie della nuova creazione. L’Apocalisse è noto come il libro della fine del mondo. Ciò che qui invece è importante, è che in realtà non spreca una sola parola per descrivere il cataclisma finale… appunto, la fine del vecchio mondo che farà spazio al nuovo. No, qui c’è semplicemente il compimento delle promesse che, come abbiamo ascoltato in Isaia, Dio attraverso i profeti ha donato al suo popolo e – in lui – all’intera umanità: “Ecco, io creo nuovi cieli ed una nuova terra; non ci si ricorderà più delle cose di prima, esse non saliranno più fino al cuore” (Isaia 65, 17).

 

E, come anche abbiamo detto, questo mondo nuovo, nel quale non a caso manca “il mare”, che nella Bibbia è visto come il residuo nel mondo dell’oceano primordiale e della potenze distruttive del caos, è il quadro in cui si cala la ”Nuova Gerusalemme”, la città della gioia. Il luogo di raduno e comunione di tutti quelli che Dio ha trasfigurato, ha fatto uomini nuovi, donne nuove…

 

E Dio “dimorerà con loro, ed essi saranno suoi popoli ed Egli, il ‘Dio con loro’ (potremmo anche dire: “l’Emmanuele”) sarà il loro Dio”.

 

È un’apertura straordinaria: non più solo Israele, né soltanto la chiesa, ma tutte le nazioni, l’intera umanità: nessuno è escluso dalla novità in questo mondo, che non soltanto non conosce più la minaccia del mare, ma nel quale tutto ciò che è un’insidia per la felicità, per la pace… tutto ciò che è contrario alla vita non troverà più posto.

 

La nuova creazione sarà in questo sostanzialmente diversa da quella in cui noi oggi portiamo avanti la nostra esistenza. Qui non ci è semplicemente preannunziato un mondo migliore, ma un mondo “altro”… un “altro mondo” in cui tutto ciò che mutila e distrugge noi e il creato è annientato per sempre. Non vi sarà più sofferenza, la morte stessa… la morte già sconfitta una volta per tutte nella morte di Cristo… sarà affogata nell’eternità.

 

 

E in quest’eternità noi saremo per sempre “figli e figlie di Dio”.

 

Chi vince”… chi avrà avuto il coraggio della fedeltà e avrà seguito Cristo sulla via della testimonianza della fede, che è anche la via del martirio, “erediterà queste cose, e io sarò per lui Dio, ed egli sarà per me figlio”.

 

Se la salvezza non va mai compresa (anche questo è importante) come la “mia salvezza”, ma è sempre una realtà comunitaria, è “la città santa”… rimane sempre vero che noi per Dio non siamo mai una massa, non siamo mai “la gente”…

 

Per rifarci ad un’altra bellissima espressione profetica, “Dio ci porta scolpiti sulle palme delle sue mani” (cfr Isaia 49,16): ha innanzi a sé il volto, il sorriso, il pianto di ciascuno. Perché ama ciascuno di noi di un amore particolare… potremmo dire: “a ciascuno il suo amore”… e questo privilegio ci sarà mantenuto e rafforzato nella sua “nuova creazione”: come Gesù e in Gesù, ognuno di noi sarà “figlio e figlia di Dio”.

 

 

Ma”… ma c’è un “ma” a tutto questo. Neanche alle prese con la “nuova creazione”, l’Apocalisse smentisce l’intransigenza che la contraddistingue: “Ma per i vigliacchi, infedeli, depravati, omicidi, impudichi, avvelenatori, idolatri e per tutti i mentitori, la loro parte è nello stagno che brucia con fuoco e con zolfo”.

 

E così, all’improvviso, la luminosità della visione si sfrangia nel bagliore minaccioso delle fiamme di un rogo…

 

Un cristiano o una cristiana non può vivere in maniera indegna di Dio. Se questo avviene, c’è la separazione, che diventa esclusione dolorosa. Giovanni si rivolge a quei fratelli delle sue comunità che per quieto vivere o anche per un loro modo troppo “irenico” di vedere le cose, sono attratti dal sincretismo romano e da una filosofia e una sapienza umane che sono seducenti ma anche ti allontanano da Dio, e dice loro in modo molto chiaro che la “nuova creazione” è la continuazione della comunione con Dio che tu già vivi qui, e questa comunione esclude certe pratiche e certi comportamenti che fanno ingiuria a Dio! Chi dà il suo cuore al male anziché a lui, rigetta Dio e gli volge le spalle, deve sapere che le sue scelte sono di fatto agli antipodi del “nuovo” che Dio crea. Per lui “il nuovo” non c’è: c’è solo il nulla…

 

 

* * *

 

E tuttavia, quando noi ripensiamo a questa pagina, a rimanerci impressa non è questa pur spaventosa prospettiva dell’annientamento. Se ci pensiamo bene, la minaccia finale qui viene piuttosto a delimitare e perciò a dare spessore e concretezza alla luce e alla gioia del “nuovo cielo”e della “nuova terra”. Ma stranamente è proprio questa gioia… è proprio questa luce a metterci a disagio.

 

Io credo che anche oggi, di fronte alla visione della “dimora di Dio con gli uomini” avvertiamo come una nostalgia venata d’amarezza, perché ci rendiamo conto che questo è veramente un mondo “altro”, diverso dal nostro!

 

In particolare, quello che soprattutto ci colpisce, è il Dio “presente”: è questo “Dio-con-gli-uomini”… che parla e annuncia il “nuovo” che ha già fatto. Perché per noi oggi, al contrario, Dio è invece il grande assente… e non parla…

 

 

A molti di noi non è dato di vivere una fede tranquilla, ma una fede che sente il silenzio di Dio, la sua assenza dalla vita degli uomini e dal loro dolore e dalle loro gioie, e ne è ferita… una fede che lotta contro questa assenza sofferente, e che solo così recupera se stessa… Per molti di noi, me per primo, la fede è pregare ogni giorno con le parole dal padre del giovane epilettico del vangelo di Marco: “Signore, io credo, ma tu vieni in aiuto alla mia incredulità!” (9, 24) …

 

Sì, la tentazione dell’incredulità che spesso nasce dall’esperienza che il cielo sembra chiuso. Se l’autore dell’Apocalisse ha visto il cielo aperto innanzi a lui, il nostro cielo è serrato, e è pesante. Forse perché non sappiamo più vedere… perché non abbiamo gli occhi buoni. O forse, più semplicemente, non li solleviamo più – gli occhi – verso il cielo… E comunque anche quando li alziamo, i nostri occhi sono sospettosi… occhi che non contemplano, ma spiano diffidenti…

 

In realtà, il punto è forse questo: Dio ci sembra indifferente verso gioie e dolori, perché noi siamo indifferenti verso le gioie ed i dolori altrui; ci sembra silenzioso, perché noi non sappiamo più dire una parola affettuosa, partecipe, che dia e che condivida serenità e consolazione… Le nostre bocche si sono fatte mute, i nostri occhi si sono disseccati: chi sta bene è tentato dal cinismo e chi sta male dalla disperazione…

 

 

Che fare?… Questa visione dell’Apocalisse ci fa dono di un punto di contatto tra il nostro mondo e la nuova creazione, ci offre una via d’uscita verso la “nuova Gerusalemme”, là dove dice: “Egli… asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”.

 

Ricordate la parola di Gesù: “Beati coloro che piangono, perché saranno consolati” (Matteo 5,4)? Forse, per aver parte alla nuova creazione, in questo mondo che non sa più piangere né d’un vero dolore né d’una vera gioia ma solo d’amarezza, d’angoscia e di dispetto, dobbiamo rimparare a gustare la dolcezza salata delle lacrime! Soltanto gli occhi lucidi d’un luccichio che sale su dal cuore ci renderanno umani e perciò degni di stare al cospetto di Dio!

 

E lui, allora, guarderà al nostro pianto, si chinerà su noi e con un gesto eterno d’amore e tenerezza ci asciugherà le gote.

 

E capiremo che l’assenza di Dio che ci feriva era solo apparente, che Dio è presente nel cuore stesso della nostra umanità. Che la mano che si stende verso le nostre lacrime, in realtà ha sempre tenuto con forza dentro sé l’avvenire del mondo, e in esso ogni avvenire d’ogni creatura umana… Capiremo che, di là dal nostro sconsolato fatalismo, le realtà presenti, così impregnate di sofferenza, non sono affatto le ultime realtà. Che veramente, per tornare alla “del cavaliere bianco”, egli “ha vinto e vincerà ancora”.

 

A noi qui oggi è chiesto e insieme è dato di ascoltare il galoppo del “bianco cavaliere”… cogliere la presenza della vera realtà: Cristo ha sconfitto il male… una volta per tutte.

 

Noi questo lo sappiamo: è il dono che ci viene dalla fede, e allora noi possiamo essere i testimoni e i portavoce del diritto di vivere, di amare e essere amati, di perdonare e d’esser perdonati, di piangere e di esser consolati, di condividere e di essere saziati…

 

 

Sì, dall’inizio alla fine, l’Apocalisse chiama i credenti a combattere e a vincere con Gesù contro ogni forma di rassegnazione e di cinismo. Per questo, dall’inizio alla fine, questo libro è caratterizzato da momenti e da formule cultuali.

 

Spesso abbiamo l’impressione che il nostro culto sia estraneo alla vita che viviamo tutti i giorni. Certo, dobbiamo fare il possibile perché non sia un momento del tutto separato dagli altri, e per questo alienante. Ma d’altra parte il culto deve conservare in sé un pizzico, e forse più di un pizzico, di “estraneità” rispetto alla nostra vita quotidiana. Un’estraneità che ci ricordi che esso è anche un’anticipazione della “nuova creazione” che è in continuità con la vecchia in cui ancora siamo immersi, ma è anche (l’abbiamo visto), nella sua assoluta novità, tanto profondamente diversa.

 

 

E anche già esiste, la “nuova creazione”, nella nostra capacità di resistenza contro il vecchio, che ci viene proprio da questi benedetti momenti comunitari d’ascolto e di preghiera. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

 

Vivere la novità di Dio non significa fuggire il presente cercando sogni e visioni nel futuro. Si tratta invece di guardare a Gesù, e alla sua dominazione liberante già in atto su tutte le cose, per poi agire nel presente, rifiutando anzitutto di piegare le ginocchia davanti ad ogni autorità politica e economica che pretenda di esercitare sulle nostre coscienze quel potere che appartiene solo a Dio, e che – per questo – si rivela indegna del suo nome: un’autorità abusiva dunque, e vecchia e superata.

 

Perché il nuovo appaia, il vecchio deve essere smascherato e poi sparire… e questo attraverso noi. Già abbiamo accennato al fatto che il nostro testo d’oggi, pur così “a dimensioni cosmiche”, non parla però di cataclismi finali né di trasformazioni irrealizzabili. Al contrario, parla di relazioni da persona a persona: “Egli dimorerà tra loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio-con-loro”.

 

Oggi, per i tanti esseri umani che consumano la loro esistenza senza gioia e senza speranza, sono calpestati e dimenticati, umiliati e avviliti, noi dobbiamo essere l’eco del galoppo del “bianco cavaliere”, i comunicatori della forza che ha risollevato Gesù dai morti, per uccidere la morte che li mina nell’anima e nel corpo e rimetterli in piedi. Insomma, costruire speranza e creare comunione. Questo è il compito profetico cristiano: trasformare il presente alla luce del domani di Dio. Perché la realtà che ci attende, quello che ancora oggi chiamiamo in modo improprio “il paradiso” non sarà un luogo, ma, appunto, una comunione. Che già si realizza oggi nella comunità dai tanti diversi volti di coloro si richiamano e s’affidano a Gesù, e nel suo nome s’incontrano fra loro per condividere la sua Parola e le loro preghiere, i loro canti, le loro speranze.

 

 

Oggi è il culto della Trinità. C’è in questa pagina la Trinità? E se sì, dov’è?

 

Io credo che ci sia, ed in particolare sia in quell’immagine di cui già abbiamo parlato: “Egli… asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”. Il Paradiso si gioca tutto qui, in questo tenero, delicato, gesto di consolazione di Dio verso di noi.

 

Un gesto divino, e però permeato d’umanità: l’umanità d’una mano che si tende… di un dito che s’allunga in un semplice e sublime atto d’amore… In questo gesto, Dio è presente tutto: c’è il Padre, c’è il Figlio e c’è lo Spirito: la Trinità non è speculazione, è la carezza di questa mano tesa.

 

Proprio oggi, il nostro lezionario “Un Giorno una Parola” ha una preghiera che a prima vista non sembra c’entri molto con la Trinità, e invece, alla luce di quel che abbiamo letto e abbiamo detto, c’entra eccome: “Rialzati, fratello! Non lasciarti andare in depressione, no, non sei finito, tutto può ricominciare per te. In piedi, hai qualcosa da dire, hai Qualcuno da dire!”.

 

Davvero, il Dio tre volte santo “asciugherà per sempre (e già lo fa) ogni lacrima dai nostri occhi”.

 

                                        Ruggero Marchetti

 

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