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Un pensiero dalla predicazione su Apocalisse 21, 1-8, tenuta in San Silvestro il 25 maggio 2013

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

Dall’inizio alla fine, l’Apocalisse chiama i credenti a combattere e a vincere con Gesù contro ogni forma di rassegnazione e di cinismo. Per questo, dall’inizio alla fine, questo libro è caratterizzato da momenti e da formule cultuali.

Spesso abbiamo l’impressione che il nostro culto sia estraneo alla vita che viviamo tutti i giorni. Certo, dobbiamo fare il possibile perché non sia un momento del tutto separato dagli altri, e per questo alienante. Ma d’altra parte il culto deve conservare in sé un pizzico, e forse più di un pizzico, di “estraneità” rispetto alla nostra vita quotidiana. Un’estraneità che ci ricordi che esso è anche un’anticipazione della “nuova creazione” che è in continuità con la vecchia in cui ancora siamo immersi, ma è anche (l’abbiamo visto), nella sua assoluta novità, tanto profondamente diversa.

E anche già esiste, la “nuova creazione”, nella nostra capacità di resistenza contro il vecchio, che ci viene proprio da questi benedetti momenti comunitari d’ascolto e di preghiera. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

Vivere la novità di Dio non significa fuggire il presente cercando sogni e visioni nel futuro. Si tratta invece di guardare a Gesù, e alla sua dominazione liberante già in atto su tutte le cose, per poi agire nel presente, rifiutando anzitutto di piegare le ginocchia davanti ad ogni autorità politica e economica che pretenda di esercitare sulle nostre coscienze quel potere che appartiene solo a Dio, e che – per questo – si rivela indegna del suo nome: un’autorità abusiva dunque, e vecchia e superata.

Perché il nuovo appaia, il vecchio deve essere smascherato e poi sparire… e questo attraverso noi. Il nostro testo, pur così “a dimensioni cosmiche”, non parla però di cataclismi finali né di trasformazioni irrealizzabili. Al contrario, parla di relazioni da persona a persona: “Egli dimorerà tra loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio-con-loro”.

Oggi, per i tanti esseri umani che consumano la loro esistenza senza gioia e speranza… sono calpestati e dimenticati, umiliati e avviliti, noi dobbiamo essere l’eco del galoppo del “bianco cavaliere”, i comunicatori della forza che ha risollevato Gesù dai morti, per uccidere la morte che li mina nell’anima e nel corpo, e rimetterli in piedi. Insomma, costruire speranza e creare comunione. Questo è il compito profetico cristiano: trasformare l’oggi alla luce del domani di Dio. Perché la realtà che ci attende, quello che ancora oggi chiamiamo in modo improprio “il paradiso” non sarà un luogo, ma, appunto, una comunione. Che già si realizza oggi nella comunità dai tanti diversi volti di coloro si richiamano e s’affidano a Gesù, e nel suo nome s’incontrano fra loro per condividere la sua Parola e le loro preghiere, i loro canti, le loro speranze.

Oggi è la Domenica della Trinità. C’è in questa pagina la Trinità? E se sì, dov’è?

Io credo che ci sia, ed in particolare sia in quell’immagine di cui già abbiamo parlato: “Egli… asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”. Il Paradiso si gioca tutto qui, in questo tenero, delicato, gesto di consolazione di Dio verso di noi. Un gesto divino, e però permeato d’umanità: l’umanità d’una mano che si tende… di un dito che s’allunga in un semplice e sublime atto d’amore… In questo gesto, Dio è presente tutto: c’è il Padre, c’è il Figlio e c’è lo Spirito: la Trinità non è speculazione, è la carezza di questa mano tesa.                                                                                           R. M.

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