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Galati 3, 6-18. Testo biblico e predicazione tenuta a Scala dei Giganti sabato 1° giugno 2013

 

Galati 3 , 6 – 18

Così anche Abramo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia. Riconoscete dunque che quanti hanno fede sono figli d’Abramo.

La Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato gli stranieri per fede, preannunziò ad Abramo questa buona notizia: «In te saranno benedette tutte le nazioni». In tal modo, coloro che hanno la fede sono benedetti con il credente Abramo. Infatti tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione; perché è scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica». E che nessuno mediante la legge sia giustificato davanti a Dio è evidente, perché il giusto vivrà per fede. Ma la legge non si basa sulla fede; anzi essa dice: «Chi avrà messo in pratica queste cose, vivrà per mezzo di esse». Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»), affinché la benedizione di Abramo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.


Fratelli, io parlo secondo le usanze degli uomini: quando un testamento è stato validamente concluso, pur essendo soltanto un atto umano, nessuno lo annulla o vi aggiunge qualcosa. Le promesse furono fatte ad Abramo e alla sua progenie. Non dice: «E alle progenie», come se si trattasse di molte; ma, come parlando di una sola, dice: «E alla tua progenie», che è Cristo. Ecco quello che voglio dire: un testamento che Dio ha stabilito anteriormente, non può essere annullato, in modo da render vana la promessa, dalla legge sopraggiunta quattrocentotrenta anni più tardi. Perché se l’eredità viene dalla legge, essa non viene più dalla promessa; Dio, invece, concesse questa grazia ad Abramo, mediante la promessa.

La lettera ai Galati è quel che si dice uno scritto “appassionato”. Paolo la sta scrivendo in maniera appassionata ai membri delle sue chiese della Galazia perché restino fedeli all’evangelo che ha loro predicato.

E fra i molti argomenti “lucidamente appassionati” a cui ha fatto ricorso scrivendo la sua lettera, c’è appena stato (cfr Galati 3, 1-5) quello dell’esperienza.

Quando era arrivato in mezzo a loro e aveva “rappresentato davanti ai loro occhi Gesù Cristo crocifisso”, avevano creduto e avevano trovato la pace del cuore e la forza per vivere, e una nuova speranza. Avevano ricevuto il dono dello Spirito: il dono dell’amore, della forza, della sapienza di Dio che s’è impossessato di loro e aveva loro dato di confessare con gioia Gesù Cristo come solo Signore e Salvatore. E non soltanto questo, Paolo accenna anche a “miracoli”, che lo Spirito ha operato forse attraverso lui al tempo del suo soggiorno in Galazia, e che ancora ha continuato a operare anche dopo la sua partenza.

E adesso, cosa fanno? Stanno tornando indietro! Stanno abbandonando anche lo Spirito di Dio per cercare di andare avanti con le vostre forze!

Sì, quella salvezza che era già la loro, perché Gesù gliel’aveva donata “dando se stesso per i nostri peccati” (cfr Galati 1, 4), adesso, come “ammaliati” da quei predicatori giudaizzanti che vogliono che si facciano circoncidere e seguano le prescrizioni della legge di Mosè, perché – così hanno detto: «Se non fate così non potete essere salvati», se la vogliono guadagnare da soli!

Una vera follia. Della quale però non è facile che i Galati si rendano conto.

I cristiani delle chiese di Galati che stavano abbandonando Paolo e il suo evangelo non vedevano infatti alcuna contraddizione di principio fra lo Spirito che avevano ricevuto in occasione della predicazione dell’Apostolo e la legge a cui ora erano chiamati a sottomettersi. Non volevano affatto essere meno seguaci di Cristo di quanto lo erano prima che arrivassero fra di loro i predicatori giudeo-cristiani, e anzi avevano colto nella loro predicazione sulla necessità della circoncisione e della conseguente osservanza delle norme di Mosè, la maniera di essere ancora di più e forse solo ora veramente, i discepoli del Messia di Israele. Ciò a cui miravano lo conosciamo da quel che Paolo dice quando domanda loro: “Siete così insensati che, avendo iniziato con lo Spirito, ora finite con la carne?”. La presenza e l’azione dello “Spirito”, ricevuto al momento della loro conversione all’evangelo e poi operante con la sua potenza nella comunità, andavano infatti per loro completate proprio a livello della “carne”, cioè dell’impegno all’obbedienza quotidiana concreta e puntualeai precetti della legge, direttamente legata alla discendenza “carnale” da Abramo o almeno (per quelli che non erano di origine israelitica) dalla circoncisione nella propria carne.

Già, Abramo. Probabilmente, nella loro predicazione gli avversari di Paolo avevano proprio fatto ricorso al fascino di questa grande “padre dei credenti e padre di Israele”: “Se volete diventare” – così debbono aver detto – “veri figli e figlie di Abramo, voi dovete ascoltarci”.

Paolo accetta la sfida. È il nostro testo d’oggi. Dopo essere ricorso all’esperienza che i Galati hanno vissuto con lui e ancora stanno vivendo grazie a lui, ora passa alla Scrittura, la cui autorità era riconosciuta tanto da lui che dai Galati che dai missionari giudeo-cristiani. E l’argomento che trae dalla Scrittura è proprio Abramo: “Noi dobbiamo tutti diventare figli e figlie di Abramo”. Questo è senz’altro vero. Ma cosa significa precisamente – è la prima domanda che qui Paolo pone – “essere figli di Abramo?”, e, collegata a questa, ecco l’altra domanda: “Chi sono i figli di Abramo?”.

La sua risposta a queste due domande, che poi di fatto sono solo una, perché solo se sai cosa vuol dire essere figlio di Abramo puoi anche riconoscere i suoi figli, è molto molto chiara: “Abramo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia. Riconoscete dunque che quanti hanno fede sono figli d’Abramo. La Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato gli stranieri per fede, preannunziò ad Abramo questa buona notizia: «In te saranno benedette tutte le nazioni». In tal modo, coloro che hanno la fede sono benedetti con il credente Abramo”.

Il primo testo biblico che l’Apostolo qui cita: “Abramo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia”, lo trae da Genesi 15. È la conclusione che l’autore biblico tira dalla bellissima scena notturna che abbiamo ascoltato. Il sempre più vecchio Abramo vive da anni la sua esistenza nomade nella terra di Canaan, senza che la discendenza promessagli da Dio gli sia arrivata. Così, quando: “gli fu rivolta in visione la parola del Signore: «Non temere, io sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà grandissima», non esita a lamentarsi con lui, rispondendogli: «Dio, mio Signore, cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e un mio servo sarà mio erede». E Dio lo fa uscire fuori della sua tenda, lo invita a alzare gli occhi al cielo, e gli dice: «Conta le stelle, se le puoi contare… così sarà la tua discendenza”. E poi, la nostra frase: “Abramo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia”.

Qui Abramo – questa è la tesi di Paolo, in assoluto contrasto ad esempio con l’interpretazione che di questo “mettere in conto come giustizia” troviamo nell’epistola di Giacomo (cfr Giacomo 3,6) – non ha obbedito ad alcuna legge, e non ha fatto alcuna opera buona. Ha solo avuto fiducia in Colui che gli parlava e così ha sormontato il suo scoraggiamento. Insomma, ha davvero “creduto in Dio”, e proprio in questa fede sta la sua “giustizia” al suo cospetto. Chi oggi come Abramo crede in Dio (è la conclusione che Paolo tira dal suo ragionamento), chi come lui si fida e perciò si affida alla sua parola, quello è un vero “figlio di Abramo”, perché ne segue fedelmente le orme.

E questo, indipendentemente dall’essere o non essere membri di Israele: chiunque crede, qualunque sia la sua origine e cultura, quegli può affermare, in tutta verità, di avere Abramo come proprio padre.

Del resto, non si tratta di una novità. Questo era già preannunziato dall’inizio, dal momento stesso in cui Dio ha chiamato Abramo a lasciare la terra, la famiglia, la casa di suo padre per affidarsi alla sua promessa. Perché se è vero che, quando Dio gli ha rivolto la sua vocazione, ha in qualche modo “separato” Abramo dal resto dell’umanità e attraverso di lui ha separato la sua discendenza, il popolo che da lui sarebbe sorto, così che si può dire a buon diritto che Israele, come popolo a sé, sia nato proprio in quel preciso momento, dall’altra parte è anche vero che la storia di Abramo è legata da subito ad una dimensione di speranza universale. È l’altra faccia della promessa di Dio accanto a quella della discendenza, che non a caso Abramo ha richiamato: “In te – gli ha detto Dio chiamandolo a partire – “saranno benedette tutte le famiglie della terra”.

Davvero allora, essere o non essere “figli di Abramo” non è un fatto puramente di ascendenza familiare… è una realtà di promessa e di fede. Una realtà che non esclude nessuno, e a nessuno richiede di diventare diverso da quello che è (ebreo o non ebreo, suddito dell’impero oppure barbaro, schiavo o libero, uomo o donna) al momento della sua conversione.

Perché allora i Galati, che già per la loro fede in Cristo, la “discendenza di Abramo” nel quale la promessa fatta al patriarca ha trovato il pieno e straordinario compimento, sono in tutto suoi “figli” e sue “figlie”, pensano adesso di dover farsi circoncidere e di dover seguire la legge di Mosè? Davvero, è una “malia”, una sorta di diabolico incantesimo…

A parte il fatto che (di questo parlerà diffusamente nell’epistola ai Romani 4, 9 ss.), quando “la fede fu messa in conto ad Abramo come giustizia”, era “ancora incirconciso” – e questo dimostra chiaramente che la circoncisione non ha nulla a che vedere col nostro essere giusti oppure no, qui l’Apostolo invita a Galati a riflettere con lui su un altro punto importante della questione: quando il Signore ha rivolto la sua promessa ad Abramo, non c’era nemmeno quella legge a cui, secondo i missionari giudaizzanti essi dovrebbero assolutamente sottomettersi come conseguenza diretta della circoncisione.

La legge arriverà, come Paolo precisa con puntiglio, solo “quattrocentotrenta anni dopo”, e allora non può certo annullare la promessa! In conclusione, non c’è bisogno né della circoncisione né della legge per diventare veri eredi di Abramo. C’è bisogno di Cristo, e soltanto di lui! E lui già ci appartiene… già è nostro per la fede!

Senza contare l’altra faccia della medaglia. Se i Galati scegliessero davvero di riporre le loro speranze di salvezza nel diventare “ebrei” – perché “circoncisione e legge” vogliono dire questo – allora dovrebbero, come fanno gli ebrei con tanto zelo, mettere in pratica con il massimo scrupolo tutte le norme della legge di Mosè, sotto pena di maledizione.

È un altro testo, stavolta minaccioso, che è citato da Paolo: “È scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica»”. Se disubbidisci anche a un solo precetto, a un minimo comandamento, l’osservanza anche i tutti gli altri, non ti serve: sei comunque un trasgressore della legge. E come trasgressore sei perduto: la maledizione della legge incombe su di te!

Se le cose stanno così, la conseguenza è una: nessun o che si affidi alla legge come allo strumento della sua salvezza, può ritenersi a posto al cospetto di Dio.

È l’amara verità già enunciata dalla Scrittura nel Salmo 14: “Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, non ce n’è neppure uno”!

Insomma, se la nostra salvezza dipendesse dalla capacità di ubbidire alla legge, noi saremmo perduti, irrimediabilmente. Per fortuna… o meglio per la pure grazia di Dio, le cose non dipendono dalla nostra ubbidienza, ma da lui!
E la misericordia di lui, la misericordia di Dio, è stata talmente infinita e sconvolgente, che per salvare l’umanità soggetta alla maledizione ha mandato suo figlio a morire appeso a un legno e in questo modo, poiché nella legge
“sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»”, Gesù – e qui davvero siamo davanti all’incredibile – Gesù è “divenuto maledizione per noi”… è stato maledetto al posto nostro e così, pagando per tutti, “ci ha riscattati dalla maledizione della legge”. Risultato – ed è la consolante conclusione che Paolo tira da quanto ha appena detto: “la benedizione di Adamo è venuta sugli stranieri in Cristo Gesù, e noi abbiamo ricevuto (senza bisogno di circoncisione né di altro) per mezzo della fede, lo Spirito promesso”.

* * *

In queste predicazioni sulla lettera ai Galati non stiamo facendo altro (perché Paolo non fa altro) che parlare di fede. Ma che cos’è la fede?

La realtà che l’Apostolo ha colto al cuore del rapporto di Abramo con Dio ci aiuta a rispondere a questa domanda: “Abramo” – è ancora il testo di Genesi 15, 6 da lui citato – “credette in Dio e gli fu messo in conto come giustizia”.

Come già osservavamo, quello che Paolo vuole evidenziare, è che qui non conta quel che Abramo abbia o non abbia fatto, ma il suo aver “dato ascolto” alla promessa di Dio e il suo averci creduto al di là di tutto e tutti.

L’abbiamo ricordato: da quando ha lasciato la famiglia e la terra per seguire la voce del Signore sono passati ormai diversi anni, Abramo e Sara sono sempre più vecchi e a vista umane sempre meno in grado di avere un figlio. Anzi ormai Abramo nemmeno spera più, e quando finalmente Dio gli si manifesta un’altra volta e gli rinnova un’altra volta la promessa di qualcuno generato dal suo seme, egli a sua volta si manifesta a Dio, gli esprime la sua amarezza e delusione… già l’abbiamo ascoltato: «Dio, mio Signore, cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e un mio servo sarà mio erede».

Ma quando Dio, senza fare una piega, lo invita a uscire fuori della tenda e lì, sotto le stelle, gli rinnova la promessa: «Conta le stelle, se le puoi contare… così sarà la tua discendenza””, allora, contro tutto e contro tutti, contro ogni esperienza e conoscenza umane, e anche contro i suoi stessi pensieri e sentimenti, Abramo gli dà ragione. Dà ragione a Dio contro se stesso! Sì, Abramo credette a Dio”, E ha affidato a lui se stesso e il suo avvenire. “E gli fu messo in conto come giustizia”. Dare ragione a Dio contro noi stessi: la fede è proprio questo!

E saperlo è importante. Anche soprattutto per noi, che ci distinguiamo dalle altre confessioni cristiane perché affermiamo di mettere la “sola fede” contro “tutte le opere” al cuore del nostro rapporto con Dio, e che spesso invece, senza neanche rendercene conto, corriamo il rischio di fare di questa fede così evidenziata la nostra grande “opera”: “Io sono un credente, e lui no!”…

Certo, Giacomo ha le sue buone ragioni… rimane sempre vero che, se vogliamo credere veramente, e non soltanto “credere di credere” (perché purtroppo corriamo questo rischio…) dobbiamo fare sì che la nostra fede trovi concretezza nei nostri comportamenti, nello stile di vita da credenti che noi dovremmo darci: ci vuole coerenza fra ciò che dici e ciò che fai… ma se vogliamo cogliere la fede nella sua purezza ed evitarle di diventare un’opera, pure sapendo che è difficilissimo, impariamo a non guardare all’agire umano nostro e altrui, e invece al “faccia a faccia” fra Dio e noi che sempre precede e genera la fede.

Ci accorgeremo come, in questo “faccia a faccia”, Dio si afferma contro di noi, contro le nostre attitudini, le nostre aspettative e prestazioni (così come s’è affermato contro le abitudini, aspettative e prestazioni di Abramo), e faccia questo per il nostro bene.

Perché poi, qui sta il bello: noi non ci stancheremo mai di benedire l’intervento di Dio “contro di noi”, perché prima o poi comprenderemo (e quanto “prima” sarà meglio sarà) che, in realtà, la nostra realizzazione come credenti e come esseri umani, e la felicità e la pace in questa vita e per l’eternità… tutto dipende da quell’intervento: Dio sa molto meglio di noi qual è il nostro bene. E ha anche il potere, che a noi manca del tutto, di realizzarlo, di portarlo a compimento. L’ha fatto in Cristo, una volta per tutte, e lo fa ancora e ancora lo farà!.

Per noi e per tutti… per il mondo intero…

Guardiamoci sempre dal ridurre Cristo al campo cosiddetto religioso, rimpicciolendo la sua potenza di vita alla sfera che potremmo chiamare “dell’anima”. Gesù non è solo il Signore della Chiesa o di quei luoghi in cui si legge Galati.

Chi davvero crede che Egli è il compimento, pieno, totale, assoluto della promessa rivolta ad Abramo: In te saranno benedette tutte le famiglie della terra”, diventa a sua volte lui, lei, quella “benedizione” per la casa in cui vive, il luogo in cui lavora, le strade che percorre… Nulla ci ciò che è umano resta estraneo alla forza creatrice e trasformatrice dell’evangelo che parla contro gli uomini, per fare il loro bene…

Fratelli e sorelle, ciascuno e ciascuna di noi esamini se stesso… esamini se stessa… per domandarsi se ha abbastanza chiesto in preghiera (perché la preghiera è il respiro della fede!) se quello che egli considera l’evangelo è veramente l’evangelo del “Signore Gesù Cristo che ha dato se stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre” (Galati 1, 3-4), oppure se non sia per avventura un altro evangelo condannato all’“anatema”… Sì, esamini se stessoper domandarsi se ha abbastanza chiesto in preghiera che “lo Spirito promesso”, nella sua sovrana libertà, operi in lui o in lei per salvarlo dalla morte, e per vivificare e rallegrare la fede di tutti…

Insomma, che Dio abbia sempre la meglio su di noi. Che ci rinnovi il dono della fede… la sua benedizione, e ci renda veri “figli e figlie di Abramo”, perché noi, come lui, possiamo benedirlo a nostra volta.

Ruggero Marchetti

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