sito delle CHIESE EVANGELICHE ELVETICA, METODISTA e VALDESE di TRIESTE e DIASPORA
Per ulteriori informazioni chiama lo 040 632770

Genesi 32,23-33,4. testo biblico e predicazione tenuta a San Silvestro domenica 2 giugno 2013

 

 

Genesi 32, 23 – 33, 4

 

 

Quella notte si alzò, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e lo fece passare a tutto quello che possedeva.

 

 

Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba. Quando quell’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui.

 

E l’uomo disse: “Lasciami andare, perché spunta l’alba”. E Giacobbe: “Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!”. L’altro gli disse: “Qual è il tuo nome?”. Ed egli rispose: “Giacobbe”. Quello disse: “Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele. Perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini, e hai vinto”. Giacobbe gli chiese: “Ti prego, svelami il tuo nome”. Quello rispose: “Perché chiedi il mio nome?”. Giacobbe chiamò quel luogo Peniel (‘Faccia di Dio’), perché disse: “Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata”.

 

Il sole si levò quando egli ebbe passato Peniel, e Giacobbe zoppicava dall’anca. Per questo, fino al giorno d’oggi, gli Israeliti non mangiano il nervo della coscia che passa per la giuntura dell’anca, perché quell’uomo aveva toccato la giuntura dell’anca di Giacobbe al punto del nervo della coscia.

 

 

Giacobbe alzò gli occhi, guardò, ed ecco Esaù che veniva avendo con sé quattrocento uomini. Allora divise i figli tra Lea, Rachele e le due serve. Mise davanti le serve e i loro figli, poi Lea e i suoi due figli, e infine Rachele e Giuseppe. Egli stesso passò davanti a loro e si inchinò fino a terra sette volte, finché si fu avvicinato a suo fratello. Ed Esaù gli corse incontro, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero.

 

 

 

 

 

Ecco un racconto colmo di mistero, scuro come la notte nella quale si svolge interamente.

 

Dopo tanto tempo e tante furberie, finalmente Giacobbe torna a Canaan. Viaggia al fresco, di notte, con la sua numerosa famiglia e le sue greggi. Ed ecco c’è un burrone, e nel fondo un torrente. Al di là del torrente c’è la sua terra e, soprattutto, c’è Esaù, il fratello da lui tante volte imbrogliato. È bene stare in guardia… organizzarsi… prevenire possibili vendette. Ed in questo Giacobbe è un gran maestro: un uomo furbo e scaltro, diffidente, sempre all’erta per non farsi sorprendere da nulla. Così, pensa sia il caso di mandare in avanti le sue donne e i suoi figli: vadano prima loro… chissà che non riescano ad intenerire il cuore giustamente irritato del fratello…

 

Così pensa, Giacobbe, e così fa. Fa passare il fiume ai suoi, e lui rimane indietro, tutto solo, al sicuro…

 

 

Al sicuro?… Il gran calcolatore stavolta ha fatto male i propri calcoli. Un’ombra ancora più oscura della notte che l’avvolge, gli si para davanti e poi lo afferra, lotta contro di lui. È una lotta terribile, mortale: due figure avvinghiate fra di loro, finché il misteriosissimo avversario non lo tocca sull’anca che, come per magia, resta slogata.

 

Chi è questo lottatore della notte? Proprio il potere che ha, rivela in lui non un semplice uomo, ma qualcosa di diverso e di più. Forse uno spettro, di quelli che secondo le storie degli antichi, si aggiravano a notte nelle steppe per assaltare gli uomini che incautamente non s’erano riparati in un rifugio. E questo sembrerebbe confermato dalle strane parole che egli dice: “Lasciami andare perché già spunta l’alba”.

 

 

Ma proprio forse ascoltando la sua voce, Giacobbe intuisce che, no, quell’essere nel buio non è uno spettro, e anzi coglie in lui una realtà divina, e allora cambia il proprio atteggiamento: anche immobilizzato, anche azzoppato, adesso non lo molla!

 

Continua ad afferrarlo, ma non più per difendersi: ora vuole strappargli una parola: “Non ti lascerò andare, se prima non mi avrai benedetto”.

 

Una benedizione non facile da aversi: Giacobbe deve prima consentire che il misterioso aggressore gli domandi il suo nome, e deve dirlo! Deve manifestare se stesso e la sua storia non certo edificante di truffatore del padre, del fratello, del suocero, pronunziando “Giacobbe” che vuol dire: “Colui che ti afferra alle spalle, Ingannatore”.

 

 

A questo punto, e solo a questo punto, l’ombra si fa conoscere…

 

E un brivido ci corre nella schiena, perché noi comprendiamo finalmente chi davvero ha lottato con Giacobbe: “Ti chiamerai Israele, perché tu hai lottato contro Dio e contro gli uomini, e hai vinto”.

 

Lo spettro notturno è Dio in persona, che ha voluto lottare con quell’uomo sicuramente indegno ma al tempo stesso grande nella sua fede verso lui… l’incallito imbroglione sempre follemente innamorato del Signore che lo ha scelto perché sia tutto suo.

 

 

Poi, finalmente l’alba, e con l’alba arriva su Giacobbe la parola per cui ha tanto combattuto.

 

La lotta è terminata, ma dovrà prolungarsi in altro modo per tutta l’esistenza di Giacobbe, “l’Ingannatore”, il cui nome non a caso è stato ora cambiato in “Israele”, che vuole appunto dire: “Colui che sempre lotta col suo Dio e per il suo Dio”. Quel Dio che lo ha afferrato e s’è fatto afferrare, e non lo mollerà più, sino alla fine…

 

 

E in questa lotta, Giacobbe riceve il dono della pace: all’abbraccio di Dio, fa seguito l’abbraccio di Esaù, cui Dio ha toccato il cuore, e che ora – nobilmente – ama e perdona. Subito dopo questa lunga notte, infatti, Giacobbe ora Israele incontra suo fratello, ed “Esaù gli corse incontro, l’abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero” (Genesi 33,4).

 

 

* * *

 

Resta però il mistero di questa lunga lotta nella notte… il mistero di un Dio “spettro notturno”… Perché mai, e come tutto questo?

 

La risposta l’abbiamo, e la troviamo là dove forse non la aspetteremmo: prima di restare solo nella notte, Giacobbe s’era rivolto a Dio in preghiera e lo aveva invocato: “Liberami, te ne prego, dalle mani di mio fratello, dalle mani di Esaù, perché io ho paura di lui e temo che venga e mi assalga” (Genesi 32,12).

 

L’aggressione che Dio gli porta nel buio è la risposta a questa invocazione. Egli libererà Giacobbe da ciò che l’atterrisce, e suo fratello non lo assalirà. Ma, prima, lui in persona, il Signore del cielo e della terra, volerà su Giacobbe e lo assalirà per smascherare per sempre i suoi imbrogli e le sue furbizie, per fargli confessare, come già abbiamo visto: “Io sono Giacobbe, e già in questo mio nome, io porto il marchio dei miei mille inganni”.

 

Solo così, spogliato d’ogni possibile riparo, nudo davanti a Dio e davanti a se stesso… nella sua verità e perciò nella sua miseria, egli può ora avere come un dono dal Dio che è “verità” quella benedizione di cui s’era impossessato con l’imbroglio.

 

E solo così, sapendosi impegnato a lottare per sempre col Dio che mette a nudo ogni menzogna, colui che ora si chiama col nome di “Israele” può aprirsi finalmente all’abbraccio fraterno di Esaù e piangere con lui.

 

 

* * *

 

Il quadro del grande pittore olandese Rembrandt, che trovate riprodotto sul vostro foglio, rappresenta il nostro testo d’oggi: la lotta di Giacobbe con Dio, qui sotto la forma di un angelo maestoso che tiene il patriarca tra le braccia.

 

Siamo nella fase finale del combattimento, quando la presa della lotta si sta già trasformando nell’abbraccio della benedizione, e quello che colpisce è vedere come Rembrandt abbia dato al suo quadro una sfumatura di maternità.

 

L’angelo infatti sembra portare nelle braccia quell’uomo nerboruto, dalla grande barba nera, come una madre porterebbe il suo piccolo… è qualcosa insieme di molto strano e tenero… E questa sensazione è accentuata dal sorriso che illumina il suo volto, che davvero non sembra quello di chi è impegnato in una lotta.

 

Rembrandt, credente evangelico e profondo conoscitore della Bibbia, ha così espresso, in maniera mirabile, l’amore di Dio per Giacobbe, che non solo gli ha fatto dare ascolto alla sua preghiera, ma lo ha anche fatto andare fino a lui per abbracciarlo, in quella lunga lotta che è per Giacobbe come un lungo parto, da cui egli stesso nascerà di nuovo… non più “Giacobbe” ma da ora in poi e per sempre “Israele”, colui la cui esistenza sarà per sempre un avere a che fare col suo Dio, in quel combattimento con lui e per lui, che è sempre anche un abbraccio e un essere portati, che chiamiamo fede.

 

 

La preghiera e la vita del credente, allora, come lotta con Dio. Questo è l’insegnamento di quest’oscuro racconto della Genesi.

 

Nella spaventosa avventura notturna vissuta dal suo progenitore, Israele, il “popolo di Dio” che proprio da Giacobbe ora Israele, ha ricevuto in eredità il proprio nome, ha veduto se stesso e la sua lunga avventura col Signore. Perché, cos’è stata la storia d’Israele, se non un’ininterrotta lotta di fede, di preghiera, di speranza e paura, con Colui che l’ha scelto e che l’ha fatto suo lungo i millenni?…

 

 

* * *

 

Giacobbe: “l’imbroglione”… Israele: “colui che lotta con Dio e per il quale Dio lotta”. I nomi nella Bibbia sono importanti, e non sono mai a caso: hanno sempre un significato ben preciso, ed esprimono la verità più profonda di coloro che li portano.

 

Voi avete presentato Jessica al battesimol’avete presentata all’incontro con Dio. Certo, diversamente da Giacobbe, Jessica non ha bisogno di uscire da quest’incontro con un nome nuovo. Va benissimo il suo, un bellissimo nome che deriva dall’ebraico Yiskah e significa “Colei che guarda con attenzione, colei che contempla”.

 

 

Ma se Jessica allora resta “Jessica”, se il suo nome oggi non cambia, questo non vuol dire che oggi per lei non sia cambiato nulla. Dio ha preso sul serio il fatto che voi oggi abbiate portato vostra figlia davanti a lui, e l’ha accolta… l’ha fatta sua e s’è fatto lui il suo Dio, e d’ora in poi non la mollerà più! D’ora in poi, Jessica avrà sempre a che fare con Dio!

 

La sua vita sarà un po’ come quel quadro di Rembrandt. Dio la stringerà fra le sue braccia, e sarà il calore di un abbraccio, e sarà la tempesta di una lotta!

 

 

Forse verranno anche dei momenti in cui Jessica questa stretta non la sopporterà più, e allora griderà “Mollami!” a Dio… La fede è anche questo…

 

Ma per fortuna, Dio non la ascolterà, e non allenterà la sua presa. Sì, “per fortuna”. Perché poi verranno anche i momenti in cui Jessica si renderà conto con stupore e gratitudine che in quella stretta c’è tutta la sua vita, la sua felicità… il senso del suo esistere…

 

Si renderà conto che, grazie a quel Dio “angelico”, che sorride e non la molla, la sua vita avrà sempre un futuro, un avvenire in cui poter sperare…

 

 

E questo è importante. Oggi i nostri giovani sono “orfani di presente e di futuro”. Non hanno un presente da vivere con serenità, perché la nostra società così tecnologicamente raffinata e insieme così scombiccherata ed egoista, non ha un lavoro da offrire loro e così… studi e sai che quel tuo studio non ti servirà a molto, forse a niente… e non ne cogli il senso… e se non hai un lavoro e nemmeno la prospettiva o la speranza di averlo… se trovare un lavoro è come vincere all’Enalotto, non hai neanche un futuro… e questa tua mancanza di futuro si inserisce in una mancanza più generale, perché è tutta la nostra società che non ha un futuro… non ha un progetto, non ha un sogno da donare a se stesa e ai propri figli. Tra crisi, inquinamenti, violenza, terrorismo, siamo portati a vedere il futuro come ancora peggiore del presente. Insomma, una realtà così brutta, che è meglio non pensarci…

 

Ma se non pensi al futuro, allora sei schiacciato sul presente che . E questo “schiacciamento” è insopportabile, soprattutto per gli adolescenti, che a quell’età sono un progetto in atto, e possono vivere solo di futuro… Così si rattrappiscono… e c’è tanta tristezza, un sottile senso d’angoscia che non si riesce a spegnere…

 

Voi oggi, avete fatto a Jessica un dono meraviglioso. Dopo averla messa al mondo, e così averle donato il suo presente: quella dolcissima e insieme potente esplosione di vita che Jessica oggi è… perché è vita che sboccia, che fiorisce… portandola qui al cospetto di Dio, le donate, in questo nostro tempo orfano di futuro, un avvenire e una speranza.

 

Perché questo è il senso dell’abbraccio, e della sfida, e della lotta che d’ora in poi dovrà sostenere con Dio: proprio così, proprio in quest’abbraccio e in questa sfida e in questa lotta, Jessica scoprirà che c’è un progetto per lei, di più, che lei stessa è un progetto: il progetto di quel Dio che la tiene serrata fra le braccia e non la lascerà, e porterà a compimento il suo progetto che si chiama Jessica.

 

 

E allora, negli anni che verranno, proprio avvinghiata a Dio, se mai dovesse perdersi, ritroverà se stessa… proprio avvinghiata a lui, troverà la sua pace e la sua gioia. “Contemplerà” se stessa nel sorriso dell’angelo divino e farà a sua volta della sua esistenza un lungo, limpido sorriso…

 

Sarà insomma, davvero “Jessica”: “Colei che guarda con attenzione”, perché guardata, dall’inizio alla fine della vita, dal Dio che è e sarà sempre la sua lotta e insieme (sembra strano ma è proprio così) la sua pace.

 

 

                                         Ruggero Marchetti

Scrivi un commento

Per pubblicare un commento devi primaautenticarti.

Chiesa Elvetica e Valdese

Piazza S. Silvestro 1
34121 Trieste
tel. e fax 040632770
chiesaelveticavaldese@gmail.com

Chiesa Metodista

Scala dei Giganti 1
34122 Trieste
tel. e fax 040 630892
chiesametodistatrieste@virgilio.it

Past. Ruggero Marchetti

Via G. Brunner 8
34125 Trieste
tel. 040 3480366
uff. 040 2415915
rmarchetti@chiesavaldese.org