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Un pensiero dalla predicazione su Galati 3, 6-18, tenuta a Scala dei Giganti sabato 1° giugno 2013

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

In queste predicazioni sulla lettera ai Galati non stiamo facendo altro (perché Paolo non fa altro) che parlare di fede. Ma che cos’è la fede? La realtà che l’Apostolo ha colto al cuore del rapporto di Abramo con Dio ci aiuta a rispondere a questa domanda: “Abramo” – è ancora il testo di Genesi 15, 6 da lui citato – “credette in Dio e gli fu messo in conto come giustizia”.

Come già osservavamo, quello che Paolo vuole evidenziare è che qui non conta quel che Abramo abbia o non abbia fatto, ma il suo aver “dato ascolto” alla promessa di Dio e il suo averci creduto al di là di tutto e tutti. L’abbiamo ricordato: da quando ha lasciato la famiglia e la terra per seguire la voce del Signore sono passati ormai diversi anni, Abramo e Sara sono sempre più vecchi e a vista umane sempre meno in grado di avere un figlio. Anzi ormai Abramo nemmeno spera più, e quando finalmente Dio gli si manifesta un’altra volta e gli rinnova un’altra volta la promessa di qualcuno generato dal suo seme, egli a sua volta si manifesta a Dio, gli esprime la sua amarezza e delusione… già l’abbiamo ascoltato: «Dio, mio Signore, cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e un mio servo sarà mio erede». Ma quando Dio, senza fare una piega, lo invita a uscire fuori della tenda e lì, sotto le stelle, gli rinnova la promessa: «Conta le stelle, se le puoi contare… così sarà la tua discendenza””, allora, contro ogni esperienza e conoscenza umane, e anche contro i suoi stessi pensieri e sentimenti, Abramo gli dà ragione. Dà ragione a Dio contro se stesso! Sì, Abramo credette a Dio”, E ha affidato a lui se stesso e il suo avvenire. “E gli fu messo in conto come giustizia”. Dare ragione a Dio contro noi stessi: la fede è proprio questo!

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E saperlo è importante, in particolare per noi, che ci distinguiamo dalle altre confessioni cristiane perché affermiamo di mettere la “sola fede” al cuore del nostro rapporto con Dio, e che spesso invece, senza neanche rendercene conto, corriamo il rischio di fare di questa fede così evidenziata la nostra grande “opera”: “Io sono un credente, e lui no!”…

Rimane sempre vero che, se vogliamo credere veramente, e non soltanto “credere di credere” (perché purtroppo corriamo questo rischio…) dobbiamo fare sì che la nostra fede trovi concretezza nei nostri comportamenti, nello stile di vita da credenti che noi dovremmo darci: ci vuole coerenza fra ciò che dici e ciò che fai… ma se vogliamo cogliere la fede nella sua purezza ed evitarle di diventare un’opera, pure sapendo che è difficilissimo, impariamo a non guardare all’agire umano nostro e altrui, e invece al “faccia a faccia” fra Dio e noi che sempre precede e genera la fede.

Ci accorgeremo come, in questo “faccia a faccia”, Dio si afferma contro di noi, contro le nostre attitudini, le nostre aspettative e prestazioni (così come s’è affermato contro le abitudini, aspettative e prestazioni di Abramo), e faccia questo per il nostro bene.

Perché poi, qui sta il bello: noi non ci stancheremo mai di benedire l’intervento di Dio “contro di noi”, perché comprenderemo che la nostra realizzazione come credenti e come esseri umani, e la felicità e la pace in questa vita e per l’eternità… tutto dipende da quell’intervento: Dio, sa molto meglio di noi qual è il nostro bene. E ha anche il potere, che a noi manca del tutto, di realizzarlo, di portarlo a compimento.

                                                                                                          R. M.

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