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1 Corinzi 1, 1-9. Testo biblico e predicazione tenuta in San Silvestro il 16 giugno 2013 in occasione della Festa della Comunità di confessione elvetica

 

1 Corinzi 1 , 1 – 9

INTRODUZIONE

Nell’antichità, quando scrivevi una lettera a qualcuno, la iniziavi sempre nel medesimo modo: col tuo nome, col nome di colui a cui ti indirizzavi, e con il tuo saluto.

Paolo, nelle lettere che manda alle sue chiese, fa anche lui come tutti, ma lo fa anche in maniera diversa da tutti gli altri. Sa bene infatti, che le sue non sono delle lettere private, ma “scritti pastorali”, ossia messaggi che egli indirizza alle comunità come colui che ha ricevuto da Dio un compito e un’autorità particolari, e che di questo compito e di quest’autorità deve rendere conto a Dio che glieli ha conferiti e alle comunità che è chiamato a servire.

Da questi due fattori, l’autorità e la responsabilità, nasce uno stile originalissimo (appunto: lo stile delle lettere di Paolo), che è caratterizzato dalla mescolanza di un tono familiare ed insieme ufficiale.

E questo già si vede nella formula introduttiva della prima lettera ai cristiani di Corinto che adesso ascolteremo. Sarebbero bastate tre parole: “Paolo – ai Corinzi – rallegratevi!”, ed ecco invece che da questo semplicissimo schema s’è venuta formando un’abbondanza meravigliosamente ricca di pensieri e parole in ciascuno dei tre elementi dell’intestazione.

Una ricchezza in cui si sente spirare il soffio dello Spirito di Dio.

Ascoltiamo allora il saluto di Paolo che apre la prima lettera ai Corinzi, ed ascoltiamo anche la preghiera che segue, sbocciata dal fluire dei ricordi e dalla riconoscenza dell’apostolo per quanto Dio ha operato ed opera a Corinto.

Paolo, chiamato ad essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sostene, alla chiesa di Dio che è in Corinto, ai santificati in Cristo Gesù, chiamati santi, con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore loro e nostro: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

Io ringrazio sempre il mio Dio per voi, per la grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di ogni conoscenza, essendo stata confermata tra di voi la testimonianza di Cristo, in modo che non mancate di alcun carisma, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro.

Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo, per volontà di Dio”.

Accennavo prima al tono, al tempo stesso “familiare e ufficiale”, di questa e di tutte le lettere di Paolo. Già qui questo tono è evidente: Paolo è un fratello che scrive a dei fratelli e a delle sorelle per i quali ha un grande affetto, ma è anche al tempo stesso il portatore di una “chiamata” tutta particolare: Dio lo ha voluto “apostolo”, ha voluto cioè fare di lui il suo “inviato” – “apostolo” vuol dire proprio questo – che lo rappresenti direttamente nelle comunità.

Nell’“apostolo”, insomma, trovava compimento la catena che univa terra e cielo, di cui ha parlato Gesù nel suo evangelo: “Chi riceve voi riceve me, e chi riceve me riceve colui che mi ha mandato” (Matteo 10,40). Accogliere un apostolo, aprirsi alla sua predicazione, è ricevere Gesù. E poiché ricevere Gesù è ricevere Dio… vedete la grandezza di quello che qui Paolo sta dicendo presentando se stesso come “apostolo”?

Di conseguenza, la lettera che i Corinzi leggeranno, non è soltanto una comunicazione scritta, ma è un evento: è l’evento della Parola di Dio! Perché nelle parole che l’Apostolo scrive Dio si rende presente e quando Dio è presente, sempre opera: la sua volontà si trasforma in azione proprio facendo di quei fogli vergati dall’inchiostro lo strumento che porta l’evangelo, che porta “Gesù Cristo”, a coloro che li riceveranno.

Già, “Gesù Cristo”. È proprio in lui, in “Gesù”, il “Cristo di Israele”, che la Parola di Dio s’è rivelata pienamente al mondo. E è proprio Gesù che ha incontrato Paolo sulla via di Damasco, e gli ha rivolto la vocazione a “apostolo”.

E da quel momento – come lo stesso Paolo scrive in un’altra sua lettera: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Galati 2, 20). Tutto in lui è Cristo: se pensa, pensa Cristo; parla, e parla di lui; sogna, e sogna di lui; soffre, e soffre per lui; ama, ed è in lui che ama… Sì, non è affatto un caso se in queste poche righe che oggi abbiamo ascoltato, il nome “Gesù Cristo” appare tante volte, è quasi una benefica ossessione…

E proprio perché pensa, e parla, e sogna, e soffre, e ama… proprio perché per lui “vivere è Cristo”, Paolo non è mai solo. Ha una grande famiglia accanto a sé: tutti quelli che, con lui e grazie a lui, amano anch’essi Cristo. Sono le sue comunità: i tanti figli e le tante figlie spirituali di quest’uomo che, a nostra conoscenza, non è mai stato padre, ma la cui vita è stata di una straordinaria fecondità…

Sì, è nella chiesa e per la chiesa che Saulo di Tarso è diventato “l’apostolo Paolo”, ed è nella chiesa e per la chiesa che per lui “vivere è Cristo”. Questa dimensione comunitaria è fondamentale, ed è sempre presente, anche e soprattutto quando Paolo scrive.

E questo totalmente. Così, non si presenta mai come il solo autore delle sue lettere, ma già nel suo saluto unisce sempre a sé almeno un suo collaboratore – qui, come abbiamo ascoltato, il”fratello Sostene”. L’unico che nella chiesa può parlare da solo è il Signore Gesù. In tutti gli altri casi, si tratta sempre di un servizio condiviso, ed in particolare, l’annuncio della parola è sempre almeno fatto di due voci… Si potrebbe anche, forse, modificare così una celebre affermazione del vangelo: “Là dove sono due o tre a parlare, lì io parlo con loro”…

E “Paolo e Sostene”, questa minima chiesa di due soli fratelli, parlano a un’altra chiesa un po’ più grande: si rivolgono “alla chiesa di Dio che è in Corinto”.

La parola “chiesa” non l’ha inventata Paolo, né i cristiani. Viene da un verbo che significa “chiamare ad uscire fuori di casa, convocare”, e in tutte le città-stato dell’antica Grecia indicava la pubblica assemblea degli abitanti che avevano diritto di cittadinanza e diritto di voto. Usando questa parola allora, Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che – se lui è stato “chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio” – anche loro sono stati a loro volta oggetto di una vocazione particolare del Signore: ognuno di loro è stato chiamato a “uscire fuori” dalla sua vecchia vita, è stato“convocato” a fare parte del nuovo “popolo di Dio”.

Se per la chiesa vale sempre il singolare, perché in qualsiasi luogo sia, lì vive la medesima chiesa di Gesù, Paolo ha poi certo un legame tutto particolare con questa comunità alla quale si rivolge: la chiesa che è in Corinto è nata dalla sua predicazione, ed egli ne conosce ogni singolo membro, ne ricorda ogni volto, e pensa a ognuno con affetto e attenzione, e ricorda ad ognuno che proprio grazie alla chiamata che Dio ha rivolto a lui a “uscire fuori” per essere con Cristo e con tutti i fratelli e le sorelle, è “santificato”, e perciò “santo”: “Paolo, e il fratello Sostene, alla chiesa di Dio che è in Corinto, ai santificati in Cristo Gesù, chiamati santi”.

Santo” – noi protestanti lo sappiamo bene – non significa “così buono e moralmente perfetto da essere degno di imitazione e di venerazione, e di finire sul calendario”… No, “santo” – è il significato originario di questo termine – è colui che non si possiede più, ma è stato “messo da parte” per appartenere a un altro: Dio ci ha chiamati in Cristo, e adesso siamo suoi e non più nostri… L’affermazione di Paolo che prima abbiamo ricordato “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, vale per tutti i credenti: esprime in pieno la “santità” dei cristiani di Corinto, e esprime anche la nostra santità…

Ma la santità non consiste soltanto nel “non possedersi più” perché si è “posseduti”. In Israele un uomo od un oggetto che entrava in un contatto fisico con il tempio e con l’altare, diventava “santo” in virtù di quel contatto, e questo voleva dire che, per tornare alla “normalità” doveva essere sottoposto a un rituale di purificazione: quel contatto l’aveva come introdotto in una particolare sfera d’energia… l’aveva reso come “radioattivo”…

Per i cristiani è un po’ la stessa cosa: la chiamata di Dio ti mette in contatto con Gesù, e questo contatto ti fa diverso da quello che eri prima, e diverso dagli altri che quel contatto non l’hanno ancora avuto. Ti mette dentro un’energia particolare, la forza dello Spirito di Dio. Sì, essere cristiani è anche questione di un’energia che ti rende diverso, ti consente delle scelte non conformiste, non appiattite sulla mentalità corrente… Se noi questa energia non l’avvertiamo, e anzi se tutto questo ci sembra anche un po’ strano, non è Paolo che è troppo antico e lontano da noi, siamo noi che siamo troppo poco cristiani! …

Ma se i pensieri di Paolo sono diretti in maniera concreta e affettuosa a coloro a cui scrive, hanno però sempre un’apertura e un orizzonte più ampi. E subito, da Corinto vanno al mondo, a “tutti coloro in ogni luogo invocano il nome del Signore Gesù Cristo”. Questo è importante, perché così l’apostolo ricorda ancora una volta ai suoi figli e fratelli nella fede che la chiesa non è formata solamente da loro. Che ci sono nel mondo tanti altri credenti che, come loro, “invocano il Signore”, che, come loro, hanno cioè rigettato l’invocazione delle divinità pagane, perché hanno riconosciuto che c’è uno solo che si deve invocare, e nessun altro.

Ma pronunciare il nome del Signore è sempre un “benedire”, e ecco allora che il saluto di Paolo si trasfigura in “benedizione”: in una promessa di bene autorizzata dal Signore stesso: “grazia a voi e pace”.

I tantissimi che nell’impero di Roma parlavano il greco (che era un po’ l’inglese dell’antichità), si salutavano con il verbo “chaire”, “rallegrati!”, un bellissimo augurio di gioia…Paolo sostituisce “chaire” con la parola, insieme molto simile e diversa, “charis”, che vuole dire: “grazia”. E così fa, di un saluto tutto umano, un’invocazione che, per così dire, apre il cielo su colui che la riceve.

E questa “grazia” che, simile alla manna, cala insieme“da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo” sui figli e sulle figlie del suo popolo, porta con sé la pienezza della vita. Si fa – con l’espressione del saluto ebraico che Paolo affianca al saluto dei greci a unire nella stessa comunione i credenti venuti da Israele e quelli provenienti dalle genti – “shalom”,“pace”: il dono del “benessere”, di un’esistenza colma di gioia e senso per tutta la persona.

* * *

La “grazia”, dono e espressione della “fedeltà” di Dio che non viene mai meno, quest’“amore gratuito” che è “la comunione col suo Figlio Gesù Cristo”, ed è perciò pienezza di “pace” e pienezza di vita,fa poi sgorgare dal cuore e dalla penna dell’Apostolo la preghiera della riconoscenza: “Io ringrazio sempre il mio Dio per voi, per la grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di ogni conoscenza”.

C’è qui per noi una grande, consolante verità.

Paolo non ringrazia Dio perché a Corinto sono stati operati chissà quali prodigi, non lo ringrazia neanche per l’amore e la concordia che legano i Corinzi fra di loro e li legano a lui. Non lo può fare, perché non è così. Già immediatamente dopo questa preghiera di ringraziamento, dovrà parlare delle divisioni che spaccano in parti (o, meglio, partiti) quella comunità. E dovrà anche affrontare tutta quanta una serie di problemi, che ci rendono chiaro che quegli antichi cristiani non erano davvero – come già abbiamo detto – “santi da calendario” ma anzi dei testardi peccatori.

Perché allora Paolo ringrazia Dio in queste prime righe della lettera? Non lo fa per una sorta di devota ipocrisia. Paolo ringrazia dal profondo del cuore, perché ce n’è il motivo: come abbiamo ascoltato,quei poveri testardi cristiani di Corinto, sono“stati arricchiti in Cristo Gesù di ogni cosa”, ed in particolare, ”di ogni dono di parola e di ogni conoscenza”.

Sì, a Corinto Paolo ha annunziato l’evangelo. Ed alcuni abitanti di quella grande porto, noto a tutti per la sua corruzione, hanno creduto in quella parola, ed è nata una chiesa. E questa chiesa, “creatura della Parola”, ora ne è anche, pur con tutte le sue umane contraddizioni e infedeltà, la “serva” e la “testimone”: vive della Parola e la proclama a chi non la conosce ancora.

Per questo Paolo ringrazia, per questo è bello ringraziare! La Parola di Dio vive in Corinto! E come già all’inizio di ogni cosa, quando non c’era ancora neanche il tempo, questa Parola ha creato l’universo, così “crea” ancora oggi. È potenza e armonia, è il senso della vita, è il dono di un futuro, è speranza contro ogni paura… È davvero benedizione, vera “grazia” e vera “pace” offerta al mondo.

Quella “grazia” e quella “pace” che renderanno i Corinzi “saldi fino alla fine… fino al giorno del Signore nostro Gesù Cristo”, quando ogni cosa sarà “fatta nuova”. Sì, come dirà poi Paolo a quei suoi figli sventati che litigano fra loro per le piccole cose, senza rendersi conto della straordinaria ricchezza di cui Dio li ha colmati: “Tutto vi appartiene… il mondo, la vita, la morte, le cose presenti e le cose future, tutto è vostro! E voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio!” (cfr 3, 21-23).

* * *

Ho detto poca fa che qui c’è per noi “grande consolante verità”. È proprio così.

Quando Paolo ringrazia Dio e ricorda ai Corinzi che “sono stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di ogni conoscenza”, di fatto lo ricorda anche a noi, e ringrazia Dio anche per noi.

Anche noi abbiamo ricevuto in Cristo il dono della sua Parola e, come a Corinto, così questa Parola agisce anche tra noi e tramite noi. Anche la nostra chiesa è “creatura”, “serva”, “testimone” della Parola di Dio: vive di essa e la offre come vita a coloro che l’ascoltano. Anche se in tutto il resto siamo le mille miglia lontani da quell’antica chiesa, in questo – che è poi l’essenziale – anche noi siamo “Corinzi”: siamo “santificati e santi” come loro, perché come loro non ci apparteniamo più, ma apparteniamo a Cristo.

E, se ”siamo di Cristo, e Cristo è di Dio”, allora “il mondo, la vita, la morte, le cose presenti e le cose future”… allora, proprio come era per quei nostri fratelli “in santità” di duemila anni fa… “tutto è nostro”!

Dunque, meno rassegnazione!

Noi forse i problemi di immoralità, né la presunzione spirituale dei Corinzi… ma non abbiamo neanche il loro entusiasmo, che li faceva intervenire, gridare, cantare, danzare durante i loro culti. Abbiamo la nostra compunta serietà, e soprattutto abbiamo il problema della nostra rassegnazione.

Andiamo avanti per convinzione, per senso del dovere, e un po’ per testardaggine… siamo come “appesantiti”… spesso sentiamo la chiesa come un dovere più che come una gioia. E anche se ogni volta apriamo il culto con una preghiera di lode al Signore, di fatto raramente lo ringraziamo con tutto il nostro cuore, perché ci ha chiamato – ha chiamato me, e te ed ognuno di noi – ad essere tutti insieme la chiesa riformata che, da duecentotrentun anni come comunità di confessione elvetica, e poi insieme alle altre, si raduna qui a Trieste, ogni volta insieme “con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo”.

E però non dobbiamo guardare al passato, ma in avanti, al futuro.

Siamo stati invitati a fare questo anche nel Convegno delle comunità elvetiche in Italia che si è tenuto a Firenze otto giorni fa. Dobbiamo impegnarci a pensare a quello che vorremo e potremo fare insieme, per servire sempre meglio l’Evangelo e per diffondere sempre di più e con più intensità il suo profumo fra di noi e intorno a noi.

Io credo che il primo passo su questa strada che vogliamo percorrere, consista proprio nel rimparare a stupirci per la chiamata che il Signore ci ha rivolto e per i doni di cui continua, con grande fedeltà, a ricolmarci: noi, i suoi“santi”… la sua “chiesa”.

Questo è un culto di riconoscenza, e così prepariamo il futuro.

Perché come ieri per Paolo ed i Corinzi, così oggi per noi preparare il futuro è proprio ringraziare: “Ringraziamo sempre il nostro Dio, per la sua grazia che ci è stata data in Cristo Gesù”. Ringraziamolo, “perché in lui siamo stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di ogni conoscenza”. Ringraziamolo veramente, ed avverrà il miracolo: il nostro ringraziare diventerà per noi una luce, e avremo uno sguardo nuovo su noi stessi, e su tutto…

Non avremo più paura né del presente, né del futuro… supereremo la rassegnazione… Avremo la gioia di vivere il presente come uno slancio incontro al futuro. Sapremo e soprattutto sentiremo che “le cose presenti e le cose future”… davvero “tutto è nostro”, per la grazia di Dio!

                                                                                                   Ruggero Marchetti

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