sito delle CHIESE EVANGELICHE ELVETICA, METODISTA e VALDESE di TRIESTE e DIASPORA
Per ulteriori informazioni chiama lo 040 632770

Isaia 43, 1-7. Testo biblico e predicazione tenuta a Scala dei Giganti la domenica 7 luglio 2013 nel corso del culto estivo unificato

 

Isaia 43 , 1 – 7

Ma ora così parla il Signore, il tuo Creatore, o Giacobbe,
colui che ti ha formato, o Israele!
Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome; tu sei mio!
Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te;
quando attraverserai i fiumi, essi non ti sommergeranno;
quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato
e la fiamma non ti consumerà,
perché io sono il Signore, il tuo Dio,
il Santo d’Israele, il tuo salvatore;
io ho dato l’Egitto come tuo riscatto,
l’Etiopia e Seba al tuo posto.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
sei stimato e io ti amo,
io do degli uomini al tuo posto,
e dei popoli in cambio della tua vita.
Non temere, perché io sono con te;
io ricondurrò la tua discendenza da oriente,
e ti raccoglierò da occidente.
Dirò al settentrione: «Da’!»
E al mezzogiorno: «Non trattenere»;
fa’ venire i miei figli da lontano
e le mie figlie dalle estremità della terra:
tutti quelli cioè che portano il mio nome,
che io ho creati per la mia gloria,
che ho formati, che ho fatti.

Tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato, e io ti amo”. Troviamo qui due parole, due aggettivi rari nella Bibbia: “prezioso… stimato…”. Ma quand’è che una cosa è “preziosa”?… quando è “stimata”?

Ci sono realtà e cose che sono preziose in sé, e perciò per tutti. Pensiamo all’oro, ai gioielli (che non a caso si possono chiamare anche proprio “preziosi”); pensiamo a tante opere d’arte la cui valutazione è ultra-milionaria…

Ma ci sono anche realtà e cose in sé insignificanti e che hanno pregio soltanto per qualcuno, sono “preziose” solo per certi occhi, perché per chi le guarda sono legati al ricordo di una persona cara, ad un evento particolare e bello della vita, al rivelarsi e allo sbocciare o al compiersi di un amore… Può essere una foto, un vecchio fiore, una vecchia canzone… o un libro, o un soprammobile, o anche un luogo… È lo sguardo particolare, carico d’affetto e d’emozione che si posa su di loro che rende “preziose e stimate” alcune cose…

La parola profetica di oggi ci dice che noi siamo “preziosi e stimati” davanti a Dio. Non che siamo preziosi per noi stessi… anzi generalmente siamo gente “da non grande prezzo”, con i nostri difetti e le nostre brutture, le tare di ogni tipo e dimensione che ci portiamo dietro… È Dio che ci vede “preziosi”. È il suo sguardo che ci vede così, perché è lo sguardo di un innamorato… quello sguardo un po’ folle dell’amore che non vede i difetti, e anzi li trasforma in meraviglie.

Con la differenza che, mentre un innamorato può vedere la sua amata come la donna più bella del mondo, ma se è brutta, resta brutta per tutti gli altri… lo sguardo di Dio, proprio perché “di Dio”, ha il potere straordinario di creare la bellezza anche dove non c’è. E allora, se Dio ci vede “preziosi e stimati”, ecco il miracolo: noi diventiamo davvero, grazie a quello sguardo che ci si è posato sopra, “preziosi e stimati”. Non lo eravamo affatto, ora lo siamo, perché Dio ci vede così, e lo sguardo di Dio è la verità.

* * *

Nel nostro testo di Isaia 43, lo sguardo trasfigurante di Dio s’è posato – così dice il profeta – sui resti di Israele che sono a Babilonia. Gerusalemme è stata conquistata e messa a ferro e fuoco. Il tempio è adesso solo un mucchio di rovine calcinate dal calore delle fiamme e il popolo di Dio è solo un gruppo di poveri deportati che sopravvivono schiavi dei Caldei.

Ma ora – è il bellissimo incipit, la bellissima apertura della pagina di oggi – su questo povero, piccolo, insignificante gruppo di uomini e donne che hanno paura persino di sperare, divampa la promessa: “Voi, proprio voi, siete coloro che io amo; voi, così come siete, siete per me preziosi e stimati”. E chi dice questo è il Signore di tutte le potenze e di tutti i domini. Che parla all’Oriente e all’Occidente, al Settentrione e al Mezzogiorno, e gli ubbidiscono. Colui che muove uomini e popoli come pedine che tiene nella mano, che fa e cambia la storia come vuole, la rovescia e ne muta i connotati e i vincitori, e interviene e fa questo per quello sparuto gruppo di sconfitti lontani dalla patria.

Perché?… Come mai tutto questo?… La motivazione la conosciamo: sta tutta in quella frase che già abbiamo ascoltato per due volte: “Perché tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato, e io ti amo”. Tutto nasce e dipende dal cuore di Dio e dai suoi occhi che al cuore sono legati e dal cuore ricevono la luce.

Abbiamo qui una delle spiegazioni più belle e più profonde di quello che la Bibbia intende per “elezione”. L’elezione divina non è una dottrina difficile ed arcana, non è un insegnamento misterioso, accessibile a pochi. È il battito del cuore del Signore che per alcuni accelera… è il suo sguardo che si posa su te e che ti vede bello anche se tu ti vedi miserabile… è sentimento, attenzione incomprensibile. O meglio, non c’è nulla da comprendere. Ci sono solo, per rifarci a Pascal:“Le ragioni del cuore, che la mente non conosce”.

Su questa attenzione del cuore di Dio il profeta sconosciuto che noi chiamiamo il Secondo Isaia, costruisce la sua predicazione: se Israele ascolterà la promessa di salvezza che proviene dal suo Dio che lo ama e che lo considera e lo rende come la luce dei suoi stessi occhi… lo vede “prezioso e stimato”… se accoglierà la parola a lui rivolta e affiderà ad essa se stesso e il suo futuro, non dovrà più stupirsi di nulla, perché nulla di quel che Dio farà per lui sarà troppo meraviglioso. Potrà davvero “attraversare i fiumi” e “camminare nel fuoco”… vedrà realmente questo Dio “innamorato”che ora gli rivolge la parola, all’opera nei poderosi avvenimenti che stanno per accadere: sorgerà un nuovo re che strapperà il potere al sin qui invincibile re di Babilonia, e aprirà ad Israele la via perché posa tornare alla sua terra.

* * *

Vedere Dio in azione nei grandi cambiamenti della storia. È questo il senso della predicazione del Secondo Isaia tra gli ebrei di Babilonia. Il senso e la necessità. Perché senza la parola del profeta sarebbe stato pressoché impossibile anche per il più pio fra i deportati cogliere la regia divina negli eventi che hanno aperto a Israele la via del suo ritorno.

Quando leggiamo questo e gli altri oracoli del profeta dell’esilio (cfr Isaia 40-56), quel che sempre colpisce è difatti l’enorme sproporzione, l’abisso vero e proprio, che c’è fra la grandiosità con cui il nostro Isaia parla del ritorno di Israele alla sua terra, descrivendolo come un secondo esodo ancora più glorioso del primo, una vera nuova creazione che vedrà il mondo intero coinvolto e trasformato, ed il modo reale con cui poi quel ritorno s’è realizzato. Un modo infinitamente meno glorioso e grande e anzi in fondo banale, e quasi misero.

Si è trattato di questo: Ciro, il re di Persia che ha conquistato l’impero babilonese, ha scelto di esercitare il suo dominio sui popoli soggetti in maniera diversa dai re di Babilonia. Mentre infatti quei re avevano trascinato in catene in Mesopotamia le classi dirigenti delle popolazioni sconfitte e conquistate e le avevano tenute lì per controllarle meglio, Ciro ha scelto di consentire a tutti di ritornare nelle loro terre, per avere così la loro riconoscenza, e anche il vantaggio di una maggiore prosperità di tutte le provincie del suo impero, affidate a chi le conosceva e le amava… Ecco allora i vari editti reali che consentivano a chiunque lo volesse di ritornare nella propria terra e riprendere i culti ai propri dèi, per lavorare e pregare per il benessere del re dei re! Ma sudditi di Ciro erano prima, e sudditi rimanevano anche adesso, e il controllo dei funzionari persiani sulle varie provincie non mancava davvero…

In questo cambiamento generale delle cose, che in fondo era soltanto un modo nuovo di continuare ad esercitare il vecchio dominio, si situerà anche il rientro di una parte dei deportati ebrei. Un parte, e nemmeno troppo grande, perché la maggioranza degli ebrei, nati e cresciuti nelle vicinanze di Babilonia, preferirà restare in quella che sentiva oramai come la propria terra per viverci e morirci. E gli ebrei rientrati nella terra di Israele, scortati e il controllati dagli armigeri persiani, avranno i loro guai… dovranno affrontare le difficoltà dovute alla miseria e alla fatica di ricostruire con pochi mezzi il tanto, o il quasi tutto, che era stato distrutto, dovendo poi per giunta fare fronte all’ostilità dei samaritani e delle altre popolazioni che nel frattempo avevano occupato quella terra…

Ma proprio grazie ai sogni grandiosi che gli oracoli del Secondo Isaia avevano suscitato in loro, quegli ex deportati affronteranno tutte le avversità con la convinzione che Dio operava con loro… che dietro a tutto quello che stava succedendo c’era la sua mano invincibile e potente… e questo darà loro la forza per andare sempre avanti.. per costruire per sé e per i loro figli e figlie un nuovo presente ed un nuovo avvenire.

Se noi crediamo in lui e nella sua parola, Dio agisce anche oggi come ha agito duemilacinquecento anni fa: fa dono a chi si affida a lui di quella forza interiore ma non solo che mantiene aperta una prospettiva anche quando umanamente è quasi impossibile avere prospettive…

Siamo in tempi di crisi, di profonda mancanza di speranza, e spesso la mancanza di speranza è anche peggiore della disperazione, che almeno è un sentimento che ti fa sentire vivo… ci sentiamo impotenti, schiacciati dai poteri senza volto di chi pilota l’economia mondiale secondo i suoi interessi, di chi dirige i giochi del mercato secondo delle regole che solo lui stabilisce e conosce, sentiamo continuamente parlare di democrazia, libertà, uguaglianza, e poi scopriamo di non contare niente… vediamo troppi uomini e donne, soprattutto fra i giovani che non hanno nemmeno la minima libertà di poter lavorare, e veniamo a sapere che stranamente, ma poi a pensarci bene mica tanto… la crisi rende i poveri ogni giorno più poveri, mentre i ricchi ogni giorno diventano più ricchi…

In questa situazione, ancora oggi la Bibbia ci chiama a credere che la vicenda umana sulla terra, pur con le sue crisi ed i suoi drammi, le sue stridenti contraddizioni e le sue quasi ineliminabili ingiustizie (che sono poi i drammi, le contraddizioni, gli impulsi negativi che ciascuno di noi porta dentro di sé), è condotta da Dio verso quel compimento che essa chiama “il regno”: quel “regno di Dio” verso cui sospiriamo e nel quale speriamo ogni volta che diciamo la preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno…”. Questa speranza è la forza che ci fa andare avanti, nonostante tutto.

Sì, lo specifico della fede che nasce dalla Bibbia è proprio questo: credere che in ogni caso, al di là di ogni apparenza e anche di ogni realtà, il Signore di Israele e di Gesù ha il potere di agire nella storia ed effettivamente agisce in essa. E noi siamo chiamati a cogliere questa sua presenza attiva e ad impegnarci a nostra volta ad agire nella storia, accanto a Dio e in virtù della sua forza che ci dona, sapendo che proprio perché lui è il Signore anche della storia, “la nostra fatica non è vana nel Signore” (1 Corinzi 15, 58).

* * *

Quest’uso buono e attivo della forza della speranza che ci è stata donata è la nostra responsabilità di credenti. Una responsabilità che raramente abbiamo esercitato, e questo è stato e è ancora il grande peccato della cristianità.

A questo ci richiama il nostro testo d’oggi in Isaia.

All’inizio, abbiamo parlato di “elezione”, di una scelta particolare operata da dio nei confronti di un popolo, che per questo è “il suo” popolo. Sappiamo quanto questo concetto, applicato alla storia, sia stato e sia difficile, e anzi spesso sorgente di soprusi e tante sofferenze. Tutta la storia del popolo e della terra di Israele ci ammonisce su questo fino ad oggi…

Ma l’elezione così come è stata presentata dal nostro oracolo: il particolare sguardo d’amore di Dio per coloro che lui vede “preziosi e stimati” al suo cospetto, non esclude affatto gli altri, e anzi – come abbiamo già visto – la liberazione che Dio opererà nei confronti del suo popolo, si estenderà a tutti i deportati a Babilonia di tutti quanti gli altri popoli, indipendentemente dalla loro storia e dalla loro fede: ogni singolo esule, se vorrà, potrà partire “verso Oriente e Occidente, e verso Settentrione e Mezzogiorno”… ognuno potrà tornare a casa sua… Ecco allora che l’amore di Dio per Israele si dilata ad amore verso tutti, perché poi, alla fine, tutti sono stati “plasmati” da lui, tutti “portano in sé il nome del Creatore”…

La nostra fede nel Signore della Bibbia, la consapevolezza riconoscente della nostra elezione, deve anch’essa sapersi dilatare come amore verso tutti ed ognuno, in quella prospettiva universale che è la sola davvero degna del Signore di Israele e della chiesa, che prima ancora è il Signoredel creato, il Padre dell’intera umanità.

Allora, vedete?… questo testo tutto così centrato su Israele, ci insegna invece – se lo sappiamo leggere alla luce degli eventi della storia da cui esso nasce e a cui si riferisce – che Dio è il Dio della liberazione do ogni popolo oppresso, il redentore fedele dei più deboli, a cui sempre egli rivolge – se lo sanno ascoltare – l’annuncio e la promessa di salvezza: “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!”.

* * *

E se questo vale nella prospettiva dei popoli, vale anche a livello delle persone.

C’è anche questo, nel nostro oracolo del Secondo Isaia. Se tutta la predicazione del profeta ha certo come oggetto Israele nel suo insieme, pure egli si rivolge anche ai singoli individui, a ciascuno dei figli del suo popolo.

I due verbi che troviamo all’inizio: “ti ho riscattato” e “ti ho chiamato per nome”, appartengono infatti alla sfera dei rapporti interpersonali.

Il primo, “ti ho riscattato”, veniva usato nel diritto familiare per indicare la liberazione, dietro pagamento, di un parente ridotto in schiavitù, in genere per debiti. Abbiamo allora, da parte del profeta, quasi il ritorno a quel rapporto diretto fra Dio e il singolo che era proprio del periodo dei patriarchi. Come un tempo parlò ad Abramo nella difficoltà, dicendogli “Non temere” (cfr Genesi 15, 1), così in un’ora di profonda desolazione il Signore fa risuonare di nuovo la sua parola che va al cuore di ogni persona che la ascolta, dicendo: “Non temere, Israele!”.

E anche l’altra espressione “ti ho chiamato per nome” diventa trasparente alla luce del sacrificio d’Isacco, quando il padre, nel momento più terribile della sua stessa mano ormai levata a sgozzare suo figlio, ode la voce del suo Dio che lo chiama appunto col suo nome: “Abramo, Abramo”, e ferma quella mano già sul punto di uccidere.

Non soltanto Israele nel suo insieme, ma ogni singolo membro di quel popolo è perciò, agli occhi del Signore, “pregiato e stimato” come Abramo… E da quanto abbiamo detto in precedenza, noi siamo autorizzati ad allargare questa conclusione ad ogni membro dell’umanità.

Ed in particolare, a chiunque soffre. Che risposta diamo oggi come chiesa, dal pulpito ma anche in un rapporto di amicizia, a chi è assalito dalla forze del male nella salute che viene a mancare, nella famiglia che si fa in mille pezzi, nei sogni che si infrangono, nelle strutture politico-economiche che si rivelano ingiuste ed oppressive? Non abbiamo grosse difficoltà ad esibirci in colte predicazioni che pretendono di dire su ogni cosa una parola preparata e giusta su tutte le tematiche, politiche, sociali, culturali… Ma chi nella sofferenza viene a noi, vuole piuttosto udire non le nostre parole, ma l’autentica parola di Dio che abbia il coraggio di identificare nel rifiuto della sovranità di Dio e nell’attribuzione della sua gloria alle poteri del mondo che non sono lui, la causa ultima delle frantumazioni che attentano alla vita da ogni lato.

Beato il cuore penitente che ascolta per davvero le parole chiare e commoventi del Secondo Isaia che oggi sono risuonate in mezzo a noi! Sì, beato chi ascolta e crede che la speranza e la liberazione sono a portata di mano, perché chi ce ne parla promettendocele è il Creatore del mondo, il Redentore degli oppressi di ogni tempo. Davvero beato chi riconosce la fonte della sua speranza nella parola dell’antico profeta che viene a noi dal cuore stesso di Dio: “Tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo”.

Quasi ogni giorno le cronache dei media ci mettono di fronte a esempi impressionanti dello smarrimento e della violenzadovuti alla mancanza dell’amore.

In questa settimana abbiamo udito, proprio qui a Trieste, che le due ragazze quindicenni che in Friuli hanno ucciso un pensionato sono state incriminate di omicidio intenzionale… sembra cioè che non l’abbiano ucciso – come avevano detto – perché lui le voleva violentare, ma perché non voleva più dare loro dei soldi. Comunque una vicenda molto triste… Mi è venuta alla mente una ragazza che, ormai quasi venti anni, di fronte a dei suoi amici che, più o meno della stessa età di quelle ragazze, avevano anche loro commesso un omicidio, ha detto con tristezza: “Avevano bisogno di qualcuno che li amasse e glielo dimostrasse, qualcuno che si prendesse davvero cura di loro”. Non so nemmeno se poi è proprio così… certo però nelle nostre città piccole e grandi migliaia di giovani stanno crescendo senza amore e perciò senza speranza, e può sempre arrivare la tragedia che mette fine a delle vite umane e alla loro adolescenza. Un poeta inglese del secolo passato ha ben riassunto tutto quanto questo in alcuni suoi versi:

…perduti in un bosco di fantasmi,

bambini paurosi nella notte

che non sono mai stati allegri o buoni”.

Oggi come non mai, se ne rendano conto oppure no, tante persone vorrebbero ascoltare le parole rassicuranti che solo Dio può dire: “Tu sei prezioso ai miei occhi, e stimato, e io ti amo”. È il solo fondamento su cui si può costruire una vita che sia davvero vita.

È una parola che sarà ascoltata solo se coloro che sono stati tratti dall’amore di Dio dalla morte alla vita, le sapranno trasmettere.

Uomini e donne redenti a questo scopo: “Tutti quelli (è il versetto che chiude il nostro oracolo) che portano il mio nome, che io ho creati per la mia gloria, che ho formati e che ho fatti”.

                                                    Ruggero Marchetti

Scrivi un commento

Per pubblicare un commento devi primaautenticarti.

Chiesa Elvetica e Valdese

Piazza S. Silvestro 1
34121 Trieste
tel. e fax 040632770
chiesaelveticavaldese@gmail.com

Chiesa Metodista

Scala dei Giganti 1
34122 Trieste
tel. e fax 040 630892
chiesametodistatrieste@virgilio.it

Past. Dieter Kampen

Via dell'Eremo 191/1
34142 Trieste
cell. 348 096 7797
dkampen@chiesavaldese.org