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Luca 9, 57-62. Testo biblico e predicazione tenuta a Scala dei Giganti, durante il culto unificato di domenica 14 luglio 2013

 

Luca 9 , 57 – 62

 

 Mentre camminavano per la via, qualcuno gli disse: «Io ti seguirò dovunque andrai». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

A un altro disse: «Seguimi». Ed egli rispose: «Permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli disse: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; ma tu va’ ad annunziare il regno di Dio».

Un altro ancora gli disse: «Ti seguirò, Signore, ma lasciami prima salutare quelli di casa mia». Ma Gesù gli disse: «Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio».

 

 

Il papa a Lampedusa: una visita significativa, una bella testimonianza, delle belle parole. Soprattutto quando ha inchiodato gli uomini e le donne della nostra società all’incapacità di lacrimare per chi soffre e chi muore; quando ci ha ricordato che viviamo in una sorta di “bolla d’aria” che ci rende insensibili. Sì, siamo sempre più presi dalle nostre voglie, dai nostri desideri e dalle nostre paure, sempre più delle monadi… frantumati e isolati fra di noi…

 

E questo isolamento, la nostra incapacità di compassione, non c’è solo nei confronti di quegli sventurati e sventurate che affondano nel mare di Sicilia, ma vale sempre e ovunque. Non so se ricordate quello che è successo all’incirca un mese fa su una spiaggia vicino a Roma: un’anziana signora muore per un malore, il suo corpo giace sulla sabbia coperto da un panno, e a due metri da quel corpo un uomo ed una donna amoreggiano, e altre persone giocano coi racchettoni. Erano andati al mare per divertirsi, e volevano continuare a divertirsi, e l’hanno fatto. Se quella povera donna era andata a morire proprio lì, poveretta lei! Ma questo non poteva mica rovinare la loro mattinata…

 

Insomma, davvero “parole sante”, le parole del Santo Padre! C’è da sperare solo che servano a qualcosa…

 

 

E tuttavia, riconosciuto a Papa Francesco quel che gli va riconosciuto, c’è nei suoi interventi un aspetto ricorrente che invece mi convince di meno. Vi può sembrare strano, ma è quando parla della misericordia di Dio. Perché mi sembra lo faccia in una maniera non dico eccessiva (non si può mai essere eccessivi quando si parla della misericordia divina !) ma forse troppo “facile”… in un modo cioè che rischia di rendere il cristianesimo quasi una formalità.

 

Provo a spiegarmi: una cosa è dire: “Il nostro è un Dio che perdona”, e un’altra cosa è dire: “ Perdonare è il compito di Dio”, perché allora davvero tu vai in chiesa o leggi la tua Bibbia solo per sentirti dire che Dio ama e perdona sempre tutti, e allora in realtà come vivi non importa granché… Insistendo – come mi sembra faccia il papa – solo sulla bontà del Signore e anzi sovente sulla sua “tenerezza” (e alla tenerezza è legato un senso di morbidezza che fa pensare a un peluche più che al Sinai e alla Croce), e anche dicendo – e quando l’ho sentito ho fatto un salto – che “Gesù non si impone mai a nessuno, perché chiede e non esige”, c’è davvero il pericolo di spingere chi ascolta a farsi del Signore l’idea che sta lì solo per perdonare tutti e tutte… e non mi sembra sia così.

 

 

* * *

 

Non mi sembra proprio sia così, perché nella Bibbia ci sono delle pagine come quella che abbiamo appena letto nel vangelo di Luca (fra l’altro il vangelo per eccellenza della misericordia di Dio) in cui Gesù “si impone” con una forza straordinaria, ed “esige” una dedizione altrettanto straordinaria da coloro che chiama o che si offrono di mettersi alla sua sequela, e in questo modo impone la sua esigenza a tutti noi, perché poi essere cristiani non è una dogmatica, né una spiritualità, né una morale, e neanche una realtà comunitaria. Essere cristiani è discepolato: è seguire Gesù dovunque vada e dovunque ci conduca…

 

 

E questo non è facile, e anzi umanamente è una follia… la follia della croce. Come Gesù ha appena detto pochi versetti prima di questo nostro testo, subito dopo che Pietro lo ha riconosciuto come “il Cristo di Dio”: “Se uno vuole venire dietro a me, rinunzi a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua” (cfr Luca 9, 20. 23).

 

Ma se queste parole non le avesse spiegate in maniera concreta e applicate alla vita, sarebbero rimaste una sorta di principio ideale, insieme suggestivo e molto vago. Qui invece le traduce in indicazioni specifiche: detta da subito, con grande sincerità e chiarezza, le condizioni per poterlo seguire, detta le sue esigenze, molto grosse e pesanti; per chi se le sente buttare sulla testa, inattese e difficili da accettare.

 

 

Ma Gesù è esigente verso i suoi “aspiranti discepoli”, perché è molto esigente con se stesso. Se ha parlato di “prendere la croce”, è perché sa che lui patirà e morirà su una croce.

 

Così risponde al primo che, con uno slancio del cuore molto bello, gli ha detto: “Io ti seguirò dovunque andrai”, con una considerazione molto secca: “Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, che sembra quasi dire che quell’uomo così ben disposto non è però consapevole delle privazioni che la sua scelta, se messa in atto, porterà con sé. Seguire Gesù infatti comporta sofferenza e solitudine, l’impossibilità di momenti di sosta e di riposo, perché egli è in qualche modo l’“ebreo errante” (questa figura inquietante e misteriosa che i cristiani del Medioevo inventeranno come un simbolo della sorte maledetta di Israele, e che invece si avvicina molto al Gesù di queste righe d’oggi e di tutti i vangeli).

 

Sì, Gesù è sempre “errante”, è sempre in viaggio, sempre sulle strade… non ha una sua dimora. In questo, la sua condizione è meno sicura di quella delle “volpi” e degli “uccelli” che, essi pure sempre in movimento alla ricerca del loro nutrimento, hanno però le loro “tane” e i loro “nidi”; invece lui, “il Figlio dell’uomo”, non ha nemmeno “dove posare il capo”. E come lui, chi va dietro di lui. Ci pensi bene allora, quel “qualcuno” che lo vuole seguire, a che rischio andrà incontro… Adesso è ancora in tempo, poi non lo sarà più.

 

Perché poi c’è anche questo nel primo dei tre brevi, densi incontri che Luca ci racconta: se scegli di seguire Gesù, questa scelta è per sempre! Questo rabbì non è come gli altri maestri itineranti del suo tempo, che uno poteva scegliere di seguire per un po’ finché non giudicasse di aver appreso quel che voleva apprendere… Con Gesù non finisci mai di imparare, e allora non finisci mai di seguirlo: con lui tu sei discepolo per sempre. Davvero allora meglio pensarci finché sei ancora in tempo, per non fare la fine del povero Pietro: prima “Signore, sono pronto ad andare con te in prigione alla morte”, poi: «Anche costui era con Gesù», ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco»” (cfr 22, 33. 56-57).

 

Insomma, veramente, Gesù è così esigente che, se scegli di seguirlo e poi non gliela fai, il tuo venire meno sarà un “rinnegamento”, come quello di Pietro:non ti resterà altro che “piangere amaramente” e affidarti alla sua misericordia.

 

 

E l’esigenza di Gesù caratterizza anche il terzo incontro che oggi Luca ci racconta. Anche qui c’è un “qualcuno” che si offre di seguirlo, accompagnando il suo “Ti seguirò, Signore” con una richiesta comprensibilissima: “Lasciami prima salutare quelli di casa mia”: “Lascia che io prenda commiato da mia moglie e i miei figli”. Una richiesta condivisibile, e non solo a livello umano, ma anche biblico. Abbiamo udito come, nel 1 libro dei Re, Eliseo chieda ad Elia che l’ha chiamato ad andare con lui, di poter prima “andare a dare un bacio a suo padre e sua madre”, e il profeta glielo abbia consentito. Ma Gesù è più di Elia, e dice a quest’altro suo aspirante discepolo: “Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’immagine è tratta da quella cultura contadina che ha dato al Signore spunto per tante sue bellissime parabole, ma questa volta quel che ne vien fuori è una considerazione secca e dura, all’apparenza quasi crudele: se un contadino che lavora all’aratro si volge a guardare indietro al lavoro già fatto e non guarda in avanti al lavoro da fare, traccerà un solco storto. Così – dice Gesù: “Se uno vuol venire dietro me, non può voltarsi indietro, fosse anche a riguardare le persone più care. Con me si volta pagina. Il passato è passato, irrimediabilmente, non c’è spazio per alcuna nostalgia. È “adatto al Regno” che io annuncio e che realizzo, solo chi si concentra interamente su un unico obiettivo: il Regno stesso.

 

 

Ma se già questo può sembrarci crudele, cosa dovremmo dire dell’incontro che lo ha preceduto, quello che è al centro di questa breve pagina? “A un altro disse: «Seguimi». Ed egli rispose: «Permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli disse: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; ma tu va’ ad annunziare il regno di Dio»”.

 

Seppellire i morti è uno degli atti di misericordia fondamentali in tutte le culture religiose. In modo particolare, nella Bibbia, dare degna sepoltura ai propri genitori era uno dei modi per eccellenza per obbedire al comandamento: “Onorerai tuo padre e tua madre” (Esodo 20, 12). Ma non solo nella Bibbia e non solo in tutte le religioni… anche a un livello puramente umano seppellire i propri morti è un dovere primario: basti ricordare l’“Antigone”, la grande tragedia di Sofocle, in cui la protagonista – nel nome delle leggi dell’amore e dell’onore che, nel profondo del cuore, obbligano una sorella a rendere gli ultimi onori al proprio caro morto a costo della propria stessa vita – si oppone alle leggi della città di Tebe che vietavano di seppellire il corpo di suo fratello che aveva cercato di conquistarla. E Antigone, una delle più nobili figure della letteratura greca e di quella di ogni tempo, sarà per questo condannata e giustiziata.

 

Ma Gesù qui non esita ad opporsi in maniera che certo noi sentiamo sconcertante a questo fondamentale dovere: “Ti ho chiamato a seguirmi – così dice a colui che ha perso il padre – e devi farlo subito: se invece scegli di adempiere prima a quello che senti essere il tuo dovere religioso ed umano, questo significa optare per la morte e per il mondo dei morti. No… lascia stare la morte ed il tuo morto: vai piuttosto ad annunziare il regno di Dio!”.

 

Se in tutto l’evangelo c’è un’esigenza impossibile, è questa. Al punto che alcuni commentatori, per provare a salvarlo da questa sua “insopportabile radicalità”, sono arrivati ad ipotizzare che in realtà Gesù, grazie alla sua onniscenza, sapeva che il padre di quell’uomo non era ancora morto e che anzi si sarebbe ripreso; così non occorreva che il figlio andasse da lui… Ma queste sono solo fantasie. Qui, davanti a noi, si erge la pretesa di Gesù, che diventa per chi chiama a seguirlo un doppio obbligo: obbedire alla parola che gli è stata rivolta, e per questo, rompere con la famiglia e con la religione del dovere. Davvero qui risuona in filigrana quell’altra grande “impossibile” parola del Signore: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, e la moglie, i fratelli e le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo” (Luca 14, 6).

 

 

* * *

 

Cosa dire riguardo a tutto questo?

 

Da una lato, una prima osservazione che viene quasi da sé, è che la radicalità di Gesù consiste nella sua esigenza di priorità nei confronti del meglio, e non del peggio, delle nostre relazioni umane. Gesù non ci dice mai di scegliere tra lui e il male, ma tra lui e la nostra famiglia… fra lui e i nostri cari… E la cosa sorprendente e che poi, quelli che hanno fatto così, sono stati liberati dalla bramosia della proprietà e dal culto della famiglia e hanno trovato la necessaria distanza per goderne.

 

Sì, abbiamo ricordato adesso quella parola del Signore che dice che chi non odia suo padre e sua madre e gli altri suoi cari non è degno di lui, ma c’è anche l’altra sua parola che ci assicura che: “Non c’è nessuno che abbia lasciato casa, o moglie, o fratelli, o genitori, o figli per amore del regno di Dio, il quale non riceva cento volte tanto in questo tempo, e nell’età futura la vita eterna” (cfr Luca 18, 29 s.).

 

 

Ma anche qui, cosa vuol dire questo?

 

Riprendiamo il discorso da principio. Quel che Gesù risponde a questi tre potenziali suoi discepoli è a prima vista, come abbiamo già detto, quasi insopportabile. Non abbiamo forse tutti, l’umanissimo bisogno di poggiare ogni tanto il nostro capo da qualche parte? Non abbiamo il diritto di onorare i nostri morti? Non siamo responsabili nei confronti dei nostri congiunti e dei nostri amici, sicché non li possiamo piantare in asso senza nemmeno dire loro addio?

 

Io penso che qui Gesù non risponda, per lo meno non subito, a queste pure legittime questioni, perché abborda un altro tema, ci pone lui una sola e medesima domanda: come dobbiamo impostare la nostra relazione con lui e, attraverso lui, con Dio? I “candidati discepoli” del nostro testo hanno senz’altro tutti e tre il desiderio di seguire Gesù, di vivere con lui. Questo è già qualche cosa, e anzi è già molto, ma non è sufficiente. Per due motivi: anzitutto, perché la loro volontà deve ancora far passare questo desiderio dalla formulazione alla realizzazione… dalle parole ai fatti; poi perché la loro intelligenza deve ancora comprendere cosa in realtà significhi questo sogno di seguire Gesù nel concreto della sua esigenza e della sua promessa: cosa vuol dire “odiare padre e madre”, e che vuol dire: “ricevere in cambio cento volte tanto”?

 

 

Ed è a questo livello che le considerazioni e le risposte di Gesù si lasciano comprendere: presentate ed offerte agli aspiranti discepoli, al tempo stesso ben intenzionati e però anche esitanti, sono, proprio nella loro durezza, dei segnali d’amore. Se tu mi vuoi “seguire” – dice al primo dei tre – devi essere in grado di vivere un’esistenza cristiana adulta, priva di quelle protezioni materne tanto desiderate e tanto dolci, ma anche tanto “cordone ombelicale” (insomma, Gesù non vuole con sé dei “bamboccioni”…); tu – dice invece al secondo candidato discepolo – devi mirare a una vita di fede che sia una rottura pensata e vissuta col passato, con le tradizioni, con tutto ciò che tuo padre rappresenta (anche qui, noi possiamo pensare a quell’altra parola del Signore che dice:“vino nuovo in otri nuovi” (cfr Luca 5, 37-38), altrimenti tutto esplode…); poi al terzo aspirante, Gesù propone una sequela che sappia dire addio ad ogni nostalgia, e sappia rifiutate un’anima divisa, lacerata, per metà volta avanti e metà volta indietro, al luogo degli affetti familiari.

 

E tutto questo, senza benefici immediati. Al contrario per seguire Gesù sulla via della sofferenza e della croce…

 

 

E tuttavia – è la verità che il testo in primo luogo suggerisce – la strada della croce Gesù l’ha percorsa nel mondo, dai sentieri polverosi della Galilea fino alle mura di Gerusalemme e ai cortili del tempio e all’altura del Golgota… ed è nel mondo che ci chiama a seguirlo. La vita cristiana non passa accanto alla vita, ma è novità di vita. E Gesù ci ha promesso che una volta afferrati nella sequela, potremo ridefinire “da cristiani” tutte le nostre relazioni umane: con le persone che ci sono care, con il nostro passato e col nostro presente. E lo faremo nella libertà: non ameremo più i nostri parenti perché “i parenti vanno amati”… no, li ameremo in Cristo, con una nuova freschezza e un nuovo slancio e una nuova lucidità. Li riavremo di nuovo e li riavremo nuovi, come un dono di Dio. È questo il “cento volte” che Gesù ha preannunciato, che ci donerà, che già ci dona! È il “vino nuovo” buono e frizzante che ci farà dimenticare il “vino vecchio”…

 

 

Alla fine allora, noi comprendiamo con riconoscenza che, dopo il momento doloroso della separazione dal luogo e dagli affetti della vita precedente che sempre caratterizza una partenza, e dopo la fatica del cammino che si deve intraprendere, però la destinazione che ci aspetta ci impedisce di guardare alla decisione radicale a cui Gesù ha chiamato i suoi tre interlocutori come a un gesto masochistico. Se lo leggiamo bene, se guardiamo a Gesù con l’occhio giusto, questo testo risplende della medesima gioia di vivere e dello stesso premuroso amore della lode esultante che – oggi abbiamo udito anche questo – Gesù innalzerà a suo Padre quando, dopo essere andati “ad annunziare il regno di Dio”, i “settanta discepoli” che egli aveva inviato a predicare (tra i quali è bello pensare ci fossero anche questi nostri tre anonimi amici) ritorneranno a lui lieti per il successo della loro missione: “Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto!” (Luca 10, 21).

 

Sì, la gioia del regno di Dio. Che non è solo una meta da sognare e a cui volgere sguardo e cuore, ma è già nei nostri propositi, è già anche nelle piaghe sovente dolorose dei nostri addii.

 

 

                                                                                            Ruggero Marchetti

 

 

 

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