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Un pensiero dalla predicazione su Luca 9, 57-62, tenuta a Scala dei Giganti, durante il culto unificato, domenica 14 luglio 2013

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

Quel che Gesù risponde a questi suoi potenziali tre discepoli è a prima vista, quasi insopportabile. Non abbiamo forse tutti l’umanissimo bisogno di poggiare ogni tanto il nostro capo da qualche parte? Non abbiamo il diritto di onorare i nostri morti? Non siamo responsabili nei confronti dei nostri congiunti e degli amici, sicché non li possiamo piantare in asso senza nemmeno dire loro addio?

Io penso che qui Gesù non risponda a queste legittime questioni, perché abborda un altro tema, ci pone lui una sola e medesima domanda: come dobbiamo impostare la nostra relazione con lui e, attraverso lui, con Dio? I “candidati discepoli” del nostro testo hanno tutti e tre il desiderio di seguire Gesù, di vivere con lui. Questo è già qualche cosa, e anzi è già molto, ma non è sufficiente. Per due motivi: anzitutto, perché la loro volontà deve ancora far passare questo desiderio dalla formulazione alla realizzazione, dalle parole ai fatti; poi perché la loro intelligenza deve ancora comprendere cosa in realtà significhi questo sogno di seguire Gesù nel concreto della sua esigenza e della sua promessa: cosa vuol dire “odiare padre e madre”, e che vuol dire: “ricevere in cambio cento volte tanto”?

Ed è a questo livello che le considerazioni e le risposte “dure” di Gesù si lasciano comprendere: presentate agli aspiranti discepoli, al tempo stesso ben intenzionati e però anche esitanti, sono, proprio nella loro durezza, dei segnali d’amore. Se tu mi vuoi “seguire” – dice Gesù al primo dei tre – devi essere in grado di vivere un’esistenza cristiana adulta, priva di quelle protezioni materne tanto desiderate ma anche tanto bloccanti; tu – dice invece al secondo – devi mirare a una vita di fede che sia una rottura pensata e vissuta col passato, con le tradizioni, con tutto ciò che tuo padre rappresenta; poi al terzo propone una sequela che sappia dire addio ad ogni nostalgia, e sappia rifiutare un’anima divisa, per metà volta avanti e metà volta indietro al luogo degli affetti familiari. E tutto questo, senza benefici immediati. Al contrario per seguirlo sulla via della croce…

E tuttavia – è la verità che il testo suggerisce – la strada della croce Gesù l’ha percorsa nel mondo, dai sentieri polverosi della Galilea fino all’altura del Golgota, ed è nel mondo che ci chiama a seguirlo. La vita cristiana non passa accanto alla vita, ma è novità di vita. E Gesù ci ha promesso che, una volta afferrati nella sequela, potremo ridefinire “da cristiani” tutte le nostre relazioni umane: con le persone che ci sono care, con il nostro passato e col nostro presente. E lo faremo nella libertà: non ameremo più i nostri parenti perché “i parenti vanno amati”. Li ameremo in Cristo, con una nuova freschezza e un nuovo slancio… una nuova lucidità. Li riavremo di nuovo e li riavremo nuovi, come un dono di Dio.

Se lo leggiamo bene… se guardiamo a Gesù con l’occhio giusto, questo testo risplende della medesima gioia di vivere e dello stesso premuroso amore della lode esultante che Gesù innalzerà a suo Padre quando, dopo essere andati “ad annunziare il regno di Dio”, i “settanta discepoli” che egli aveva inviato a predicare (tra i quali è bello pensare ci fossero anche questi nostri tre anonimi amici) ritorneranno a lui lieti per il successo della loro missione: “Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto!” (Luca 10, 21).                                      R. M.

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