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Giudici 9, 1-21. Testo biblico e predicazione tenuta a Scala dei Giganti durante il culto estivo unificato di domenica 21 luglio 2013

 

Giudici 9 , 1 – 21

Abimelec, figlio di Ierubbaal, andò a Sichem dai fratelli di sua madre e parlò a loro e a tutta la famiglia del padre di sua madre, e disse: «Vi prego, dite ai Sichemiti, in modo che tutti odano: Che cos’è meglio per voi, che settanta uomini, tutti figli di Ierubbaal, regnino su di voi, oppure che regni su di voi uno solo? Ricordatevi ancora che io sono vostre ossa e vostra carne». I fratelli di sua madre parlarono di lui, ripetendo a tutti i Sichemiti tutte quelle parole; e il cuore loro si inclinò a favore di Abimelec, perché dissero: «È nostro fratello». Gli diedero settanta sicli d’argento, che tolsero dal tempio di Baal-Berit, con i quali Abimelec assoldò degli avventurieri audaci che lo seguirono. Egli andò alla casa di suo padre, a Ofra, e uccise sopra una stessa pietra i suoi fratelli, settanta uomini, figli di Ierubbaal; ma Iotam, figlio minore di Ierubbaal, scampò perché si era nascosto. Poi tutti i Sichemiti e tutta la casa di Millo si radunarono e andarono a proclamare re Abimelec, presso la quercia del monumento che si trova a Sichem.

Iotam, essendo stato informato della cosa, salì sulla vetta del monte Garizim e, alzando la voce, gridò: «Ascoltatemi, Sichemiti, e vi ascolti Dio!

Un giorno, gli alberi si misero in cammino per ungere un re che regnasse su di loro; e dissero all’ulivo: “Regna tu su di noi”. Ma l’ulivo rispose loro: “E io dovrei rinunziare al mio olio che Dio e gli uomini onorano in me, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?”. Allora gli alberi dissero al fico: “Vieni tu a regnare su di noi”. Ma il fico rispose loro: “E io dovrei rinunziare alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?”. Poi gli alberi dissero alla vite: “Vieni tu a regnare su di noi”. Ma la vite rispose loro: “E io dovrei rinunziare al mio vino che rallegra Dio e gli uomini, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?”. Allora tutti gli alberi dissero al pruno: “Vieni tu a regnare su di noi”. Il pruno rispose agli alberi: “Se è proprio in buona fede che volete ungermi re per regnare su di voi, venite a rifugiarvi sotto la mia ombra; se no, esca un fuoco dal pruno, e divori i cedri del Libano!”.

Ora, avete agito con fedeltà e con integrità proclamando re Abimelec? Avete agito bene verso Ierubbaal e la sua casa? Avete ricompensato mio padre di quello che ha fatto per voi? Infatti egli ha combattuto per voi, ha messo a repentaglio la sua vita e vi ha liberati dalle mani di Madian, mentre voi, oggi, siete insorti contro la casa di mio padre, avete ucciso i suoi figli, settanta uomini, sopra una stessa pietra, e avete proclamato re dei Sichemiti Abimelec, figlio della sua serva, perché è vostro fratello. Se oggi avete agito con fedeltà e con integrità verso Ierubbaal e la sua casa, godetevi Abimelec e Abimelec si goda voi! Se no, esca da Abimelec un fuoco, che divori i Sichemiti e la casa di Millo; ed esca dai Sichemiti e dalla casa di Millo un fuoco, che divori Abimelec!».

Poi Iotam corse via, fuggì a Beer, e rimase lì per paura di Abimelec, suo fratello.

* * * * *

La Bibbia non ha paura delle brutte storie. E oggi ce ne ha raccontata una. La brutta storia di Abimelec, figlio di una donna di Sichem e di Gedeone, in questa pagina sempre però chiamato col suo soprannome di Ierubbaal,”colui che lotta contro Baal”, perché era riuscito a prezzo di durissime lotte a reintrodurre il culto del Signore al posto appunto di quello di Baal; il quale Abimelec, proprio con la complicità dei suoi parenti sichemiti, massacra “sopra una stessa pietra”, i suoi settanta fratellastri, e viene proclamato re sotto la quercia di Sichem, salendo su quel trono sul quale suo padre, ben più grande e valoroso di lui, non aveva mai voluto salire perché, così aveva detto agli uomini di Israele che gli avevano chiesto di regnare su di loro: “Io non regnerò su di voi, né mio figlio regnerà su di voi: il Signore è colui che regnerà su di voi” (Giudici 8,23).

Ma è poi così scontato il fatto che la Bibbia non abbia paura delle brutte storie? Noi in effetti possiamo domandarci come mai il libro della rivelazione di Dio racconti una vicenda sanguinosa come questa, e lo faccia per di più con una sorta di distacco cronachistico, senza pronunciare una sola parola di condanna…

Già ce lo siamo detto tante volte: chi vuole leggere un testo edificante, fa bene a lasciar perdere la Bibbia, che è tutto meno che un libro edificante. E non è edificante e racconta brutte storie proprio perché è il libro della rivelazione di Dio. E Dio è il Signore del mondo e della vita, proprio di quel mondo e di quella vita in cui sono accadute, accadono e purtroppo accadranno ancora, storie come quella di Abimelec e dei suoi settanta fratelli massacrati per brama di potere… senza risalire fino a Caino, anche la storia di Roma nasce da un fratricidio…

Insomma raccontandoci storie come questa, la Bibbia ci ricorda che l’occhio di Dio non veglia solo sopra i buoni e i pii, ma vigila su tutto ciò che accade, lo esamina e lo giudica.

Ma come Dio giudica le brutte storie del mondo rovinato dalle nostre concupiscenze, dai nostri calcoli di potere e dalla nostra violenza senza freni… come “manifesta la sua ira” (cfr Romani 1,18) ?

Ce l’ha ricordato l’apostolo Paolo nel brano impressionante dell’epistola ai Romani che oggi abbiamo ascoltato: “Dio li ha abbandonati” (cfr Romani 1, 24. 28). Sì, il giudizio di Dio è questo: “l’abbandono”. Scegliamo di fare il male e lo facciamo? Dio ci lascia alle conseguenze della nostra scelta. Fra parentesi, il fatto che abbiamo prima rilevato che l’autore biblico abbia raccontato il massacro dei fratelli di Abimec senza nemmeno una parola di condanna, si spiega forse proprio in questa “prospettiva dell’abbandono”: di fronte alla nostra crudeltà, Dio si ritira indietro anche solo a livello di commento… restano solo i fatti nella loro crudezza e le loro conseguenze, che seguiranno inevitabilmente ed implacabilmente.

Perché poi, “l’abbandono di Dio” vuol dire proprio questo: come tanti “apprendisti stregoni” che diventano vittime del male che hanno loro stessi scatenato, noi siamo consegnati nelle mani delle forze oscure a cui abbiamo dato il via libera con le nostre scelte negative… e il male che abbiamo fatto o al quale anche soltanto abbiamo acconsentito ricadrà su di noi. E questa ricaduta sarà il giudizio, la condanna e la pena delle nostre decisioni scellerate: non è un caso se nella lingua della Bibbia vi è una stessa parola “avon” per indicare la colpa e la punizione della colpa: la punizione è già presente nella colpa stessa… e quando faccio il male le do il via… e non potrò arrestare il suo cammino… verrà e mi colpirà, e con me colpirà chi è accanto a me, colpevoli e innocenti… e sarà stata tutta colpa mia! È duro, ma è così. A noi pensare prima a tutto questo, e stare bene attenti a non scatenare il meccanismo…

Abimelec al giudizio di Dio non ci ha pensato e, col sangue del massacro dei suoi fratelli uccisi per diventare re, ha scatenato la sua stessa punizione e la punizione dei sichemiti che si son fatti suoi complici e suoi sudditi: nei versetti immediatamente successivi al nostro testo, leggiamo che “Dio mandò un cattivo spirito fra Abimelec e i Sichemiti, e i Sichemiti non furono più fedeli ad Abimelec, affinché la violenza fatta ai settanta figli di Ierubbaal ricevesse il suo castigo e il loro sangue ricadesse sopra Abimelec, loro fratello, che li aveva uccisi, e sopra i Sichemiti che lo avevano aiutato a uccidere i suoi fratelli” (Giudici 9, 23-24). E così si scatena la guerra tra Abimelec e i parenti di sua madre, finché Abimelec con gli uomini a lui fedeli riesce prima a distruggere Sichem e a bruciare vivi gli ultimi superstiti che si erano rifugiati nella torre della città; poi però mentre cerca di espugnare la torre di un’altra città sichemita, una donna dall’alto del baluardo gli tira sulla testa un pezzo di macina che gli spacca il cranio. Allora Abimelec, perché non si dicesse che era morto per mano di una donna, domandò al suo scudiero di finirlo con la spada.

* * *

Così, tra le fiamme e le stragi degli assedi, il castigo di Dio è caduto su Abimelec e i Sichemiti: davvero la violenza ha generato tanta altra violenza! E così anche – è la constatazione che chiude questa storia: “Si compì su di loro la maledizione di Iotam, figlio di Ierubbaal” (Giudici 9, 37).

Perché poi, se come abbiamo detto la Bibbia non commenta il massacro e l’ascesa al trono di Abimelec, nella pagina che abbiamo letto noi abbiamo la favola di Iotam, l’unico fratello di Abimelec scampato al massacro, e abbiamo anche la sua maledizione: “Se oggi avete agito con fedeltà e con integrità verso Ierubbaal e la sua casa, godetevi Abimelec e Abimelec si goda voi! Se no, esca da Abimelec un fuoco, che divori i Sichemiti e la casa di Millo (probabilmente è il nome della torre fortificata di Sichem); ed esca dai Sichemiti e dalla casa di Millo un fuoco, che divori Abimelec!”.

Ma veniamo alla favola di Iotam che è per noi il cuore dell’insegnamento della pagina d’oggi. È proprio una favola, perché soltanto nelle favole le piante e gli animali hanno il dono dalle parola, e qui appunto sono le piante… sono gli alberi che parlano.

E questi strani, favolosi alberi che parlano, e che per poter parlare prima pensano, decidono di voler avere un re, e così chiedono all’“ulivo”: “Regna tu su di noi”. Ma l’ulivo è pienamente consapevole del perché è stato messo al mondo… sa qual è il dono particolare che il Creatore gli ha fatto e sa che quel dono è il senso del suo esistere, e così non accetta la corona che gli è offerta: “Io dovrei rinunziare al mio olio che Dio e gli uomini onorano in me, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?”. La consapevolezza di quello che egli è, lo mette al sicuro da ogni brama di potere… ché poi, cos’è il potere per un albero? Come ha detto proprio adesso l’ulivo: “agitarsi al di sopra degli altri alberi”. Ma ve l’immaginate un ulivo più alto di un cipresso? Sarebbe solo una mostruosità… Non se ne parla proprio…

Gli alberi allora, si rivolgono al “fico”: “Vieni tu a regnare su di noi”. Ma per il fico vale il medesimo discorso dell’ulivo: “E io dovrei rinunziare alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?”. Anche il fico sa chi è e quanto vale, e anche per lui regnare sarebbe solamente un “agitarsi” perdendo la sua forma. E così neanche il fico accetta di regnare.

Resta allora la “vite”. Ma se non hanno accettato l’ulivo e il fico che pure sono veri e propri alberi, figuriamoci lei! E così anche lei esclama: “Io dovrei rinunziare al mio vino che rallegra Dio e gli uomini, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?”. No… niente regno… molto meglio essere causa di gioia e di sorriso e di canti festosi… e poiché se gli uomini sono contenti, Dio è contento con loro… la vite non è certo tanto stolta da rinunciare a dare gioia in cielo e sulla terra in cambio delle preoccupazioni del potere…

A questo punto, niente re per gli alberi? No… l’idea di avere un re ormai si è propagata dalle radici alla punta dei rami… e così “tutti gli alberi” stavolta si rivolgono al “pruno”: “Vieni tu a regnare su di noi”. Ed il pruno ci pensa… poi detta le sue condizioni. Anzitutto, se lo vogliono re, non dev’essere lui a preoccuparsi di innalzarsi al disopra degli altri alberi: che siano loro, compresi gli altissimi e maestosi “cedri del Libano”, a prostrarsi quasi fino a terra per “rifugiarsi sotto la sua ombra”… Ma a questo punto noi ci domandiamo: qual è il dono del pruno? È utile a qualcosa? E se diventasse re, dovrebbe rinunciare alla sua utilità? Il pruno serve solo ad una cosa: se incendi la sterpaglia in un attimo divampa un fuoco divorante, un fuoco distruttore… E questa “qualità” il pruno non dovrebbe mica perderla… anzi, se diventasse re e gli alberi dovessero mancargli di lealtà e non venissero “sotto la sua ombra”, da lui “uscirebbe un fuoco che li divorerebbe”.

Questa favola – è chiaro – parlava ai Sichemiti che avevano tradito il ricordo del loro benefattore Ierubbaal-Gedeone massacrando i suoi figli per proclamare re il loro parente Abimelec, e parla anche a noi.

Sì, questi alberi che pensano, decidono, parlano… che addirittura si muovono (se avete fatto caso la favola inizia dicendo: “Un giorno, gli alberi si misero in cammino per ungere un re che regnasse su di loro”)…questi alberi così umanizzati, siamo noi. Del resto nella Bibbia l’albero è una realtà particolare, un simbolo assai forte: ancorato com’è dentro la terra e con i rami che sfiorano il cielo, è spesso visto come una sorta di intermediario fra l’ambito terreno e quello spirituale… ma in questo è appunto molto simile all’uomo, anche lui al tempo stesso creatura della terra e però partner di Dio…

E ci insegnano gli alberi… ce l’insegna l’“ulivo”, e ce l’insegna il “fico” e poi la “vite”… che noi siamo chiamati a far fiorire la nostra vocazione, che poi è la nostra vita tutt’intera… a mettere a disposizione di tutti i nostri doni senza cadere nella trappola oscura della sete di potere che porta solo morte ed infelicità… Questo non vuole dire che allora chi fa frutto non deve far politica e la debbono fare solo quelli che sanno solo distruggere e incendiare… no… la si può fare e anzi la si deve fare, ma appunto senza dover rinunciare ai propri doni e al bene che coi nostri doni noi possiamo fare, per andare a “agitarci al di sopra degli altri”… Contrariamente a quel che molti pensano, il potere politico non è mai un fine in sé, ma è solo un mezzo per il bene di tutti, un servizio per il vivere insieme… Il vero potere è l’altro: è “l’olio”, “il fico”, “il vino” … è ciò che Dio ci dà come “il nostro talento” per il bene di tutti.

* * *

Ma qui non si tratta solo di ambire, bramare, esercitare il potere. Questo pagina del libro dei Giudici ci invia a riflettere anche a come noi subiamo il potere, a come con lui scendiamo a compromesso…

Per fortuna, l’epoca degli assolutismi è terminata, almeno per noi cittadini e cittadine dell’Europa occidentale… c’è ancora qualche “sultano” e qualche corte e parecchi cortigiani, ma non hanno il potere che vorrebbero… e però nella nostra società postmoderna, c’è tutta una serie di poteri che premono su noi: poteri finanziari, economici, politici… condizionamenti mentali (pensate a quanti esperti dei meccanismi delle nostre menti e dei nostri desideri ci sono dietro alle pubblicità, ai media, a chi ha in mano le leve dell’infinito mondo virtuale… pensate a come sanno i nostri punti deboli, e li sanno sfruttare…). Un accostamento critico ed un uso critico di questi poteri anche nelle scelte concrete dei nostri consumi, è importante, altrimenti finiamo “macinati”… ed è la nostra distruzione come persone libere e dotate di dignità. E anche nella pagina di oggi la Scrittura che, come abbiamo detto, porta a noi la rivelazione di Dio… del Dio che ci fa dono dei nostri doni, della nostra vocazione e della nostra dignità… ci dice che non è inevitabile cadere preda di chi ci vuole disumanizzare… che ci sono delle vie “d’integrità” su cui vegliare e da mantenere aperte.

E se questo vale per il potere, vale anche per le nostre dipendenze: quando un prodotto (alcool, droghe, ecc) o un comportamento (il gioco – che con lo Stato che ne è il grande impresario sta diventando sempre più una silenziosa piaga sociale, l’appartenenza a un gruppo che prima ti lusinga e poi s’impossessa di te e ti ritrovi membro di una setta) prendono il potere su di te e ti succhiano via, ti separano da ogni altro legame familiare o sociale… lì può iniziare la tua distruzione fisica e mentale…

Questa pagina di oggi in cui Dio non appare in prima persona, attraverso la favola degli alberi-umanizzati ce lo mostra preoccupato anche delle nostre dipendenze e ci invita a trovare in lui, nei doni e nella vocazione che ci dona, il fondamento della nostra libertà, che consiste nel portare dei frutti per il bene di tutti e non nel distruggere e distruggerci.

Infine, dopo aver guardato a noi, al nostro dominare e essere dominati, col filtro di questa antica favola di Iotam, noi possiamo guardare a Gesù.

Abbiamo visto come gli alberi, se vogliono regnare sugli altri, perdono la loro stessa ragion d’essere, perché perdono se stessi ed il loro far frutto: solo il pruno che non produce frutti ma soltanto alimenta il fuoco distruttore… solo lui può regnare!

Ebbene l’albero, piantato nelle terra e con i rami tesi verso il cielo, che ne fanno – come già abbiamo detto – una realtà simbolica intermedia fra l’ambito terrestre e quello spirituale, sia per la sua configurazione sia per la mediazione che sembra esercitare, ci rimanda a Gesù crocifisso. Sì, la croce, col suo tronco piantato in terra e le sue braccia tese, in fondo è anch’essa un albero… e Gesù inchiodato su quell’albero dai poteri politici e religiosi del suo tempo… coronato dai rami di un pruno… è lì, fra terra e cielo… si manifesta lì come non mai vero uomo e vero Dio! E con la sua presenza silenziosa eppure terribilmente e meravigliosamente eloquente, ci invita a riflettere che anche noi dobbiamo avere questo “doppio ancoraggio”: creature umane radicate nella terra, ed insieme però votate a Dio.

Se rimaniamo nell’ottica strettamente terrestre e ci sottomettiamo, per convenienza, carrierismo, stanchezza, ai poteri politici, economici e di tutti gli altri tipi, allora non possiamo essere più quegli intermediari fra le realtà del mondo in cui viviamo e la realtà di Dio che dona a noi noi stessi… perdiamo il senso della nostra natura profonda, doppia e preziosa, di esseri umani coi piedi sulla terra e di ricettacoli e portatori dello Spirito Santo. E non portiamo più quei frutti dello Spirito che sono poi il vero potere che trasforma le cose.

Invece, per donare “l’olio che Dio e gli uomini onorano”, “la dolcezza squisita del fico” e “il vino che rallegra Dio e gli uomini”… insomma, per portare quei frutti che dobbiamo portare, esaminiamo la nostra situazione, così come l’hanno saputa esaminare “l’ulivo, “il fico” e “la vite”, senza lasciarsi abbagliare dalla prospettiva del potere: guardiamo ai nostri momenti di preghiera e di canto, di lettura e di studio della Bibbia, di compassione e di condivisione, come ai doni di Dio per noi, doni di cui aver cura, da far fruttificare per dare gioia a tutti e dare gioia a Dio.

                                                                                                        Ruggero Marchetti

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