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Un pensiero dalla predicazione su Giudici 9, 1-21, tenuta a Scala dei Giganti durante il culto unificato di domenica 21 luglio 2013

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

Attraverso il filtro dell’antica favola di Iotam, noi possiamo guardare a Gesù.

 

Abbiamo visto come l’albero, se vuole regnare sugli altri, perde la sua stessa ragion d’essere, perché perde se stesso ed il suo far frutto: solo il pruno che non produce frutti ma soltanto alimenta il fuoco distruttore… solo lui può regnare!

 

Ebbene l’albero, piantato nelle terra e con i rami tesi verso il cielo, che ne fanno – come già abbiamo detto – una realtà simbolica intermedia fra l’ambito terrestre e quello spirituale, sia per la sua configurazione sia per la mediazione che sembra esercitare, ci rimanda a Gesù crocifisso. Sì, la croce, col suo tronco piantato in terra e le sue braccia tese, in fondo è anch’essa un albero… e Gesù inchiodato su quell’albero dai poteri politici e religiosi del suo tempo… coronato dai rami di un pruno… è lì, fra terra e cielo… si manifesta lì come non mai vero uomo e vero Dio! E con la sua presenza silenziosa eppure terribilmente e meravigliosamente eloquente, ci invita a riflettere che anche noi dobbiamo avere questo “doppio ancoraggio”: creature umane radicate nella terra, ed insieme però votate a Dio.

Se rimaniamo nell’ottica strettamente terrestre e ci sottomettiamo, per convenienza, carrierismo, stanchezza, ai poteri politici, economici e di tutti gli altri tipi, allora non possiamo essere più quegli intermediari fra le realtà del mondo in cui viviamo e la realtà di Dio che dona a noi noi stessi… perdiamo il senso della nostra natura profonda, doppia e preziosa, di esseri umani coi piedi sulla terra e di ricettacoli e portatori dello Spirito Santo. E non portiamo più quei frutti dello Spirito che sono poi il vero potere che trasforma le cose.

 

Invece, per donare “l’olio che Dio e gli uomini onorano”, “la dolcezza squisita del fico” e “il vino che rallegra Dio e gli uomini”… insomma, per portare quei frutti che dobbiamo portare, esaminiamo la nostra situazione, così come l’hanno saputa esaminare “l’ulivo, “il fico” e “la vite”, senza lasciarsi abbagliare dalla prospettiva del potere: guardiamo ai nostri momenti di preghiera e di canto, di lettura e di studio della Bibbia, di compassione e di condivisione, come ai doni di Dio per noi, doni di cui aver cura, da far fruttificare per dare gioia a tutti e dare gioia a Dio.                                                    R. M.

 

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