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Marco 5, 1-20. testo biblico e predicazione tenuta a Scala dei Giganti durante il culto estivo unificato di domenica 28 luglio 2013

 

Marco 5 , 1 – 20

Giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Geraseni. Appena Gesù fu smontato dalla barca, gli venne subito incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo, il quale aveva nei sepolcri la sua dimora; nessuno poteva più tenerlo legato neppure con una catena. Poiché spesso era stato legato con ceppi e con catene, ma le catene erano state da lui rotte, e i ceppi spezzati, e nessuno aveva la forza di domarlo. Di continuo, notte e giorno, andava tra i sepolcri e su per i monti, urlando e percuotendosi con delle pietre. Quando vide Gesù da lontano, corse, gli si prostrò davanti e a gran voce disse: «Che c’è fra me e te, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi». Gesù, infatti, gli diceva: «Spirito immondo, esci da quest’uomo!» Gesù gli domandò: «Qual è il tuo nome?» Egli rispose: «Il mio nome è Legione perché siamo molti». E lo pregava con insistenza che non li mandasse via dal paese. C’era là un gran branco di porci che pascolava sul monte. I demòni lo pregarono dicendo: «Mandaci nei porci, perché entriamo in essi». Egli lo permise loro. Gli spiriti immondi, usciti, entrarono nei porci, e il branco si gettò giù a precipizio nel mare. Erano circa duemila e affogarono nel mare. E quelli che li custodivano fuggirono e portarono la notizia in città e per la campagna; la gente andò a vedere ciò che era avvenuto. Vennero da Gesù e videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che aveva avuto la legione; e s’impaurirono. Quelli che avevano visto raccontarono loro ciò che era avvenuto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi cominciarono a pregare Gesù che se ne andasse via dai loro confini.

Com’egli saliva sulla barca, l’uomo che era stato indemoniato lo pregava di poter stare con lui. Gesù non glielo permise, ma gli disse: «Va’ a casa tua dai tuoi, e racconta loro le grandi cose che il Signore ti ha fatte, e come ha avuto pietà di te». Ed egli se ne andò e cominciò a proclamare nella Decapoli le grandi cose che Gesù aveva fatte per lui. E tutti si meravigliavano.

Gesù ha vissuto una giornata intensa: ha accolto ed ha guarito, ha insegnato e consolato. Poi verso sera, dà un ordine inatteso ai suoi discepoli: “Passiamo all’altra riva”. E l’altra riva è proprio un’“altra” riva. Di là dal lago di Tiberiade non c’è più Israele. C’è la “Decapoli”, abitata dai pagani. Una terra straniera, e per ogni ebreo, impura.

I discepoli obbediscono e la barca s’avventura verso il largo. “Ed ecco”, così racconta Marco, “levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva”. Gesù intanto dorme a poppa, poggiato su un guanciale. I discepoli corrono da lui, lo scuotono e gli gridano: “Maestro non t’importa che noi moriamo?”. Gesù s’alza e sgrida il vento, dice: “Taci, calmati!”, e “il vento cessò e si fece gran bonaccia”. Poi sgrida anche i discepoli: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. Allora, ci dice ancora Marco: “Essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?»” (cfr Marco 4, 35-41).

E la barca prosegue il suo cammino e – è l’inizio della nostra pagina di oggi: “Giunsero all’altra riva del mare”.

Ma “appena Gesù fu smontato dalla barca”, si scatena una nuova tempesta, forse anche peggiore della prima: “Gli venne subito incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo, il quale aveva nei sepolcri la sua dimora”. Un uomo che è davvero non più un uomo, ma una vera “bufera”, fatta di carne, urla e sangue: “Nessuno poteva più tenerlo legato neppure con una catena. Poiché spesso era stato legato con ceppi e con catene, ma le catene erano state da lui rotte, e i ceppi spezzati, e nessuno aveva la forza di domarlo. Di continuo, notte e giorno, andava tra i sepolcri e su per i monti, urlando e percuotendosi con delle pietre”.

Un essere umano che non è neanche più pienamente “umano”, perché non è più lui che si possiede, decide cosa fare e dove andare, ma è “posseduto da uno spirito immondo” che lo ha ridotto – così Marco lo descrive – a una bestia selvaggia, una vera e propria belva: come una belva, infatti, frantuma le catene, si scaglia contro tutti come fossero prede, e non si può domare.

E subisce un duplice tormento: quella dello spirito maligno che ha fatto in lui la sua dimora, e quella degli uomini che, impauriti e resi anch’essi feroci dalla sua ferocia, cercano di incatenarlo, di mettergli dei ceppi… l’hanno obbligato a vivere “tra i sepolcri e su per i monti” dove gli resta solo da “urlare” come un lupo affamato, e da odiare se stesso, “percuotendosi con pietre”…

Quel povero, miserabile uomo-belva “vide Gesù da lontano”, e corre verso lui… corre così veloce che l’evangelo dice: Appena Gesù fu smontato dalla barca, gli venne subito incontro…”.

Ma stavolta la belva non attacca: da leone si fa volpe. Gioca la carta dell’umiltà e del rispetto più totali, arriva addirittura a prosternarsi ai piedi di Gesù. Come pure gioca un’altra carta – quella per lui decisiva: sa bene chi è Gesù, e cerca di ingraziarselo, dicendogli: “Che c’è fra me e te, Gesù, Figlio del Dio altissimo?”. Ma Gesù ha capito molto bene con chi ha a che fare, e soprattutto vuole dividere una volta per sempre quella tragica unione, formata dalla mescolanza fra un uomo ed uno spirito maligno: “Spirito immondo, esci da quest’uomo!” – così dice e ripete: vuole liberarlo, l’uomo, perché ha pietà di lui, del suo lungo tormento… E lo spirito, usando ancora una volta il corpo e la bocca del suo posseduto, cerca addirittura di servirsi del nome di Dio per bloccare l’azione di Gesù: “Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi”… Davvero Gesù è alle prese con un avversario sornione, dalle mille e mille facce…

Ma Gesù neanche fa caso a questo “nome di Dio” invocato invano, così come non l’ha spaventato la corsa dell’uomo-belva, né l’ha impressionato il fatto che conosce chi è. Parla allo spirito, che ormai in questo confronto ha preso definitivamente il sopravvento sulla sua povera vittima, e gli chiede il suo nome… che manifesti la propria identità. Ed ecco la risposta, impressionante e al tempo stesso non priva di ironia verso quei Romani che dominavano tutto e tutti, Israele e la Decapoli: “Il mio nome è Legione, perché siamo molti”.

È l’ultima furbizia del demonio: una legione romana era composta di seimila fanti e centoventi cavalieri. Ed era quel che era, la massima forza militare del mondo antico, perché questa “entità multipla”, dai più di seimila volti e corpi umani, sapeva agire e muoversi come fosse un solo uomo. Così, presentandosi anche lui come multiplo ed unico, e con un’aurea di invincibilità, lo spirito pensa di impressionare Gesù. Ma ancora una volta, il diavolo dimostra di “saper fare le pentole e non i coperchi” perché, proprio volendo mascherarsi con la sua “astuta” risposta, in realtà manifesta la sua vera natura, il suo potere malefico…

Gesù non fa una mossa, e a questo punto lo spirito capisce di aver perso la partita, ed organizza la sua ritirata. Negozia col vincitore la sua resa. Vuole restare “in quel paese” in cui sinora ha imperversato spaventando, ferendo, impressionando tutte e tutti, e se deve lasciare la sua dimora umana, ha bisogno di altri corpi nei paraggi.

E trova dove chiedere di andare: “C’era là un gran branco di porci che pascolava sul monte”. Entrano in gioco i maiali, e questo non fa altro che accrescere il senso di confusione e di disgusto che già domina la storia. Non sapessimo che siamo in territorio straniero, per un ebreo in una terra impura, lo capiremmo adesso: in Israele “grandi branchi di porci” non ne trovavi davvero! È scritto nella legge di Mosè: “Anche il porco, che ha l’unghia spartitama non rumina, lo considererete impuro. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro corpi morti” (Deuteronomio 14, 8). Ecco allora che lo spirito immondo vuole andare in un animale anch’esso immondo…

La richiesta di “Legione” è pericolosa: Gesù non può consentire che egli, o meglio, “loro”,perché ormai qui domina il plurale… non può consentire che migliaia di demoni se ne vadano errando nel corpo dei maiali finché non trovino un altro pover’uomo, o una povera donna, di cui prendere possesso. Pure, dà retta alla loro domanda, in un’economia di parole e di gesti che contrasta in maniera regale con l’agitazione verbale, psichica e fisica (non a caso all’inizio parlavamo di “tempesta”…) degli spiriti impuri: “Egli lo permise loro”.

Lo permette, Gesù, perché sa bene quello che accadrà: l’agitazione tempestosa dei demoni della Legione si trasferisce infatti ai corpi ed alle gambe di quei poveri maiali: “Entrarono nei porci, e il branco si gettò giù a precipizio nel mare. Erano circa duemila e affogarono nel mare”. Un commentatore ha parlato per questa scena del “motivo del diavolo ingannato”… Lo spirito immondo che voleva “prendersi gioco” di Gesù, alla fine “è stato giocato” lui: ha dovuto lasciare “quel paese” a cui teneva, per le profondità del mare…

Ma la storia non finisce con quei poveri maiali e quei poveri spiriti nel mare. Il clima di agitazione che caratterizza questa pagina facendone la ripresa in terra ferma della tempesta placata da Gesù durante la traversata del lago, non s’arresta, e anzi riprende con la corsa dei guardiani dei maiali che, sbigottiti e certo anche preoccupati per l’enorme perdita economica subita, sono fuggiti via e si sono precipitati a portare la notizia dell’accaduto “in città e per la campagna”. E arriva tanta gente: i proprietari del branco perduto, dei curiosi, forse anche dei parenti dell’ex posseduto. “Vennero da Gesù e videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che aveva avuto la legione”.

Avete visto: ancora corse… ancora movimento… e in mezzo a tutto questo movimento, due punti fermi: Gesù e accanto a lui “l’indemoniato” che non è più indemoniato: è calmo e sta seduto, perfettamente in sé…

E però né la sua vista né quella di Gesù bastano a placare questo clima tempestoso; in quella gente accorsa sulla riva del lago il sentimento dominante è la paura: “Vennero… videro… e s’impaurirono”. E nemmeno il racconto di quello che è successo da parte di chi ha visto l’accaduto vale a placare la loro paura. Perché colui che fa loro paura, e una paura ancora più grande di quella che faceva l’uomo-belva, è ancora lì, tra loro. Finché non se ne andrà la paura resterà.

Così: “Cominciarono a pregare Gesù che se ne andasse via dai loro confini”. La loro in fondo è la medesima richiesta del demonio Legione: “Che c’è fra noi è te, uomo dai poteri spaventosi? Ti scongiuriamo, nel nome del tuo Dio: non tormentarci!”.

Sì, Gesù fa loro paura! L’indemoniato adesso non c’è più, è un uomo calmo e a posto, ma quello straniero così scomodo, capace di provocare simili sconquassi e anche simili danni: duemila maiali distrutti… può essere anche peggio dell’indemoniato: con quali ceppi lo si potrà legare? Meglio che se ne vada, che torni al suo paese…

E Gesù se ne va. Colui che ha combattuto e sconfitto la “legione”, non si oppone alla loro richiesta e si avvia a salire sulla barca per tornarsene indietro, “all’altra riva”, questa volta la riva di Israele. E tutti tirano un sospiro di sollievo.

O meglio, quasi tutti. Uno solo si muove, si avvicina a Gesù, gli rivolge anche lui una richiesta: “Com’egli saliva sulla barca, l’uomo che era stato indemoniato lo pregava di poter stare con lui”.

Ma stavolta la preghiera – la sola di tutte quelle di questo racconto che noi condividiamo – non è accolta. O meglio, è indirizzata da Gesù verso altre strade, quelle di “casa sua”, che d’ora in poi l’ex posseduto dovrà percorrere, raccontando ai “suoi” e a tutti “le grandi cose che il Signore ti ha fatto e come ha avuto pietà di te”. Sì, questo adesso sarà il compito dell’uomo che è ritornato pienamente uomo, perché quando Gesù vede che qualcuno prende sul serio l’incontro con lui, allora gli comunica la sua esigenza che gli trasforma la vita e le dà un senso: d’ora in poi dovrà essere un suo apostolo, il primo apostolo in territorio pagano ben prima di Paolo.

Ma così – anche questo va detto – Gesù riesce a aggirare la richiesta dei pagani impauriti di lasciare la loro terra: certo, egli risale sulla barca e lascia la Decapoli, ma non la lascia completamente vuota della sua presenza: le lascia il suo inviato la cui testimonianza non susciterà più paura, ed invece meraviglia: “Egli se ne andò e cominciò a proclamare le grandi cose che Gesù aveva fatte per lui. E tutti si meravigliavano”. Ancora agitazione, ancora una tempesta che ti scuote dalle tue sicurezze, ma stavolta spalanca un orizzonte nuovo e inatteso… ti fa stupire e ti fa anche pensare che la tua vita può essere diversa.. che c’è Qualcuno che te la può cambiare…

* * *

Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?”… È stata la domanda, ricordata all’inizio, che i discepoli “presi da gran timore”, si sono scambiati fra di loro sulla barca dopo che la tempesta era stata placata dalla sola parola di Gesù. Poi abbiamo visto l’irrompere anch’esso tempestoso dell’“uomo posseduto dallo spirito immondo”… come si sia prostrato ai piedi di Gesù anch’egli confessando la sua paura di lui: “Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi”. E ancora, dopo che i duemila maiali sono periti in mare, ecco l’altra paura degli abitanti della Decapoli, che pregano Gesù “che se ne andasse via dai loro confini”.

Conclusione: Gesù fa paura! La sua presenza suscita agitazione e turbamento… tutta una serie di interrogativi timorosi, fino a preferire la sua assenza…

Insomma, davanti a lui tu puoi fare di tutto, meno che rimanere indifferente.

* * *

È così anche per noi, sorelle e fratelli? O invece noi, diversamente dai discepoli in barca, dal posseduto e dal demonio “legione”, dai cittadini e dai contadini della Decapoli, abbiamo appreso l’arte dell’indifferenza davanti al Signore?

Molti di noi ascoltano quasi da una vita, nella Bibbia e nel culto, l’annuncio del Regno di Dio… delle “grandi cose che Gesù ha fatto per noi”. Lo stesso annuncio proclamato dall’“uomo che era stato indemoniato”, che suscitava “in tutti meraviglia”… Ma chi di noi si meraviglia più?

Chi tra di noi vive l’esperienza che, ogni volta che l’evangelo è predicato, è posto davanti alla decisione inevitabile di prenderlo sul serio? Dove sono fra noi i cristiani tranquilli e pacifici che vedono incrinarsi la loro “buona coscienza” e si rendono conto che forse col Signore la buona coscienza non serve poi a molto, e invece servono il ravvedimento e l’ubbidienza? Dove sono i peccatori turbati e insieme illuminati e consolati dall’annuncio dell’infinita misericordia del Dio di Gesù Cristo?

Da noi tutto è tranquillo… scontato: troppo tranquillo e troppo scontato! Da quanto tempo nelle nostre comunità non si produce più un’agitazione paragonabile a quella che il Signore ha suscitato smontando dalla barca “sull’altra riva”? Da quanto tempo abbiamo dimenticato che l’incontro con Gesù è sempre un rischio? È sempre il rischio di essere sconvolti, terremotati nel nostro quieto vivere, e invece abbiamo fatto della fede e della partecipazione alla vita della chiesa un’abitudine che ci dà tranquillità, ci fa sentire a posto?

Non dobbiamo e non possiamo confondere l’ascoltare l’evangelo, l’esserne messi sottosopra, con il semplice tendere l’orecchio che non impegna, non disturba, non si concretizza mai nella decisione vera di fede che ti cambia la vita, come l’ha cambiata ai discepoli e all’uomo posseduto dallo spirito immondo… Né dobbiamo confondere l’impatto devastante dell’incontro con Gesù con un entusiasmo momentaneo, con un’emozione, magari con un apprezzamento verso il contenuto e la forma del sermone.. e nemmeno lo dobbiamo confondere con quel vago senso di benessere, di appagamento spirituale che alle volte proviamo andando in chiesa, senza saper farlo uscire da una certa vaghezza… ché poi non basta neanche semplicemente venire in chiesa. Vi può essere una presenza fisica che non corrisponde a una presenza esistenziale; vi possono essere persone per le quali venire al culto ogni domenica o non venirci per anni non cambia poi molto… perché vengono, vengono, e nulla si muove, nulla s’agita in loro…

Lutero una volta ha detto: “Quando viene la Parola di Dio, ogni volta che è predicata, essa vuole mutare e rinnovare il mondo… contro questa febbre non giova nessun farmaco, questa guerra è del nostro Signore Iddio che l’ha destata”.

Dov’è la nostra febbre? Dove sono i nostri occhi luccicanti? Dove sono in noi, insomma, un timore e una domanda come quelli dei discepoli: “Chi è dunque costui?…”, che ti fanno dimenticare tutto: chi ha predicato e come ha predicato, se il culto era ben curato oppure no, se è durato troppo o troppo poco, se pioveva o c’era il sole… perché tu hai incontrato lui e solo lui, Gesù, e hai udito la sua parola, e la sua presenza ti ha sconvolto?…

Proviamo a immaginare di incontrare l’ex indemoniato del racconto di oggi. Cosa ci direbbe della sua esperienza?

Forse questo: “Il demonio, Legione, mi aveva afferratocoi suoi artigli, e tutti mi chiamavano «la bestia». La mia vita non era più una vita, ma un’infinita sofferenza. I miei compaesani e i miei stessi parenti mi legavano con le catene, volevano bloccarmi con i ceppi, ma quelli non erano un problema: li spezzavo… Il problema erano i legami ben più forti con cui mi possedeva e devastava lo spirito immondo… E così sono stato esiliato fra le tombe: un reietto, separato da tutti… Ma io stesso volevo stare solo… ero proprio una belva solitaria, solo sepolcri e monti… una specie di zombi, pericoloso per tutti, micidiale per me stesso… Poi… poi è arrivato lui, su quella barca… l’ho incontrato, ho sentito la paura di Legione, ho udito il comando che gli ha dato: «Spirito immondo, esci da quest’uomo»Era da tanto che nessuno mi chiamava più «uomo»… e Legione se ne è dovuto andare via, e così ho ritrovato me stesso, e l’ho visto entrare nei maiali e precipitarsi nel mare… e ho visto anche i guardiani correre via impauriti. E poi è arrivata gente… tanta gente da ogni dove, con le facce sconvolte e preoccupate… Io stavo lì, seduto, ritornato dal mondo dei morti, sorridente e tranquillo, ma non mi hanno nemmeno quasi visto. Pensavano ai maiali, al grande danno che avevano subito, e hanno chiesto a Gesù di andare via… E Gesù è risalito sulla barca. Sono corso da lui, perché desideravo andare via con lui, rimanere con lui. Ma Gesù ha rifiutato. E ho capito che dovevo ubbidire, fare la sua volontà… E così sono diventato un profeta, il profeta del «Figlio del Dio altissimo», a casa mia, fra i miei… Perché io credo in lui… Sì, io credo e dico: Grazie Signore!”.

Anche per noi c’è ogni volta una barca che arriva… Gesù che scende e viene fino a noi… e ci incontra e ci parla…

Che cosa ho fatto io… che cosa hai fatto tu, che cosa ne facciamo dell’incontro con lui?

                                                                                                       Ruggero Marchetti

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