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Genesi 28, 10-19. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto estivo unificato di domenica 1° settembre 2013 in Scala dei Giganti

 

Genesi 28 , 10 – 19a

Giacobbe partì da Beer-Seba e andò verso Caran.

Giunse ad un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, se la mise per capezzale e lì si coricò.

Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. Il Signore stava al di sopra di essa e gli disse: “Io sono il Signore, il Dio d’Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di avere fatto quello che ti ho detto”.

Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!”. Ebbe paura e disse: “Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!”.

Giacobbe si alzò la mattina di buon’ora, prese la pietra che aveva messa come capezzale, la pose come pietra commemorativa e vi versò sopra dell’olio. E chiamò quel luogo Betel (Casa di Dio).

Sulle ultime propaggini del deserto che chiude a sud la terra di Canaan sta scendendo la sera. Un uomo è in viaggio, solo, diretto verso il nord. Ogni tanto volge la testa indietro, come temesse d’essere inseguito. Ed in effetti quell’uomo sta fuggendo, ed ha paura. Ha imbrogliato suo padre in modo ignobile, profittando della sua età molto avanzata e della sua cecità: gli ha strappato mentendo la sua benedizione e ha privato il fratello del suo diritto alla primogenitura. Ma – come le bugie – anche gli inganni hanno le gambe corte, e l’imbroglio s’è scoperto, e il nostro personaggio è dovuto scappare per evitare l’ira del fratello. È a lui che pensa quando si guarda indietro…

Ora, come capita spesso ai troppo furbi, ha perso tutto: la famiglia, la casa, la sua terra… Non ha più padre, madre, parentela. Porta con sé soltanto quella benedizione estorta con malizia. Ma è qualcosa di grande, quella benedizione, perché significa un rapporto strettissimo, particolare ed unico, col misterioso Dio del nonno Abramo e di suo padre Isacco.

È proprio così. Giacobbe (è questo – lo sappiamo – il nome del fuggiasco di cui stiamo parlando), umanamente è un grande mascalzone: un imbroglione scaltro e senza scrupoli, pronto ad approfittare di ogni persona e di ogni circostanza per fare i suoi interessi… un uomo di cui è bene diffidare e che a sua volta è molto diffidente verso tutti – e tale resterà finché avrà vita.

Ma questo mascalzone diffidente, tiene a Dio. Ci tiene molto più di tanti altri che sul piano morale sono di certo superiori a lui. E se ha ingannato ignobilmente il padre, ed è stato scoperto, e adesso è solo e in fuga nel deserto, è proprio perché ha voluto ad ogni costo impadronirsi di quel rapporto privilegiato con Dio che solo la benedizione paterna garantiva.

Sì, Giacobbe vuole Dio! Per questo ha lottato, e lotta e lotterà con tutti i mezzi leciti ed illeciti, e con una assoluta ostinazione. Perché sa che il suo posto, il suo ruolo, la sua identità, non dipendono, come per gli altri, dalla sua stirpe e dalla sua discendenza, né dai suoi beni, né dai suoi servi, né dai suoi animali. Tutto per lui dipende, e tutto gli verrà da quel Dio che brama sia il suo Dio!

* * *

E Dio (è strano ma è così) apprezza la lotta che Giacobbe ha sostenuto e sostiene per lui. L’apprezza al di là d’ogni morale, di ogni comportamento giusto o ingiusto. E si dona a colui che per averlo non ha esitato a ingannare il proprio stesso padre e a calpestare i diritti del fratello.

È la nostra storia: la scena, così nota, e al medesimo tempo arcana e misteriosa, del sogno “della scala”.

Nell’ansia della fuga, Giacobbe non ha portato nulla con sé. E quando il sole è oramai tramontato e il buio lo circonda e l’obbliga a fermarsi “in un luogo” sconosciuto, egli “prende una pietra come suo giaciglio” e, steso su di essa, si addormenta.

Dorme, Giacobbe, e sogna. Fa un sogno molto particolare: una scalinata… una rampa monumentale, come quelle che introducono ai palazzi dei re, che parte dalla terra e arriva fino al cielo, e su di essa “gli angeli di Dio”, che“salgono” e “scendono”.

È, quella scalinata, un ponte, tra Dio e gli uomini… è affascinante, ma anche fa paura, come tutto ciò che mette direttamente a contatto col divino: Giacobbe vede se stesso ai piedi della scala e sente il cuore che gli batte forte.

Ed ecco, una presenza… qualcuno accanto a lui. E il cuore di Giacobbe ora batte all’impazzata, perché quel “qualcuno” è Dio stesso, che gli si è fatto vicino, e che gli parla: “Io sono il Signore, il Dio d’Abramo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza … Tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò … ”.

Dio rinnova a Giacobbe “l’imbroglione” la promessa che aveva fatto a Abramo “il giusto”, perché anch’egli come Abramo, per lui ha messo in gioco la sua vita.

Ma soprattutto, Dio rinnova a Giacobbe la promessa perché l’ha scelto prima della sua stessa nascita affinché sia il portatore di quella promessa non soltanto per sé, ma anche e soprattutto per il popolo che nascerà da lui e porterà il suo nome, il nuovo nome “Israele” che , nella lunga lotta che, ancora nella notte, ingaggerà con lui al torrente Iabboc, Dio gli imporrà accanto al vecchio nome (cfr Genesi 32, 24 ss.).

E in più, gli promette – come abbiamo ascoltato – di non abbandonarlo: sarà con lui, e lo proteggerà dovunque dovrà andare, e alla fine lo ricondurrà nel paese da cui ora sta fuggendo. Davvero, già da adesso, “il Dio d’Abramo e Isacco” è anche “il Dio di Giacobbe”!

E come aveva messo alla prova il vecchio Abramo, così qui Dio mette alla prova il giovane Giacobbe. Fa appello alla sua fede. Non gli appare in maniera possente né in maniera diretta e inconfutabile… no, gli appare in un sogno.

E se certo in quel tempo i sogni erano considerati una delle vie preferite dalle divinità per far conoscere agli uomini la loro volontà, pure… un sogno è e resta sempre soltanto un sogno: una realtà irreale… qualche cosa di vago, a cui puoi dare ascolto oppure liquidare con un’alzata di spalle; oppure, anche qualcosa che ti lascia sconcertato, pieno di mille dubbi…

Giacobbe, lui, non ha nemmeno un dubbio: “Quando si svegliò dal sonno, disse: – Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo! – ”. E quando Dio è presente, non si può non tremare: “Ebbe paura e disse: – Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!”.

Quel luogo sconosciuto è un luogo santo, un luogo tutto saturo di presenza divina. A cominciare dalla pietra su cui poggiava il capo, quando Dio gli parlava. E allora ecco: Giacobbe “prese la pietra che aveva messa come capezzale, la pose come pietra commemorativa e vi versò sopra dell’olio. E chiamò quel luogo Betel (che vuol dire proprio Casa di Dio)”.

Siamo a punto importante del racconto: al passaggio “dal profano al sacro”.

Gli atti normali, potremmo dire “laici”, che Giacobbe ha compiuto alla sera prima d’addormentarsi – “prese una pietra, se la mise per capezzale e lì si coricò” – li ripete al mattino come i gesti di un rito di consacrazione, gesti sacri: “Prese la pietra… la mise come stele, e vi versò sopra dell’olio”. E il luogo stesso, fino ad allora un luogo come gli altri, ora diventa anch’esso un luogo santo: diventa “Betel”, la “casa di Dio”.

E Betel diverrà poi un santuario, un tempio vero e proprio, dove gli Israeliti si recheranno a invocare e adorare il“Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe”. E anzi, questo santuario, ancora ben lontano dall’esser costruito, è già in qualche modo presente nel racconto: c’è qui infatti tutto un vocabolario tipico di un edificio: “pietre, scalinata, casa, porta”…

Insomma, veramente il sogno di Giacobbe è stato particolare: un sogno quanto mai concreto, realistico, quasi “pesante”… Così come, in un modo altrettanto “realistico” e “pesante”, Giacobbe ha sentito accanto a sé la presenza di Dio.

Dopo avere innalzato la sua stele, si metterà in cammino e arriverà – così dice la Bibbia – “nel paese degli Orientali”… e li vivrà le sue vicissitudini.

Sempre però tenendosi ben stretta la promessa che Dio gli ha rinnovato… sempre sapendo di poter contare sulla sua fedeltà: davvero,“io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto”.

* * *

Abbiamo parlato di “sacro” e di “profano”. È un linguaggio che non sentiamo nostro… che piuttosto “odora” di cattolico: loro hanno i santuari, mica noi!

E certo, è così. Se il Cristianesimo, oltre che una fede, è anche una religione (è appunto riti e luoghi sacri), fra tutti i cristiani, noi protestanti siamo sicuramente i meno religiosi, ed i più diffidenti verso tutto quello che sa di sacralità.

Però – son le stranezze della vita – il problema del rapporto tra religioso e profano tocca anche noi, e forse ci tocca in un modo particolare, anche se certo diverso da quello tradizionale.

Noi abbiamo il problema di non riuscire a articolare insieme in modo armonico la dimensione comunitaria e quella personale della fede.

Fin dalla Riforma, infatti, i protestanti hanno insistito sulla centralità della dimensione individuale della fede: il cuore di ciascuno… è quello il solo vero “santuario” in cui egli vive il suo rapporto con il Signore, e questo rapporto non può essere delegato a nessun altro, e nessun altro può mai pretendere – nemmeno sulla base del suo ruolo ecclesiastico – di penetrare nel cuore del credente e di inserirsi o come guida, o ancora peggio, come mediatore fra quel credente e Dio! Per questo non abbiamo “padri spirituali”…

Ma questa sacrosanta insistenza sulla soggettività della fede, e il conseguente sforzo di formare dei credenti adulti e non dei fedeli ubbidienti, uomini e donne liberi e responsabili, porta nella nostra società secolarizzata, molti nostri fratelli e sorelle nella fede a abbandonare la comunità, e ( se ancora lo conservano) a vivere per conto loro il rapporto con Dio.

Sa, signor pastore, io sono credente, anche se non vengo in chiesa”… avessi dieci euro per ogni volta che ho sentito questa frase, sarei ricco! E questa frase non è solo una scusa: ha un suo peso… una sua verità. Perché dobbiamo per forza pensare che uno che non viene in chiesa non sia un credente?

Quante volte, nelle nostre comunità, fratelli e sorelle pure impegnati, lasciano tranquillamente passare, ad esempio, tutto il periodo estivo senza mai mettere piede in chiesa, e non si sentono in colpa per questo, né meno credenti del periodo invernale in cui invece in chiesa ci vanno… E perché allora questo periodo di “non frequenza” ecclesiastica, eppure forse ugualmente per loro di vita nella fede non può – anziché essere soltanto “stagionale” – prolungarsi in maniera indefinita? In fondo, è vero che per tanti la fede non è per forza legata alla partecipazione…

Sono un credente, anche se non vengo in chiesa”. Sì, questa frase ha davvero un suo peso: mette in evidenza una dicotomia… una spaccatura… quasi una schizofrenia che noi viviamo però tranquillamente nelle nostre comunità. Da un lato abbiamo appunto le comunità, le chiese che continuano a offrire dei luoghi di culto, delle celebrazioni, dei riti, dei gesti conosciuti e riconosciuti: gesti di fede e gesti religiosi al tempo stesso; dall’altro abbiamo dei percorsi che sono esterni a quelli stabiliti ed offerti dalle chiese, ma che sono ugualmente dei percorsi di fede, e che anzi spesso, pretendono di essere più adatti alla modernità.

Questi due modi diversi di vivere la fede sono (perché no?) legittimi ambedue… E la scommessa cristiana oggi, e quella protestante in particolare, sta nel riuscire ad articolare fra di loro questi due tipi “legittimi” di percorso.

Questo antichissimo racconto del “sogno di Giacobbe” è allora interessante, perché ci può aiutare a tentare di vincere questa scommessa: ci fa dono – mi sembra – di due insegnamenti.

Il primo è questo: passare dal “profano” al “sacro” o, nel nostro discorso, dalla dimensione personale a quella ecclesiastica della fede, non significa attraversare una porta che separa due mondi distinti fra di loro. Nella notte di Betel , Giacobbe si vede, semplicemente e profondamente, rivelare una identità di cui era già il portatore.

L’abbiamo anche già detto: quando nella sua fuga dall’ira del fratello, Giacobbe si ferma a pernottare in quel luogo a lui del tutto ignoto, non ha nulla con sé, ma ha la benedizione che ha strappato a suo padre con l’imbroglio. E così, quando Dio gli appare in sogno ai piedi della scala non gli dona una benedizione che non ha: si limita (per dire così) a ricordargli che è già sotto la sua benedizione che non verrà mai meno, e che perciò non deve scoraggiarsi, ma deve andare avanti con fiducia.

Quando veniamo al culto, non veniamo a ricevere il dono di una nuova fede che prima non avevamo, ci veniamo già “credenti”. Ma questo non vuol dire che non riceviamo nulla: proprio come Giacobbe a Betel, la nostra fede ci viene confermata, ci viene rafforzata; ed usciamo dal culto incoraggiati e un po’ più fiduciosi… E questo è bello, questo è qualche cosa!

Allora, vedete… non due percorsi totalmente diversi, ma due percorsi che possono incontrarsi e uscire da quest’incontro rafforzati: per sei giorni viviamo il nostro rapporto con Dio a livello personale, nei vari eventi della nostra vita. Il settimo abbiamo l’opportunità di venire in chiesa per ascoltare la sua parola che ci rinnova quella benedizione che già abbiamo, e così dà nuovo slancio al nostro credere, anche nella condivisione col credere degli altri che incontriamo.

Perché però ciò accada è necessario – ecco il secondo insegnamento che ci viene dal “sogno di Giacobbe” – che i gesti, gli atti, le parole che compongono il culto cristiano, non siano così diversi dai nostri gesti, atti e parole, della vita di ogni giorno.

In fondo, Giacobbe ha semplicemente sollevato e piantato nel suolo la pietra grezza sulla quale aveva dormito, e se poi certo ha compiuto su di essa un rito sacro – la unta con dell’olio – non l’ha però scolpita… non ne ha fatto una statua.

Così anche noi: qui noi compiamo un rito – questo è chiaro. Ma, contrariamente a quello che molti pensano facendo addirittura a volte ricorso a una lingua che nessuno più parla e a gesti e a paramenti tutti particolari per rivolgersi a Dio, dobbiamo sempre stare bene attenti a fare sì che quello che facciamo non sia né qualcosa di arcano o misterioso, né uno spettacolo più o meno ben riuscito.

No. Il nostro trovarci insieme per ascoltare la Parola di Dio, e per pregare e per cantare insieme deve essere un momento che non è al di sopra degli altri momenti della nostra vita, ma è unito a loro come in una catena. Un momento rituale che ha le sue caratteristiche e anche una sua diversità da tutti gli altri momenti, ma che resta un momento tra gli altri.

Come abbiamo già detto e ripetuto: un momento che si articola in maniera armonica agli altri momenti della nostra vita, e in cui viviamo un’esperienza utile – e anzi sono convinto indispensabile – di fede che alimenta, legandosi con loro, tutte le altre esperienze di fede che facciamo nella nostra esistenza quotidiana.

Ecco allora: nella storia che oggi abbiamo ascoltato, un luogo prima “normale” è diventato un luogo sacro, una pietra è diventata una stele, un sogno è diventato una promessa, una notte d’angoscia s’è trasformata in alba di speranza… e soprattutto, un uomo solo e in fuga ha riscoperto la sua benedizione, ha trovato in Dio un compagno di strada ed una guida, e la sua fuga è diventata un cammino con una direzione. .

Tutto in una notte.

Che questo culto di oggi, che ogni nostro culto sia per noi una “Betel”: un sogno che diventa una promessa, una pietra che ci segnala la presenza di Dio, un’alba di speranza, il rinnovarsi della benedizione del Signore che dà uno slancio nuovo e un senso pieno al nostro camminare.

                                                                                                     Ruggero Marchetti

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