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Malachia 3,13-4,3. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 13 ottobre 2013 in San Silvestro-Cristo Salvatore

 

Malachia 3 , 13 – 4 , 3

 

 

«Voi usate parole dure contro di me», dice il Signore.
«Eppure voi dite: “Che abbiamo detto contro di te?”.
Voi avete detto: “È inutile servire Dio”;

 

e, “che vantaggio c’è a osservare i suoi precetti,
e a vestirsi a lutto davanti al Signore degli eserciti?
Ora, noi proclamiamo beati i superbi;
sì, quelli che agiscono malvagiamente prosperano;

 

sì, tentano Dio e restano impuniti!”»
Allora quelli che hanno timore del Signore si sono parlati l’un l’altro;
il Signore è stato attento e ha ascoltato; un libro è stato scritto davanti a lui,

 

per conservare il ricordo di quelli che temono il Signore e rispettano il suo nome.
«Essi saranno, nel giorno che io preparo, saranno la mia proprietà particolare»,
dice il Signore degli eserciti; «io li risparmierò, come uno risparmia il figlio che lo serve.
Voi vedrete di nuovo la differenza che c’è fra il giusto e l’empio,
fra colui che serve Dio e colui che non lo serve.

 

 

«Poiché, ecco, il giorno viene, ardente come una fornace;
allora tutti i superbi e tutti i malfattori saranno come stoppia.
Il giorno che viene li incendierà», dice il Signore degli eserciti,
«e non lascerà loro né radice né ramo.
Ma per voi che avete timore del mio nome
spunterà il sole della giustizia, la guarigione sarà nelle sue ali;
voi uscirete e salterete, come vitelli fatti uscire dalla stalla.
Voi calpesterete gli empi, che saranno come cenere
sotto la pianta dei vostri piedi, nel giorno che io preparo»,
dice il Signore degli eserciti.

 

 

L’oracolo finale dei sei che formano il breve libro del profeta Malachia, l’ultimo dei profeti delle Scritture ebraiche.

 

Una pagina, non facile da comprendere, almeno a una prima lettura, né facile da da accettare, che ci presenta un’immagine di Dio lontana le mille miglia dalla nostra sensibilità e dai nostri pensieri. A meno che… Ma vedremo tra un po’ cosa può significare questo “a meno che…”.

 

 

Siamo nel quarto secolo. Il popolo rientrato dall’esilio vive, tanto per cambiare, tempi difficili. Uno delle difficoltà è che, non essendo più un regno indipendente, ma una piccola provincia dell’impero persiano, non ha più delle frontiere che impediscano alle genti vicine di penetrare nella sua esistenza, nella sua cultura, nella sua stessa fede religiosa. Così, molti commercianti di Edom, un popolo “parente” di Israele che vive al di là del Mar Morto, hanno fatto dei grossi investimenti in Palestina, e ora domandano che il loro apporto al benessere di tutti sia riconosciuto e pongono insieme anche la questione di una loro piena integrazione politica e religiosa. E molti israeliti si schierano con loro, sperando così di guadagnarsi la riconoscenza di quei ricchi mercanti e, grazie ad essa, di potersi arricchire a loro volta e di arrivare alle leve del potere.

 

A questo Malachia si oppone con vigore: rifiuta con estrema decisione ogni compromesso fondato sull’interesse personalee difende l’unicità della vocazione di Israele al servizio di Dio.

 

 

E però, Malachia o non Malachia, il denaro è potenza in ogni tempo e ad ogni latitudine, e così, chi ha scelto di schierarsi coi mercanti di Edom fa davvero carriera: vede i suoi affari prosperare alla grande, e vede il suo prestigio e il suo potere crescere a dismisura a spese di chi invece condivide le tesi del profeta… E ben presto, di fronte a questo andamento delle cose, questi ultimi, gli Israeliti “duri e puri”, entrano in crisi. Se la prendono con l’evidente ingiustizia delle cose, probabilmente se la prendono con Malachia, e sicuramente se la prendono con Dio che non fa niente per cambiare quella triste situazione.

 

Così – è l’inizio dell’oracolo – “usano parole dure contro il Signore”. Gli chiedono: “Che abbiamo detto contro di te?”, noi che ti siamo stati sempre fedeli, perché tu non intervenga?”. E poiché però, a prendersela con tutto e tutti, magari riesci a sfogarti, ma non certo a cambiare le cose, alla rabbia subentra fatalmente la rassegnazione: “Ora, noi proclamiamo beati i superbi; sì, quelli che agiscono malvagiamente prosperano; sì, tentano Dio e restano impuniti!”. “Davvero, beati loro! A noi non resta che metterci in disparte e tirare avanti per quello che possiamo la nostra grama vita… Tanto, non è possibile far niente…”.

 

Siamo di fronte a un dubbio radicale: questi uomini e donne fino a ieri e anche oggi fedeli, però ora dubitano del loro Dio che non ha voluto o saputo comprenderli nella loro fedeltà e nel loro impegno. E preferiscono mettersi da canto. Sono stati scartati da chi ha saputo salire sul carro dei vincitori, e vivono la tentazione di separarsi anche da un Dio che sembra quasi amare la sconfitta. E così, senza una meta da raggiungere, sono chiusi nel loro scoramento. È significativo, se ci avete fatto caso, che dopo avergli urlato la domanda iniziale:“Che abbiamo detto contro di te?”, non parlano più a Dio dei loro dubbi, ma ne parlano solo fra di loro, hanno ormai rotta la relazione con lui…

 

 

Ma il Signore non accetta questa resa… non consente che quei fedeli in crisi dubitino di lui; soprattutto non accetta che dubitino di se stessi… E per dar loro il coraggio che hanno perso e che non hanno più, si presenta loro “in maestà”! È l’epifania, impressionante, del Signore Sabaoth: “Voi che nemmeno parlate più con me, perché dubitate della mia fedeltà e anche del mio potere far qualcosa, sappiate che ho ascoltato anche quelle vostre parole che non mi erano rivolte. I nomi di coloro che mi temono e rispettano il mio nome sono scritti in un libro che sta sempre spalancato davanti a me, e io li ricordo tutti. Nonostante la crisi che vivete, fra quei nomi ci sono i vostri nomi, e dovete saperlo! E tutti voi sarete, nel giorno che io preparo, la mia proprietà particolare. Sì, come un padre risparmia il figlio che lo serve, io vi risparmierò. E vedrete di nuovo la differenza che c’è fra colui che serve Dio e colui che non lo serve”.

 

 

E questa questione del servizio di Dio sarà regolata una volta per tutte. Avverrà come quando il buio della notte che appiattisce ogni cosa, è squarciato dalla luce del mattino che irrompe e ridà vita alle forme e ai colori, e ciò che è bello torna a essere bello e ciò che è brutto è smascherato nella sua bruttezza: “Spunterà il sole della giustizia e avrà la guarigione nelle sue ali”: le malattie dell’anima, i conflitti del cuore e della vita, l’amarezza di chi vive l’abbandono, le mille e mille paure d’ogni tipo, tutto sarà dissolto come la foschia all’arrivo dei raggi solari che baciano la terra e la riscaldano. E “voi” – dice il Signore Sabaoth, ed è davvero un’immagine stupenda di pienezza di vita ritrovata – “uscirete e salterete, come vitelli fatti uscire dalla stalla”.

 

 

Ma in una terra come quella di Israele, quando il sole divampa in tutta la sua forza, può fare male e addirittura uccidere. Se “il sole della giustizia” che Dio farà levare sopra i suoi, li “guarirà” rimettendoli in piedi, e anzi li farà “uscire fuori”, e correre e “saltare”, insieme colpirà “tutti i superbi” e i “tutti i malfattori”, e saranno consumati “come stoppia” incendiata dal calore;le loro opere diventeranno “cenere”, ed i fedeli, un tempo scoraggiati e ora danzanti, potranno calpestarle, e dare della loro vittoria “gloria a Dio”.

 

Sì, davvero, gloria soltanto a lui! Perché è lui qui a fare tutto. Ce lo ricorda la sua ultima parola: “Tutto accadrà nel giorno che io preparo”. In quel giorno, il sole di giustizia che Dio farà levare su Israele verrà a “guarire” e a rimettere i suoi al loro posto di “beneficiari” dell’azione divina. E sotto le sue ali, ognuno ritroverà se stesso, e gli sarà possibile vivere e portar frutto.

 

 

* * *

 

Anche se, come spero, ora l’abbiamo capito un po’ di più rispetto la primo ascolto, quest’oracolo continua però per noi a essere difficile da accettare.

 

Questo Dio che distingue in maniera così netta “fra il giusto e l’empio”, e il cui “sole” non si leva – come quello del “Padre che è nei cieli” del vangelo – nella stessa maniera “sui malvagi e sui buoni”, ma spunta invece per “portare la guarigione” a coloro “che temono Dio”, e si fa “ardente come una fornace” per chi non lo teme e non lo vuol servire… un Dio così ci urta, così come poi in fondo non ci va bene nemmeno Malachia con il suo esclusivismo per cui soltanto i figli di Israele possono servire Dio, e invece i figli di Edom non possono essere ammessi a servirlo anche loro…

 

 

A proposito di quest’ultima osservazione sulla chiusura di Malachia agli Edomiti, che contrasta con il nostro concetto di accoglienza dell’altro, noi che siamo Riformati, potremmo forse riflettere sul fatto che la Riforma del XVI secolo, è stata in fondo per moltissimi aspetti il rifiuto delle tante accoglienze di pensieri, valori, spiritualità, venuti lungo i secoli al cristianesimo dal di fuori della Bibbia. Perché, cosa hanno rimproverato i Riformatori alla chiesa cattolica dell’epoca se non, in maniera quasi paradossale, il suo eccesso di “cattolicità”, cioè quell’universalismo così spinto che l’aveva portata, nella sua lunga storia, ad inserire, dopo averle opportunamente “battezzate”, nel patrimonio della sua stessa fede tutta una serie di pratiche di origini pagane, come ad esempio il culto di Maria e dei santi al posto di quello, diffusissimo nell’antichità, della dea Artemide, la “gran vergine e madre”, e delle varie divinità protettrici delle singole città e dei diversi mestieri, per facilitare in tal modo la conversione in massa dei sudditi dell’impero? E lo stesso discorso è stato fatto per il sacerdozio ministeriale, e per i santuari, per le reliquie, per i pellegrinaggi… tutte pratiche venute dall’antichità, e tutte regolarmente cristianizzate e assunte.

 

E questa posizione di “esclusione radicale”, che li ha portati a formulare i loro celebri “sola”(sola Scriptura, sola fides, solus Christus), non si è limitata alle pratiche devozionali, ma si è estesa anche alla teologia. Così, hanno tuonato contro l’introduzione nel pensiero cristiano della filosofia greca, da loro definita un’ ingerenza e una infedeltà alla testimonianza biblica su Dio.

 

Insomma, i Riformatori, pur certo in un contesto molto diverso, si sono comportati esattamente come Malachia nel nostro oracolo: via tutto ciò che è venuto da altrove e che per questo sa di compromesso, infedeltà, devianza dalla purezza della fede! Via insomma tutti gli Edom, da qualsiasi parte vengano!

 

Se allora noi da un lato continuiamo a vantarci dei nostri “sola Scriptura e solus Christus” e dall’altro rigettiamo ogni esclusione ed invece scegliamo la massima accoglienza per tutti e tutto, non siamo forse un po’ in contraddizione con noi stessi e col nostro patrimonio teologico? Forse, prima di dire subito: “Questo atteggiamento mi piace e quest’altro no”, varrebbe la pena di riflettere sul senso e sulle conseguenze delle nostre scelte…

 

 

Un altro aspetto problematico di questo testo è il fatto che il profeta, di fronte agli “empi” così dinamici ed attivi, non dice ai “giusti” di attivarsi a loro volta, ed invece il messaggio che dà a loro, e con loro anche a noi, è: “Lasciate fare a Dio, penserà lui a inviare il suo sole”…

 

Accogliere questa invito non è per niente facile per noi che, lo vogliamo o no, siamo figli e figlie della nostra società, che è una società dell’azione in cui coloro che non operano sono considerati oziosi, parassiti, e per questo, nella migliore delle ipotesi, ignorati. Agire è essenziale! È la vita! L’azione alimenta la comunicazione, i media, l’opinione. E per agire in maniera efficace è necessario procurarsene i mezzi, sollecitare le istanze competenti, acquisire notorietà. Fare per il potere è visto male, ma darsi il potere di fare è raccomandato…

 

E se per poter essere liberi di “fare”, per sostenere, sopratutto in questi tempi di crisi, l’economia e il lavoro, a volte capita di dover mettere una croce sui diritti del lavoro acquisiti nel passato, beh, pazienza…. Come pure per favorire dei progetti all’estero, umanitario, si chiude un occhio, e spesso tutti e due sui regimi dittatoriali… Insomma, se vuoi fare, ti è difficile evitare compromessi. Ma un compromesso resta un compromesso, e così, un giorno inevitabilmente, vengono fuori gli aspetti problematici, ambigui, discutibili, moralmente e umanamente sbagliati

 

Insomma quasi sempre, quando il fare è il criterio di ogni cosa, ti rendi conto che alla fine fai anche il male, ma dall’altro lato, nonostante tutti i problemi che il nostro agire suscita, continuiamo a considerare il “non fare” la cosa peggiore di tutte. Meglio sbagliare, che non fare niente! Nel codice morale del nostro mondo così caratterizzato dal fare e fare, in fretta, starsene anche solo pe r un po’ con le mani in mano è già un mezzo fallimento, ed è un peccato contro la società

 

 

Invece, quel vecchio saggio dell’Ecclesiaste ci direbbe che “c’è un tempo per agire e un tempo per attendere”. E non soltanto lui.

 

Nella prima parte dell’oracolo d’oggi, Malachia non rimprovera “i giusti” perché non si danno da fare come invece i “superbi” impegnati a conquistare la ricchezza e il potere. Li rimprovera invece perché il loro “non fare” è il frutto amaro del loro scoramento, della loro frustrazione, ma poi dice che c’è anche un “non fare” positivo, ed è il “non fare” dell’attesa di Dio. Sì, positivo, perché poi per attendere Dio come si deve attenderlo, ci vuole del coraggio, il coraggio della speranza. Allora il tempo del “non fare” e “dell’attesa” diventa un tempo di costruzione e di preparazione, un tempo per immaginare il nuovo che verrà grazie a chi il nuovo lo può costruire, e non per rinunciare…

 

E allora, attendere! Senza mai disperare della giustizia, e senza mai mettere una croce sulle possibilità di riconciliazione, e senza mai spegnere il respiro della speranza. Forse la nostra vocazione di cristiani oggi è proprio questa: nel nostro mondo frenetico del fare, saper essere gli uomini e le donne “dell’attesa”.

 

 

* * *

 

Rimane però ancora, in questo testo, qualcosa di irrisolto. È quell’immagine della “fornace ardente” che brucia “come stoppia superbi e malfattori”; l’immagine di un “sole” che – come abbiamo detto – non è come “il sole che si leva” nella stessa maniera “sui malvagi e sui buoni”, di cui ci ha parlato Gesù, e che invece distingue nettamente fra i “giusti” ai quali porta guarigione e gli “empi” che “saranno come cenere”.

 

Una visione dura, lontana dalla nostra sensibilità, e che quasi ci ferisce. Cosa possiamo dire riguardo a quest’immagine? Non molto, se non riconoscere che ci sono nella Bibbia delle parole che ci è molto difficile, e anzi quasi impossibile accettare. Sì, non possiamo… non posso dire molto, tranne portarvi una testimonianza.

 

Fra un minuto, terminato il sermone, canteremo l’Inno 14, “Che Dio si levi”, è un antico inno riformato,il cui testo attuale è la traduzione di quello composto dagli Ugonotti francesi perseguitati dalle truppe del Re Sole. Ebbene, in questo inno essi cantavano, e anche noi canteremo: “Qual cera presso un gran calor, degli empi in vista del Signor, la forza è consumata”. È esattamente il nostro versetto di Malachia 4,1, sulla “fornace ardente”. Vedete allora come questo versetto per noi “impossibile”, ha però dato coraggio, forza, speranza a quei nostri padri e madri nella persecuzione? La speranza che, davanti all’aggressione del più forte che vuole strapparti via dalla tua fede, Dio interverrà annientandolo.

 

 

È che la sensibilità di quei credenti era molto diversa dalla nostra oggi. E questo ci insegna che le sensibilità cambiano col tempo, le situazioni, le generazioni, mentre la Parola di Dio, lei, è sempre quella!

 

E qui veniamo al nostro “a meno che” dell’inizio del sermone.

 

Nel passo del vangelo di Marco che abbiamo ascoltato assieme a Malachia, Gesù dice ai suoi discepoli: “Passiamo all’altra riva” (4,35).

 

Questa parola vale anche per noi oggi. Anche se ci è difficile, perché la nostra sensibilità è appunto “la nostra”, dobbiamo però “passare all’altra riva” nel senso di non leggere – come spesso facciamo – la Scrittura e valutarla alla luce della nostra sensibilità e del nostro modo di pensare di uomini e donne di quest’inizio dei XXI secolo, ma di fare il contrario: provare cioè a lasciarci valutare noi dalla Scrittura e confrontare con lei noi stessi, i nostri pensieri, la nostra vita. Sì, noi non possiamo accettare questo testo e tanti altri, “a meno che” non troviamo il coraggio di partire dalla Bibbia e non da noi.

 

Questo coraggio ci può cambiare sguardo e cuore: non pretendiamo più – come spesso ci capita – di giudicare noi Dio buono o cattivo in base ai nostri criteri, ed invece sottomettiamoci a lui, affidiamoci con fiducia al suo mistero che è e resta in ogni caso – di questo possiamo esser sicuri – un mistero d’amore.

 

 

                               Ruggero Marchetti

 

 

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