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Luca 18, 1-8. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 10 novembre 2013 in San Silvestro-Cristo Salvatore

 

Luca 8 , 1 – 8

 

 

 

Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi:

 

“In una certa città vi era un giudice, che non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno; e in quella città vi era una vedova, la quale andava da lui e diceva: “Rendimi giustizia sul mio avversario”. Egli per qualche tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: “Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, pure, poiché questa vedova continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa””.

 


Il Signore disse: “Ascoltate quel che dice il giudice ingiusto. Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti?

 

Io vi dico che renderà giustizia con prontezza. Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”

 

 

 

Una parabola strana, quella di questa pagina. Davvero c’è voluto Gesù e la sua fantasia di grande narratore di parabole, per inventare una storia così!

 

 

Guardiamo innanzitutto ai suoi protagonisti.

 

Da una parte c’è “un giudice”. E un giudice – lo sappiamo – è sempre uno che conta, socialmente e culturalmente; è un membro dell’élite, e non soltanto questo: un giudice è un uomo della legge, e è garantito dalla forza pubblica: è qualcun oche ti può far paura… E in più, nel contesto dell’Israele di quell’epoca, un giudice era anche un rappresentante dell’autorità divina.

 

Ed ecco che, di fronte a questo giudice, c’è “una vedova”. E nella Bibbia (noi sappiamo anche questo) con l’orfano, lo straniero e il lavoratore a giornata, la vedova fa parte dei poveri per eccellenza. Povera, per giunta, di una povertà che si può intendere a più livelli: una vedova è povera anzitutto perché è donna e quindi nella società di quell’epoca senza libertà né autonomia; e poi, mancandole i l sostegno del suo uomo che non c’è più, è povera al livello della semplice sopravvivenza di ogni giorno, ed è povera anche a livello affettivo. E ancora, è povera a livello psico-sociologico: non avendo più marito non può più avere figli, e così è una “donna svalutata”. Insomma davvero una misera creatura: non ha alcun peso, neanche, sembrerebbe, quando si tratta di far valere i suoi diritti…

 

 

Ma qui – e questa è la stranezza della parabola di Gesù – tra l’uomo di potere e la povera donna, vince lei!

 

Vince, perché non si arrende di fronte ad una situazione disperata. Qui infatti il giudice con cui deve avere a che fare, non è soltanto “un giudice” – e già questo sarebbe tanto… No, il giudice di questa storia non svolge il proprio compito, come dovrebbe fare, nel nome di Dio e a tutela dei diritti di chi chiede il suo intervento. Questo è un giudice “che non teme Dio e non ha rispetto per nessuno”. È, come ha detto qualcuno, una sorta di “terrorista istituzionale”, un vero e proprio despota che dovrebbe solo deliberare che la vedova ha vinto il suo contenzioso economico e invece non lo fa.

 

Ma nonostante i continui rinvii ed inviti a lasciar perdere, la nostra “vedova” non si lascia intimorire. Vuole avere la giustizia a cui aveva diritto. Ed è andata dal giudice e gliel’ha chiesta. E quando lui non le ha fatto giustizia, non s’è arresa. È tornata e l’ha chiesta di nuovo, e ancora, e ancora. Insiste, insiste, insiste, fino a quando mette il giudice KO!

 

Sì, proprio KO! Il giudice – così ci ha detto Gesù – alla fine s’è deciso a “renderle giustizia” perché, sono le sue parole: “questa vedova, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa”. E il verbo che qui usa il nostro testo, è proprio tratto dall’antico pugilato, e significa: “colpire sotto gli occhi”. Insomma, col suo coraggio e con la sua insistenza, la donna, “ha fatto gli occhi pesti” a questo giudice…

 

 

Ma la paradossalità della parabola non finisce qui! Perché Gesù ci dice anche – e questo è forse ancora più strano della stranezza precedenteche il comportamento del “giudice iniquo” è un’immagine del comportamento di Dio!

 

Certo, Gesù non ci invita a pensare che Dio è simile a quel giudice, è però li collega fra di loro: pone un’analogia per contrasto fra il giudice e Dio: se cioè un giudice senza giustizia alla fine è capace di rendere giustizia al più debole, quanto più noi possiamo e dobbiamo attendere giustizia da Colui che sappiamo essere il Giudice sovranamente giusto!

 

 

“Noi”… ma in verità qui chi è che è invitato ad attendere la giustizia di Dio senza stancarsi, e anzi “pregando sempre”, insistendo senza mai venir meno?

 

Subito prima di questa parabola, Gesù ha parlato ai suoi discepoli della venuta del “Figlio dell’uomo” e così li ha educati all’attesa e alla speranza. Adesso, con la storia “della vedova e del giudice” e poi con l’altra che la segue subito, “del pubblicano e del fariseo”, insegna loro il valore della preghiera anche e soprattutto in una situazione di difficoltà, quando si è alle prese col male e con la sofferenza. La vedova infatti è il simbolo di questo. È il simbolo cioè dei discepoli di Gesù che saranno perseguitati come è stato perseguitato lui… e che nel bel mezzo della persecuzione potranno trovare nella preghiera a Dio la forza che serve loro per andare avanti.

 

Anche se non sarà affatto facile… Gesù non illude mai nessuno, e anche qui, proprio nella figura della vedova e del suo dover insistere, e per questo sfidare con coraggio la probabile ira del giudice iniquo, mette davanti ai suoi tutta la difficoltà della preghiera nella sofferenza.

 

 

Nella conclusione che Gesù traccia della sua parabola, subito dopo la rassicurazione sulla giustizia che Dio renderà ai suoi:“non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui?”, c’è nell’originale greco una frase che la nostra traduzione: “Tarderà nei loro confronti?”, rende solo fino a un certo punto. Perché alla lettera Gesù dice così: “E tuttavia li fa attendere”.

 

Psicologicamente, è ben azzeccato: “Dio renderà giustizia ai suoi eletti” che nella sofferenza e nell’attesa “gridano a lui giorno e notte”… insistono proprio come la vedova col giudice… e anzi – è l’ulteriore rassicurazione del Signore che segue immediatamente dopo: “Io vi dico che renderà giustizia con prontezza”. Ma anche se l’intervento divino avverrà prontamente, a te che sei alle prese col dolore, quell’intervento sembrerà sempre tardivo: appunto, E tuttavia li fa attendere”. Come diceva Einstein parlando della relatività del tempo: trenta secondi su una stufa bollente saranno per te ben più lunghi di un banchetto che dura alcune ore. Gesù questo lo sapeva ben prima di lui, e qui ce lo ricorda…

 

 

Alla fine comunque, al di là delle nostre sensazioni, che in ogni caso il Signore conosce e tiene in considerazione (e questo è consolante), l’evangelo di questa strana pagina è l’assicurazione che noi possiamo sempre contare pienamente sull’intervento di Dio: quando nella loro afflizione coloro che Egli ha “eletto” al suo servizio (un servizio che, non dimentichiamolo mai, è la sequela del Crocifisso), “gridano” a lui tutta la loro angoscia e lo chiamano al soccorso, il Dio “verrà e non tarderà” (cfr Abacuc 2,3). E a questo noi possiamo, e anzi dobbiamo credere, perché Gesù, che ce lo garantisce, “ha gridato” anche lui la sua afflizione a Dio appeso alla sua croce (cfr Marco 15,34) , ed è stato ascoltato: Dio lo ha risuscitato.

 

 

Ma poi, inquietante, c’è la domanda finale, che sorprende e spinge l’attenzione in un’altra direzione: “Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”.

 

Davvero una domanda spiazzante, quasi estranea a tutto quel che è stato detto fino ad ora: Gesù introduce un dubbio, un pessimismo che contrasta con la promessa “Io vi dico che renderà giustizia con prontezza”, che ha appena formulata. Ma è precisamente questa “estraneità” e l’effetto-sorpresa che produce che fa senso: dopo l’annuncio rassicurante del pronto intervento di Dio, quest’interrogativo rovescia il nostro sguardo: da Dio a noi. Dio – ci dice Gesù – non verrà meno e farà la sua parte, questo è sicuro. Ma noi?… Noi cosa faremo? Sapremo perseverare nell’invocazione e nell’attesa, o la nostra fede verrà meno, e ci sarà solo lo scoraggiamento e una terribile mancanza di speranza?

 

Guardiamoci attorno, e guardiamoci dentro: ci accorgeremo della fondatezza di questa domanda di Gesù, che molto giustamente impedisce che la sua promessa si trasformi per noi in una disinvolta sicurezza. Insomma, quest’ultima domanda è un appello alla vigilanza su noi stessi. E in questo modo, è un altro dono che Gesù ci fa.

 

 

* * *

 

Cosa ci insegna, questa strana parabola?

 

Forse due cose, una più interna e l’altra più estroversa, che però poi sono anche in stretto rapporto fra di loro: “rifiutare la paura” e “riabilitare il pianto”.

 

 

Anzitutto Gesù ci insegna a vincere le paure che sovente ci dominano al punto che noi, senza nemmeno rendercene conto, agiamo e pensiamo più in funzione di quello che ci spaventa che di quello che vorremmo.

 

Insomma, la figura “temibile” del “giudice iniquo” della parabola ci riguarda direttamente perché, grazie al rapporto che Gesù ha stabilito fra questo “giudice” e Dio, noi ci rendiamo conto che nonostante il nostro essere credenti, e anzi forse proprio per questo, abbiamo paura di Dio e non osiamo domandargli quello che ci è dovuto.

 

Questa paura di Dio – se ci pensiamo bene – la viviamo in due modi: da un lato, di fronte ai tanti mali dell’umanità, abbiamo perso la confidenza in lui, lo vediamo come una sorta di despota (in qualche modo davvero somigliante a questo giudice della parabola) che non si cura delle sventure umane, e questo suscita la nostra diffidenza: meglio provare con le nostre forze a tirare avanti una vita che per nessuno è facile, e lasciar stare la preghiera di richiesta, perché tanto lui, Dio, non ascolta, e poi forse non sarebbe neanche giusto che si prendesse cura di me perché lo prego e non dei tanti altri che invece non lo pregano…

 

Poi c’è l’altra paura, apparentemente (ma forse solo apparentemente) molto diversa. È la paura che Dio, se pure c’è, non possa fare molto per cambiare le cose in questo mondo. E mettersi a pregare un “Dio che non può fare” perché alla fine è debole quasi come noi, non ha senso. Ancora una volta, non stiamo a chieder niente, ed invece proviamo a tentare di fare quello che possiamo fare…

 

In questa situazione Gesù ci dice di guardare alla vedova che non ha paura di correre il rischio di chiedere a quel giudice nei confronti del quale non aveva alcun motivo di sperare, e però al tempo stesso era il solo che le poteva rendere giustizia, l’unica fonte della sua speranza.

 

Anche noi, nella miseria umana nella quale siamo immersi, in chi possiamo sperare se non soltanto in Dio? Solo lui può cambiare le cose, e Gesù oggi ci ha detto che le vuole cambiare, perché ha cura di noi: “Non renderà giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui?… Io vi dico che renderà giustizia con prontezza”.

 

Ma dobbiamo “gridare a lui”! Non solo perché soltanto lui ci può fare dono del suo regno, proprio perché è il suo regno (appunto, il “regno di Dio”!), ma anche perché è nella misura in cui non abbiamo paura di chiedergli le cose che ci servono per un mondo e una vita diversi, che noi già rendiamo presente il suo regno qui nel mondo: in mezzo a tanto buio, il nostro grido spalanca un’apertura… uno spicchio di cielo… è una luce che riaccende la speranza…

 

 

Proprio il nostro “gridare” ci conduce all’altro insegnamento, che ci chiama a “riabilitare il pianto”. Di fronte a tanta povertà, tante ingiustizie… di fronte a tutto un mondo, ma anche alla nostra Italia, sempre più spaccati tra poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi. Vi dico solo due esperienze di questi giorni: ieri l’altro c’era in televisione un servizio sulla sanità a Napoli, fra sprechi e corruzione ridotta al punto che ormai certe cure sono solo a pagamento, e c’erano delle persone che, seguite per un cancro, rinunciavano a continuare le cure perché non avevano i soldi per i ticket ed altre spese. Lunedì ero a Venezia per un convegno ecumenico. E sono venuto a sapere di un albergo a sette stelle in cui, soltanto per dormire una notte, il costo è di tremila e cinquecento euro. E quell’albergo è sempre pieno.

 

Contrasti troppo stridenti per rimanere zitti, anche e proprio come cristiani e come chiese. Certo, la fede cristiana è essenzialmente accettazione del dono gratuito di Dio in Gesù Cristo. Ma non è solo questo. Questa pagina del vangelo di Luca ci mostra la necessità del grido e del pianto. Sì, il pianto della “vedova” è forse la sola possibile manifestazione per lei della sua umanità, ed è quel pianto che non s’è dato per vinto, che ha consentito alla sua relazione con il “giudice iniquo” di diventare una relazione umana… di giustizia concessa e ricevuta.

 

Forse allora, dobbiamo imparare a piangere per chi non ha più lacrime, a dare voce a chi non ha più voce, a denunciare le tante ingiustizie che i deboli subiscono a favore dei forti… E però, questo è anche l’insegnamento di Gesù, non lo dobbiamo fare come già lo fanno altri… saremmo solo una piccola voce in più. Il valore, l’importanza, la qualità di un grido e di un pianto, non dipendono solo da chi è che piange e grida, né dalla situazione in cui si trova, ma anche da colui a cui quel grido e quel pianto sono indirizzati. Noi dobbiamo elevare il nostro pianto a Dio, perché Gesù ci ha promesso che ci “renderà giustizia” e perché noi sappiamo che è l’unico che può davvero farlo: tutte le rivoluzioni umane portate nel nome della giustizia, si sono rivelate solo nuovi modi di ingiustizia. Solo Dio può cambiare davvero le cose, e lo farà… già l’ha fatto in Gesù, lo fa attraverso noi, quando noi riusciamo a discernere, sostenere, presentare in preghiera innanzi a Dio quel pianto della terra che è oggi l’eco del grido della vedova.

 

Perché allora le beatitudini si compiono: sì, “Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli. Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati. Beati i mansueti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati…” (Mt 5, 3 ss.). Tutto questo è presente in filigrana nel pianto che non s’arrende della povera donna che Gesù oggi ci ha presentato vittoriosa sul potente di turno, e in qualche modo vittoriosa su Dio, che è contento quando si fa vincere così.

 

 

Insomma, noi non siamo abbandonati alla nostra sorte. La voce di Gesù si leva anche oggi a dircelo. Ce l’ha detto nella sua paradossale “parabola della vedova e del giudice iniquo”, che ci racconta come una nuova, inattesa beatitudine: “Beata questa vedova, perché anche per lei sorgerà un protettore”.

 

E anche “beati noi”, perché di nuovo ci è permessa e rinnovata una speranza, e la presenza sicura ed affidabile del Dio che, malgrado ogni distanza “verrà prontamente a renderci giustizia”.

 

 

                                            Ruggero Marchetti

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