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Un pensiero dalla predicazione su Luca 18, 1-8 tenuta durante il culto di domenica 10 novembre 2013 in San Silvestro-Cristo Salvatore

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

Cosa ci insegna, strana parabola?

Anzitutto a vincere le paure che sovente ci dominano al punto che noi, senza nemmeno rendercene conto, agiamo e pensiamo più in funzione di quello che ci spaventa che di quello che vorremmo. Sì, la figura “temibile” del “giudice iniquo” ci riguarda direttamente perché, grazie al rapporto che Gesù ha stabilito fra questo “giudice” e Dio, noi ci rendiamo conto che nonostante il nostro essere credenti, e anzi forse proprio per questo, abbiamo paura di Dio e non osiamo domandargli quello che ci è dovuto.

Questa paura di Dio – se ci pensiamo – la viviamo in due modi: da un lato, di fronte ai tanti mali dell’umanità, abbiamo perso la confidenza in lui, lo vediamo come una sorta di despota (in qualche modo davvero somigliante al giudice della parabola) che non si cura delle sventure umane, e questo suscita la nostra diffidenza: meglio provare con le nostre forze a tirare avanti una vita che per nessuno è facile, e lasciar stare la preghiera di richiesta, perché tanto lui, Dio, non ascolta, e poi forse non sarebbe neanche giusto che si prendesse cura di me perché lo prego e non dei tanti altri che invece non lo pregano…

Poi c’è l’altra paura, apparentemente (ma forse solo apparentemente) molto diversa. È la paura che Dio, se pure c’è, non possa fare molto per cambiare le cose in questo mondo. E mettersi a pregare un “Dio che non può fare” perché alla fine è debole quasi come noi, non ha senso. Ancora una volta, non stiamo a chieder niente, ed invece proviamo a tentare di fare quello che possiamo fare…

In questa situazione Gesù ci dice di guardare alla vedova che non ha paura di correre il rischio di chiedere a quel giudice nei confronti del quale non aveva alcun motivo di sperare, e però al tempo stesso era l’unica fonte della sua speranza. Anche noi, nella miseria umana nella quale siamo immersi, in chi possiamo sperare se non soltanto in Dio? Solo lui può cambiare le cose, e Gesù oggi ci ha detto che le vuole cambiare, perché ha cura di noi: “Non renderà giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui?… Io vi dico che renderà giustizia con prontezza”.

Poi, l’altro insegnamento, che ci chiama a “riabilitare il pianto”. Di fronte a tutto un mondo sempre più spaccato tra poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi, noi non possiamo rimanere zitti, e questa pagina ci mostra la necessità del grido e del pianto. Sì, il pianto della “vedova” è forse la sola possibile manifestazione per lei della sua umanità, ed è quel pianto che non s’è dato per vinto, che ha consentito alla sua relazione con il “giudice iniquo” di diventare una relazione umana… di giustizia concessa e ricevuta.

Forse allora, dobbiamo imparare a piangere per chi non ha più lacrime, a dare voce a chi non ha più voce… E però, non lo dobbiamo fare come già lo fanno altri. La qualità di un grido e di un pianto, non dipendono solo da chi è che piange e grida, ma anche da colui a cui quel grido e quel pianto sono indirizzati. Noi dobbiamo elevare il nostro pianto a Dio, perché Gesù ci ha promesso che ci “renderà giustizia” e perché noi sappiamo che è l’unico che può davvero farlo. Dio cambierà veramente le cose, e lo farà… già l’ha fatto in Gesù, lo fa attraverso noi, quando noi riusciamo a discernere, sostenere, presentare in preghiera innanzi a Dio quel pianto della terra che è oggi l’eco del grido della vedova.

                                                                                                                R. M.

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