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Geremia 8, 3-14. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 17 novembre 2013 in San Silvestro-Cristo Salvatore

 

Geremia 8 , 4 – 13

Tu di’ loro:

Così parla il Signore: Se uno cade non si rialza forse? Se uno si svia, non torna egli indietro? Perché dunque questo popolo di Gerusalemme si svia di uno sviamento perenne? Essi persistono nella malafede e rifiutano di convertirsi.

Io sto attento e ascolto: essi non parlano come dovrebbero; nessuno si pente della sua malvagità e dice: «Che ho fatto?» Ognuno riprende la sua corsa, come il cavallo che si slancia alla battaglia.

Anche la cicogna conosce nel cielo le sue stagioni; la tortora, la rondine e la gru osservano il tempo quando debbono venire, ma il mio popolo non conosce quel che il Signore ha ordinato.

Voi come potete dire: «Noi siamo saggi e la legge del Signore è con noi!» Sì, certo, ma la penna bugiarda degli scribi ha mentito. I saggi saranno confusi, saranno costernati, saranno presi; ecco, hanno rigettato la parola del Signore; quale saggezza possono avere?

Perciò io darò le loro mogli ad altri, i loro campi a dei nuovi possessori; poiché dal più piccolo al più grande, sono tutti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: «Pace, pace», mentre pace non c’è.

Essi saranno confusi perché commettono delle abominazioni; non si vergognano affatto, non sanno che cosa sia arrossire; perciò cadranno fra quelli che cadono; quando io li visiterò saranno abbattuti, dice il Signore.

Certo io li sterminerò, dice il Signore. Non c’è più uva sulla vite, non più fichi sul fico, e le foglie sono appassite! Io ho dato loro dei nemici che passeranno sui loro corpi”»

Il profeta della crisi, e anche un profeta quasi sempre in crisi. Questo è stato Geremia. E vista la situazione nella quale si è trovato a vivere e a pronunciare le parole che il Signore via via “gli metteva sulla bocca” (cfr Ger. 1,9), non meraviglia affatto.

Dopo che per lungo tempo Gerusalemme era stata l’oggetto delle bramosie contrapposte dell’Egitto dal sud e di Babilonia dal nord, e proprio questa contrapposizione aveva bloccato questi due grandi imperi consentendo alla città di Davide di riuscire a sopravvivere, adesso Nabucodonosor con i suoi formidabili Caldei ha preso il sopravvento ed ecco, è già alle porte. E Geremia, con tutto il peso della sua vocazione, cerca di influire sugli avvenimenti, annunciando la necessità della resa, pena la più terribile catastrofe, e così urtando contro il sentimento di invulnerabilità del popolo e dei suoi dirigenti, sicuri della protezione del Signore, che non consentirà mai che la sua “città santa” ed il suo tempio subiscano l’oltraggio dei pagani.

Di più, anche nel gruppo stesso dei profeti che negli anni s’è andato raccogliendo attorno a Geremia, molti hanno preso a parlare “nel nome del Signore” proclamando la salvezza di Israele. E così, alla fine, Geremia è rimasto solo a dover dire le parole amare della sua alternativa che comunque è dolorosa: o arrendersi al nemico (e è a questo che spinge, procurandosi subito la fama di disfattista) o essere annientati.

* * *

Proprio questo sfondo di grande sofferenza del profeta spiega il tono della pagina che oggi abbiamo letto. Un tono insieme di pianto, incomprensione, rabbia davanti all’ostinazione suicida dei membri piccoli e grandi del suo popolo.

E in ogni caso, Geremia qui pone con coraggio un’esigenza assoluta che valeva ieri e che vale anche oggi per noi nei nostri guai e nel nostro smarrimento: il ritorno a Dio.

Non è comunque facile, la pagina di oggi, anche soltanto a leggerla: si passa senza alcuna indicazione dalle parole che Dio dice a Geremia a un discorso diretto del profeta, e si passa anche dalla seconda persona singolare alla prima, e alla terza e alla seconda plurale… Questo dà comunque l’effetto di un legame molto stretto, quasi una imbracatura, che lega insieme le parole del Signore e quelle di Geremia, al punto che esse quasi si identificano… e forse alla fine questo è positivo: dev’essere così.

L’inizio è sconsolante, e però insieme ci rivela anche la grandezza dell’amore di Dio. Il Signore parla a Geremia e gli dice che Israele oramai l’ha rigettato, ha rigettato lui, Dio. L’abbiamo udito: “Questo popolo si svia di uno sviamento perenne… persistono nella malafede, rifiutano di convertirsi… nessuno si pente della sua malvagità”… È difficile essere più chiari di così… Eppure, proprio in questa situazione di rifiuto, il Signore continua ad essere vicino e a parlare a questo popolo che non vuole più saperne di lui, ma rimane il suo popolo.

C’è qui infatti come un avvicinamento progressivo: all’inizio Dio parla, con un generico tono quasi sapienziale, dell’uomo, dell’essere umano: “Se uno cade non si rialza forse? Se uno si svia, non torna egli indietro?”. Poi però il suo discorso si precisa, si focalizza su una parte precisa dell’umanità, e anzi su una città che ben conosce: “Perché dunque questo popolo di Gerusalemme si svia…?”. E alla fine, questo focalizzarsi si rivela l’espressione di un legame, di un possesso affettivo che nulla, nemmeno il “no” più secco, può spezzare: dopo le belle immagini, che parlano da sé, degli uccelli che conoscono d’istinto ciò che è bene per loro, ecco l’espressione divina dell’amore sofferente: “Ma il mio popolo non conosce quel che il Signore ha ordinato”. Sì, Israele dovrebbe ritornare al suo nido, ritornare da me… ma non lo fa, perché non vuole farlo… eppure questo popolo ingrato resta “il mio”. Così “dice il Signore”.

Poi un grosso cambiamento. Dio, che sinora ha parlato di Israele, adesso passa a parlare ad Israele, ed in particolare ai suoi “scribi” e ai suoi “saggi”:“Voi come potete dire: «Noi siamo saggi e la legge del Signore è con noi!»?”.

Una situazione davvero molto triste: già il Tempio è stato profanato. Nel capitolo che precede questo, il Signore ha appena detto: “I figli di Giuda … hanno collocato le loro abominazioni nella casa sulla quale è invocato il mio nome per contaminarla” (cfr 7, 30). Adesso è la volta della Legge: se certo – è l’insegnamento di un po’ tutto il Pentateuco – la Legge è“ciò che rende saggi e intelligenti” i figli di Israele, è però anche possibile che coloro che la insegnano la manipolino per i loro interessi… È possibile, e adesso è capitato: “lo stilo bugiardo degli scribi ha mentito” e “i saggi hanno rigettato la parola del Signore”. Così, alla legge di sapienza e di vita, si sono opposte la menzogna e il disprezzo: è il triste privilegio, il peccato degli umani.

Ma non solo gli “scribi hanno mentito”, e non soltanto “i saggi hanno rigettato la parola”. “Dal più piccolo al più grande” – così continua la requisitoria del Signore – “tutti sono avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono «Pace, pace», mentre pace non c’è.

Le cose stanno così, e Dio allora non può non intervenire: metterà fine a questo capovolgimento della verità in bugia e della bugia in verità. E la fine sarà la punizione, di cui si assume in pieno la responsabilità: “Perciò io darò le loro mogli ad altri, i loro campi a dei nuovi possessori”. Sì, verranno i Caldei, e s’impadroniranno di ogni cosa: “Io ho dato loro dei nemici” – è la terribile conclusione dell’oracolo – “che passeranno sui loro corpi”.

Prima dello sterminio e della distruzione, c’è però ancora una possibilità.

E è proprio questa parola del profeta, che viene a interpellare anzitutto i responsabili del popolo: quegli “scribi” e quei “saggi”, e i “profeti di pace” e i “sacerdoti” la cui menzogna è stata smascherata. Dio non ama punire è fa di tutto per evitare “le maniere forti”. Per questo parla ancora, per questo ancora si rivolge al suo popolo perché comprenda qual è il suo vero bene e lo persegua “pentendosi della sua malvagità”.

Ma già sa che tutto sarà inutile: davanti alla sua parola di verità, gli “scribi”, i “saggi”, i “profeti”, i “sacerdoti”, “saranno confusi, perché commettono abominazioni”, e finalmente se ne renderanno conto. Ma davvero – Geremia lo sa bene e lo ha anche scritto – “il cuore dell’uomo è ingannevole più di ogni altra cosa e inguaribilmente maligno” (Ger. 17,9), e così la confusione al cospetto di Dio non porterà al ravvedimento. Anzi, “essi non si vergognano affatto, non sanno che cosa sia arrossire; perciò cadranno fra quelli che cadono”.

* * *

Però, il fatto che pur sapendo questo, il Signore rivolga ugualmente il suo appello a Israele, perché faccia come “la cicogna, la tortora, la rondine e la gru”, e “osservi il tempo” di venire a lui, questo è molto importante, è “l’evangelo” di questa triste pagine che Geremia ha scritto lacrimando, e che allora alla fine non è triste: è la rivelazione della passione amorosa di Dio per quello che – – come già abbiamo detto e ripetuto, perché è bello ripetercelo – nonostante tutto, chiama ancora “il mio popolo”.

Sì, il Dio di Geremia, il profeta del pianto, vuole la nostra felicità. Siamo nella medesima linea di Deuteronomio 30, quando mette davanti al suo popolo la scelta fra “la vita e il bene” e “la morte e il male”, e lo chiama a scegliere la vita, a scegliere l’amore: “Scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza, amando il Signore, il tuo Dio, ubbidendo ala sua voce e tenendoti stretto a lui” (Deut. 30, 19b-20a).

Ma “scegliere la vita”, non è soltanto un fatto di parole, l’adesione intellettuale a un bel messaggio: è appunto “amare” e “ubbidire”. Non è tanto un “sapere”, ma è “conoscere” col cuore, e è “praticare”. E più ancora, “praticare nella durata”… E questo, nella nostra epoca “usa e getta”, e che è “usa e getta” anche nei rapporti affettivi, non è per niente facile.

Come l’Israele del tempo di Geremia, e forse anche di più, noi abbiamo i nostri scarti, i nostri allontanamenti, i nostri tradimenti e infedeltà, ed i nostri rifiuti… spesso abbiamo anche una profonda indifferenza nei confronti di ciò che Dio vuole che noi facciamo in risposta al suo amore…

Tutto questo – l’abbiamo visto anche in questa pagina che ci rivela tutta la sua passione – non lascia il Signore indifferente. Lo obbliga (se possiamo dir così) a cambiare, a riposizionarsi nei nostri confronti, a rimettere tutto quanto in questione.

E Dio lo fa. Non tiene il punto, né tanto meno il broncio. Perché lui tiene a noi. Sì, Dio è pronto a cambiare. Lo ha fatto tante volte, è pronto a farlo ancora: in fondo, se ci pensiamo un po’, cos’è stata la storia di Gesù, la sua incarnazione, morte, risurrezione, se non “il grande cambiamento” di Dio per amor nostro?…

Il problema è se sappiamo cambiare noi… se sappiamo “conoscere nel cielo le stagioni”, il tempo giusto per ritornare a lui. Perché, anche quando minaccia, anche quando punisce, persino quando “deve” sterminare, Dio resta sempre il Signore della vita, e non della morte; la sua Parola è parola di verità e non di menzogna. Con lui è sempre possibile il ritorno…

Ma non possiamo ritornare a Dio se non “insieme”. Nella pagina d’oggi abbiamo rilevato la bellezza del fatto che attraverso Geremia, egli abbia continuato, nonostante il rifiuto dei suoi leader, a rivolgersi a Israele chiamandolo “il mio popolo”. E abbiamo visto come, la chiave che consente questo “insieme” sta nei due verbi “amare” ed “ubbidire”.

Il “vivere insieme”… per rifarsi a Bonhoeffer:“la vita comune” nella chiesa, non è possibile che in un’obbedienza comune, di tutti e di ciascuno, a una Parola esterna: la Parola di Dio, che è donata ad ognuno perché la faccia sua, ma non perché essa gli appartenga, né tanto meno perché sia lo strumento di un dominio. La Parola di Dio deve invece fondare la fedeltà di ognuno al Signore e a tutti gli altri, e così diventare la fonte delle parole che intrecciamo fra di noi, facendo in modo che siano non più parole di menzogna e compromesso, ma parole vere e giuste.

Perché questo è sempre il rischio che corriamo: la parola è quanto di più umano possa esserci. È il mezzo formidabile che ci permette di “esistere”, cioè di “uscire al di fuori” di noi e di comunicare gli uni gli altri. Ma la nostra parola umana è uno strumento fragile: corre sempre dei rischi, ed in particolare corre il rischio di essere alle volte pervertita, perché asservita ai progetti di potere con cui proviamo a imporci sugli altri.

E quando è pervertita ed asservita, la parola è una menzogna, e non è semplice distinguere fra una parola vera ed una falsa.

Insomma parlare non è necessariamente un parlare veritiero. E anzi purtroppo è quasi vero il contrario, e in questa situazione dire la verità non garantisce d’essere ascoltati. Proprio Geremia di questo ha fatto tante volte l’esperienza. Al contrario, come abbiamo ascoltato, sono i falsi discorsi, di chi dice “Pace, pace, mentre pace non c’è”, che riportano il successo, perché da che mondo e mondo, le persone amano sentirsi dire quello che vorrebbero ascoltare…

Ma allora, in una chiesa come la nostra, alla ricerca di percorsi nuovi per vincere la crisi che avvertiamo, e perciò alla ricerca della soluzione giusta fra le tante a cui possiamo pensare, quale voce ascoltare?

Quella della Scrittura, certamente! Ma tutti quanti fra noi si richiamano alla Scrittura per proporre le loro diverse e spesso contrapposte soluzioni!

Allora, sì, va bene la Scrittura, e però tenendo conto di alcuni criteri, negativi e positivi.

Anzitutto, i “negativi”, che ci dicono quello che la parola non deve essere.

Fra i quali forse il primo è che una parola giusta è una parola di cui non si dispone, una parola non colma di se stessa, né dell’intelligenza o della cultura di chi la pronuncia (ricordiamo quanto abbiamo udito oggi: “Ecco, hanno rigettato la parola del Signore; quale saggezza possono avere?”).

Poi, la parola giusta non è mai monopolizzata da qualcuno, e invece èuna parola condivisa. È cioè una parola che non soltanto ammette ma provoca lo scambio, il dibattito, la conversazione, uno scambio libero e fraterno di idee e di prospettive…

E è anche una parola che che non è mai astratta, ma guarda alla realtà e, proprio guardando alla realtà, impara e si rinnova… insomma, fa memoria del passato per costruire un futuro che valga la pena d’essere vissuto…

E proprio in questo modo – e così arriviamo ai criteri “positivi”, a quel che la parola giusta deve essere – è veramente una parola per tutti e per ciascuno; che non vola troppo alto sulle teste della gente, ma sa prendere sul serio ogni volto, ogni storia, ogni singola vicenda. Una parola che ti aiuta a comprendere te stesso coi tuoi punti di forza e le tue debolezze, perché solo così puoi comprendere gli altri…

In conclusione, una parola vera è forse anzitutto un silenzio, un ascolto di Dio e dei fratelli e delle sorelle. Proprio come, nella pagina di oggi Dio ci ha detto che, prima di parlare, ha ascoltato il suo popolo: “Io sto attento, ed ascolto”…

E forse il tempo che viviamo, in cui la voce della chiesa fa fatica ad aprirsi una strada, è il tempo giusto per imparare a tacere e a ascoltare, è il tempo giusto per mettere radici e scoprire una nuova dinamica di vita: “Scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza, amando il Signore, il tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui” (Deut. 30, 19b-20a).

Anche la parola dura e appassionata del Dio di Geremia, che oggi abbiamo ascoltato, è per noi l’“offerta della vita”, è la possibilità di darle un senso “amando ed ubbidendo”, l’offerta di “tenerci stretti” a Lui e, in Lui, fra tutti noi.

                                                                                                    Ruggero Marchetti

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