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Luca 14, 1-24. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 17 novembre 2013 in Scala dei Giganti

 

Luca 14 , 1 – 24

Gesù entrò di sabato in casa di uno dei principali farisei per prendere cibo, ed essi lo stavano osservando, quando si presentò davanti a lui un idropico. Gesù prese a dire ai dottori della legge e ai farisei: “È lecito o no far guarigioni in giorno di sabato?” Ma essi tacquero. Allora egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: “Chi di voi, se gli cade nel pozzo un figlio o un bue, non lo tira subito fuori in giorno di sabato?”. Ed essi non potevano risponder nulla in contrario.

Notando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro questa parabola: “Quando sarai invitato a nozze da qualcuno, non ti mettere a tavola al primo posto, perché può darsi che sia stato invitato da lui qualcuno più importante di te, e chi ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedi il posto a questo!” e tu debba con tua vergogna andare allora a occupare l’ultimo posto. Ma quando sarai invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, affinché quando verrà colui che ti ha invitato, ti dica: “Amico, vieni più avanti”. Allora ne avrai onore davanti a tutti quelli che saranno a tavola con te. Poiché chiunque si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato”.

Diceva pure a colui che lo aveva invitato: “Quando fai un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi; perché essi potrebbero a loro volta invitare te, e così ti sarebbe reso il contraccambio; ma quando fai un convito, chiama poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato, perché non hanno modo di contraccambiare; infatti il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti”.

Uno degli invitati, udite queste cose, gli disse: “Beato chi mangerà pane nel regno di Dio!”
Gesù gli disse: “Un uomo preparò una gran cena e invitò molti; e all’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, perché tutto è già pronto”. Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho preso moglie, e perciò non posso venire”. Il servo tornò e riferì queste cose al suo signore. Allora il padrone di casa si adirò e disse al suo servo: “Va’ presto per le piazze e per le vie della città, e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi”. Poi il servo disse: “Signore, si è fatto come hai comandato e c’è ancora posto”. Il signore disse al servo: “Va’ fuori per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena. Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati, assaggerà la mia cena””.

Da un po’ di tempo ormai, Gesù ha iniziato la sua ascesa verso Gerusalemme, verso la croce e la risurrezione.

Le tappe di questo viaggio decisivo sono numerose, intessute di insegnamenti, di guarigioni e di controversie con i farisei, e intanto le minacce di morte si precisano, si fanno più puntuali: subito prima della pagina di oggi, proprio alcuni farisei, che evidentemente lo vedevano con simpatia perché, al di là della loro diffidenza e dei loro rimproveri, molti di essi erano attirati e intrigati da lui, hanno detto a Gesù: “Parti e vattene di qui, perché Erode vuole farti morire”, ma la sua determinazione a andare avanti resta intatta: “Bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani” – è la risposta alla minaccia di Erode – “perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (cfr Lc 13,31ss.).

E rimane anche intatto il suo rapporto dialettico proprio coi farisei, e diversi di loro profittano del passaggio di Gesù nel villaggio in cui abitano, per invitarlo a pranzo a casa loro.

Un’iniziativa in verità sempre arrischiata, perché se c’è un ospite “politicamente scorretto”, e perciò molto scomodo, è proprio lui, Gesù: così Simone il Fariseo ha dovuto subire l’irruzione in casa sua della “donna peccatrice” e ha dovuto anche ricevere una lezionesull’accoglienza e sul perdono (cfr Lc 7, 36-50); così un altro fariseo, che s’era meravigliato perché Gesù non s’era sottoposto all’abluzione rituale prima del pranzo, aveva scatenato una serie di critiche contro l’ipocrisia e la falsità degli appartenenti al suo movimento: “Guai a voi, farisei… sepolcri imbiancati!…” (cfr Lc 11, 37-52).

Ma nonostante questi precedenti, il fascino di Gesù restava grande, e con esso la voglia di conoscerlo. E ecco allora che un altro fariseo (stavolta addirittura “uno dei capi”, un personaggio importante di quel gruppo importante) vuole anche lui vivere l’esperienza di ospitare “il maestro” a casa sua. Risultato: una guarigione in giorno di sabato e delle parole e delle idee scioccanti sul tema degli invitati e degli inviti, tema allora importante, perché in quel tempo invitare qualcuno o essere invitati da qualcuno significava molto a livello sociale e religioso: era un mutuo riconoscimento ufficiale, e a volte una proposta di alleanza.

Oggi non ci soffermeremo sulla “guarigione dell’idropico” operata di sabato: sappiamo come questo sia un motivo ricorrente di conflitto fra Gesù e i farisei. Qui alla fine, la cosa sembra essere accettata, o forse meglio, subita dai presenti (“Essi tacquero”, dice Luca, e poi aggiunge: “Non potevano rispondere nulla in contrario”), e comunque, questo silenzio non propriamente benevolo, dà a tutto quel che segue un tono di assoluta libertà e direi quasi di sfida da parte di Gesù nei confronti dei suoi commensali.

Vediamo invece i suoi tre interventi successivi, notando come essi si rivolgano ogni volta ad interlocutori differenti: prima a tutti gli invitati, poi al padrone di casa, ed infine ad un invitato in particolare. Naturalmente, al di là delle apparenze, non abbiamo qui delle indicazioni relative al “saper vivere”. No… come quasi sempre quando c’è Gesù di mezzo, le sue parole mirano a un progetto comune: vivere sin da oggi la coerenza dell’Evangelo.

Il primo intervento di Gesù parte dall’avere osservato come gli invitati al banchetto si affannassero a occupare “i primi posti”, cioè quelli normalmente riservati agli invitati di riguardo, la cui presenza dava lustro al banchetto. Questi “pezzi grossi” arrivavano in genere per ultimi; era una questione di protocollo e anche una maniera di esibirsi: quando la sala era già tutta piena, entravano e incedevano solenni fino al posto d’onore riveriti dai presenti e accolti con mille cerimonie dal padrone di casa. Chi invece, fra gli invitati “comuni” aveva provato a portarsi troppo in alto e non aveva trovato posti liberi, per cui aveva dovuto occupare quello del personaggio importante, inevitabilmente, all’arrivo del “titolare” veniva invitato a retrocedere, e spesso era obbligato a ripercorrere al contrario tutta la sala giù giù fino all’ultimo posto, davanti ai sorrisetti maliziosi dei presenti. Insomma, una figuraccia! Che Gesù consiglia di evitare andando direttamente ad occupare proprio l’ultimo posto che nessuno vorrebbe. Alle brutte, te ne rimani lì, e non succede niente. Ma potrebbe anche essere che invece… chi lo sa… “colui che ti ha invitato ti dica” sorridendo: “Amico, vieni più avanti”. “Allora” – è la considerazione finale di Gesù – “ne avrai onore davanti a tutti quelli che sono a tavola con te”.

Ma poi, subito dopo, aggiunge una parola che ci dice che non siamo davanti a un consiglio su come fare per far bella figura: “Poiché chiunque s’innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato”. Dietro a questi due verbi al passivo, c’è Dio! È lui che “abbassa” e “innalza”. C’è qui infatti un chiaro riferimento a una parola del profeta Ezechiele: “Così parla Dio, il Signore… ciò che è in basso sarà innalzato; ciò che è in alto sarà abbassato”(cfr Ez 21, 31).

Sì, il Signore rovescia le nostre gerarchie: l’orgoglio di chi disprezza gli altri non può che portare a un fallimento, perché Dio prende le parti dei piccoli e degli umili, e li innalza al primo posto. E questo rovesciamento del sistema prefigura ed inaugura le nuove relazioni nel suo Regno, il cui modello lo troviamo in Gesù stesso, che (ricordate l’Inno di Filippesi 2?) “pur essendo di natura divina… s’è abbassato” fino all’ultimo posto, quello dello “schiavo”, per essere “elevato al di sopra di ogni nome”, nella gloria del Padre.

Poi, il secondo intervento, stavolta indirizzato da Gesù direttamente a “colui che lo aveva invitato”. Cambia il punto di vista, ma resta sempre il problema della scelta giusta da fare. Se gli invitati sono chiamati a mettersi al posto del più umile, il padrone di casa deve fare attenzione a far posto ai più umili, perché anche loro hanno il loro posto. I “poveri, gli storpi, gli zoppi, i ciechi” erano per definizione esclusi come impuri dalla vita sociale e anche dal culto (cfr Levitico 21, 16-24). Le parole di Gesù: “Quando fai un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi; perché essi potrebbero a loro volta invitare te, e così ti sarebbe reso il contraccambio; ma quando fai un convito, chiama poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato, perché non hanno modo di contraccambiare”, sovvertono l’ordine stabilito, e addirittura lo sovvertono doppiamente: da un lato espongono l’ospite al contagio dell’impurità; dall’altro, fanno saltare via le buone usanze della reciprocità. Passi ancora fare l’elemosina di un piatto di minestra a chi è affamato, ma qui è questione di un vero banchetto festivo, quello che si offre solo ai propri familiari ed ai “vicini ricchi”; insomma, a chi può poi “contraccambiare” degnamente l’invito! .

Però, se fai questa “pazzia”, “sarai beato”. Vivrai la “beatitudine” promessa da Gesù a coloro che amano i propri nemici e prestano senza sperare niente in cambio: “Allora il vostro premio sarà grande, e sarete figli dell’Altissimo” (cfr Lc 6, 35). Questa promessa è riferita al Regno di Dio qui indicato, per l’unica volta in tutto il Nuovo Testamento, con l’espressione “la risurrezione dei giusti”; ma è anche una promessa che si applica al futuro più immediato, che viviamo già qui in terra: mettendo al centro delle loro cure le persone più deboli e indifese, anche a spese delle relazioni familiari e sociali, possiamo condividere giorno dopo giorno la medesima gioia di Gesù… ricordate le sue parole “incantate”: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”… (Lc 10,21)?

Proprio la menzione della “risurrezione dei giusti” provoca la reazione di un invitato: “Beato chi mangerà pane nel regno di Dio!”. Chiaramente, colui che dice questo, annovera se stesso tra i “beati” di cui parla. Non ha minimamente colto l’esigenza né l’urgenza della provocazione di Gesù. E Gesù ci pensa lui a fargliela cogliere… È La parabola del “gran convito”, che elimina ogni equivoco sull’urgenza della decisione da prendere, percorsa come è lungo il suo svolgimento da queste espressioni: “è l’ora”, “tutto è già pronto” , “bisogna fare presto”.

Il racconto poi, molto sobrio e molto animato, oppone fra di loro due gruppi: coloro che – invitati – hanno fatto la scelta di non partecipare al banchetto, e quelli che alla fine, in maniera inaspettata, beneficeranno della scelta dei primi.

Ma come vanno le cose in questa parabola?

L’etichetta dell’epoca prescriveva che un invito a un banchetto pervenisse con un anticipo sufficiente per permettere al destinatario di prevenire un eventuale impedimento. Le scuse dell’ultimo minuto presentate dai vari invitati al servo incaricato di ricordare che ormai ogni cosa è pronta, nella sensibilità dell’epoca, sono quanto mai urtanti.

Giustamente, allora – dice Gesù: “Il padrone di casa si adirò”. È una collera che richiama alla mente di chi ascolta un motivo ricorrente negli scritti profetici: il rifiuto di Israele di accogliere l’appello a convertirsi e l’annuncio del giudizio di Dio su quel rifiuto. Qui è la dichiarazione finale: “Io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati, assaggerà la mia cena”, che funge da giudizio, ma – all’epoca della stesura del vangelo – anche da constatazione di come le cose effettivamente sono andate: tutti quelli (i “molti” invitati alla “gran cena”) che, in Israele e fuori di Israele, sono rimasti o resteranno chiusi al messaggio di Cristo, subiranno le conseguenza del loro rifiuto. E anche se poi dovessero ripensarci ed andare al banchetto… beh, troveranno tutti i posti occupati da una coorte di mendicanti e di poveri malati…

Perché intanto, il padrone di casa non s’è arreso: vuole fare il suo banchetto e lo farà! E manda un’altra volta in giro il servo che, instancabile, si aggira “per le piazze e per le vie” per reclutare gente da condurre alla festa: prima percorre tutta la città, poi passa alla campagna circostante (per molti commentatori, questo doppio “va e vieni” prefigura la predicazione apostolica, nel libro degli Atti prima rivolta “in casa” ad Israele e poi “fuori casa” ai non ebrei ).

E quando “i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi” (notate come questa lista è tale e quale a quella degli invitati da privilegiare che Gesù ha presentato a colui che l’aveva invitato) hanno riempito la sala del banchetto, il padrone, che voleva proprio questo: “Va’ … e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena”, è pronto a fare festa assieme a loro, e così gode pienamente la “beatitudine” annunciata da Gesù: “Quando fai un convito, chiama poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato, perché non hanno modo di contraccambiare; infatti il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti”.

* * *

Sorelle e fratelli, se gli ebrei del tempo di Gesù avevano le loro regole di comportamento, le loro etichette, il loro protocollo, le loro inclusioni e d esclusioni, noi siamo un po’ tutti darwiniani. Questo vuol dire che, anche se normalmente non ce ne rendiamo conto, la concorrenza e la competitività sono iscritte nel nostro DNA. Le leggi dell’evoluzione, infatti, implicano che ogni forma di vita si procura il suo posto e lo difende, se necessario distruggendo l’altro e nutrendosi dell’altro. La regola universale è proprio questa: difendere il mio spazio vitale, e per questo attrezzarmi e combattere contro chi me lo vuole toglier via. Al nostrolivello umano, questa regola si traduce in una serie di comportamenti individuali e sociali: ambizione o frustrazione, costrizione o umiliazione, potere o discriminazione. Insomma, al di là delle tante belle parole che ci diciamo, la nostra è un’etica segnata dalla violenza.

L’Evangelo di Gesù sostituisce a tutto questo la pratica dell’apertura all’altro e del servizio, che assicura a ciascuno il suo posto e smorza le rivalità. Anche il richiamo della pagina di oggi ai convitati bramosi di occupare i primi posti, va in pieno in questo senso. La parola che conta è quella sorridente del padrone di casa che ti dice con affetto: “Amico, vieni più avanti”.

Dev’essere anche la nostra parola: liberati dall’accoglienza incondizionata di Dio dalla “lotta per lo spazio vitale”, riceviamo da lui la missione di offrire un posto al banchetto della vita ai feriti dalla vita, ai fragili e indifesi, anticipando così anche per loro la gioia del Regno di Dio.

E anche, insieme, rendendo piena e autentica la nostra gioia. Perché coloro che si limitano a rapportarsi solo alla cerchia dei parenti e degli amici, e che si preoccupano solo di se stessi e dei propri bisogni, si privano della vera ricchezza della vita, che consiste nello scoprire quelli che sono “totalmente altri” e la ricchezza della loro diversità.

La collera del “padrone di casa” davanti al rifiuto degli invitati, e la sua decisione di chiamare quelli sino ad allora esclusi, come abbiamo visto, gli hanno fatto scoprire una nuova “beatitudine”. Vogliamo anche noi scoprire e vivere la “beatitudine” annunciata da Gesù?Cambiamo allora la nostra mentalità e i nostri comportamenti: spezziamo il cerchio chiuso dei soliti legami e la rete dei rapporti fondati sul “do ut des”, e impegniamoci alla sequela di Gesù in un servizio agli altri che sia senza preconcetti e senza limiti prefissati. Osiamo la sorpresa della condivisione e della gioia della condivisione. Sbarazziamoci dello spirito di possesso che spesso ci fa trovare delle scuse che ci rendono tanto simili a quegli invitati che hanno detto di no: “Ho comprato un campo e ho la necessità di andarlo a vedere…”; “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli…”; “Ho preso moglie e non posso venire…”, e aderiamo a un nuovo modo di avere relazioni. Impariamo l’agape cantato dall’Apostolo nel suo “inno all’amore”: l’amore disinteressato, benevolo, generoso, senza partito preso (cfr 1 Corinzi 13).

Così daremo al regno annunciato da Gesùuna visibilità vera, concreta e procureremo veramente a noi stessi ed agli altri una gioia reale. Sì, nella prospettiva spalancata dall’Evangelo, l’apertura agli altri non è un’alienazione ma un invito a gustare fin da adesso la pienezza della vita.

E insieme finalmente, potremo costruire un mondo nuovo. È l’ultimo pensiero che sgorga dalla pagina di oggi.

Le parole e le immagini forti dell’“invitato scomodo” Gesù sono una consegna. Ci chiamano a rovesciare l’ordine delle priorità: operare a fondo perduto piuttosto che difendere ostinatamente i propri interessi, preferire le gioie condivise ai piaceri egoisti, privilegiare le relazioni umane anziché i beni materiali.

Sempre ricordando che, al di là dei comportamenti personali, l’attenzione ai più deboli è una priorità collettiva. La nostra società non può ignorare i cosiddetti “perdenti”, né i paesi sviluppati non tener conto delle popolazioni alla deriva… Indirizzate nella pagina di oggi ad una tavolata di farisei, le parole di Gesù si dilatano ad una dimensione universale e stigmatizzano le pratiche politiche, economiche, sociali che mantengono o accrescono lo scarto fra ricchi e poverissimi, privilegiati e miserabili, a detrimento di una visione generosa e solidale dei rapporti fra gli umani.

Non si tratta, beninteso, di instaurare il Regno di Dio su questa terra… Si tratta di inalare la speranza del Regno nel nostro quotidiano, e così di permetterle di agire sulla visione e sui valori che determinano il nostro impegno nella chiesa e nella società, anche nell’immediato, a corto termine…

È proprio della nostra teologia riformata propugnare con una forza particolare la sovranità di Dio sul mondo. Proprio questa sovranità del nostro Dio la cui accoglienza incondizionata sfida gli interessi partigiani e le logiche interessate (ricordiamo ancora una volta il padrone che dice sorridendo a colui che è all’ultimo posto: “Amico, vieni più avanti”), ci dà il coraggio e la pertinenza per intervenire nel dibattito odierno sulla possibilità di una società diversa e più umana.

Sì, difesi con forza e convinzione, i vecchi e sempre nuovi concetti biblici della pace e della giustizia per tutti, potranno giocare pienamente il loro ruolo… essere un lievito di speranza per un mondo che non riesce più a sperare.

                                                                                                     Ruggero Marchetti

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