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Un pensiero dalla predicazione su Geremia 8, 4-13 tenuta durante il culto di domenica 17 novembre 2013 in San Silvestro-Cristo Salvatore

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

Il Dio di Geremia, il profeta del pianto, vuole la nostra felicità. Siamo nella medesima linea di Deuteronomio 30, quando mette davanti al suo popolo la scelta fra “la vita e il bene” e “la morte e il male”, e lo chiama a scegliere la vita, a scegliere l’amore: “Scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza, amando il Signore, il tuo Dio, ubbidendo ala sua voce e tenendoti stretto a lui” (Deut. 30, 19b-20a).

Ma “scegliere la vita”, non è soltanto un fatto di parole, l’adesione intellettuale a un bel messaggio. È appunto “amare” e “ubbidire”. È un “praticare”, e più ancora, “praticare nella durata”. E questo, nella nostra epoca “usa e getta”, e che è “usa e getta” anche nei rapporti affettivi, non è per niente facile. Come l’Israele del tempo di Geremia, e forse anche di più, noi abbiamo i nostri scarti, i nostri allontanamenti, i nostri tradimenti e infedeltà, ed i nostri rifiuti… spesso abbiamo anche una profonda indifferenza nei confronti di ciò che Dio vuole che noi facciamo in risposta al suo amore.

Tutto questo – l’abbiamo visto anche in questa pagina che ci rivela la passione di Dio – non lascia il Signore indifferente. Lo obbliga (se possiamo dir così) a cambiare, a riposizionarsi nei nostri confronti, a rimettere tutto quanto in questione.

E Dio lo fa. Non tiene il punto, né tanto meno il broncio. Perché lui tiene a noi. Sì, Dio è pronto a cambiare. Lo ha fatto tante volte, è pronto a farlo ancora: in fondo, se ci pensiamo un po’, cos’è stata la storia di Gesù, la sua incarnazione, morte, risurrezione, se non “il grande cambiamento” di Dio per amor nostro?… Il problema è se sappiamo cambiare noi… se sappiamo “conoscere nel cielo le stagioni”, il tempo giusto per ritornare a lui. Perché, anche quando minaccia, anche quando punisce… persino quando “deve” sterminare, Dio resta sempre il Signore della vita, e non della morte; la sua Parola è parola di verità e non di menzogna. Con lui è sempre possibile il ritorno…

Ma non possiamo ritornare a Dio se non “insieme”. Nella pagina d’oggi abbiamo rilevato la bellezza del fatto che attraverso Geremia, egli abbia continuato, nonostante il rifiuto dei suoi leader, a rivolgersi a Israele chiamandolo “il mio popolo”. E abbiamo visto come, la chiave che consente questo “insieme” sta nei due verbi “amare” ed “ubbidire”.

Il “vivere insieme”… per rifarsi a Bonhoeffer:“la vita comune” nella chiesa non è possibile che in un’obbedienza comune, di tutti e di ciascuno, a una Parola esterna: la Parola di Dio, che è donata ad ognuno perché la faccia sua, ma non perché essa gli appartenga, né tanto meno perché sia lo strumento di un dominio. La Parola di Dio deve invece fondare la fedeltà di ognuno al Signore e a tutti gli altri, e così diventare la fonte delle parole che intrecciamo fra di noi, facendo in modo che siano non più parole di menzogna e compromesso, ma parole vere e giuste.

Forse il tempo che viviamo, in cui la voce della chiesa fa fatica ad aprirsi una strada, è il tempo giusto per imparare a tacere e a ascoltare, è il tempo giusto per mettere radici e scoprire una nuova dinamica di vita. Davvero: “Scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza, amando il Signore, il tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui” (Deut. 30, 19b-20a).                                                       R. M.

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