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Apocalisse 4, 1-11. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 8 dicembre 2013 alle ore 9.30 in San Silvestro – Cristo Salvatore

 

Apocalisse 4 , 1 – 11

 

 

Dopo queste cose vidi una porta aperta nel cielo, e la prima voce, che mi aveva già parlato come uno squillo di tromba, mi disse: “Sali quassù e ti mostrerò le cose che devono avvenire in seguito”.

 

Subito fui rapito dallo Spirito. Ed ecco, un trono era posto nel cielo e sul trono c’era uno seduto. Colui che stava seduto era simile nell’aspetto alla pietra di diaspro e di sardonico; e intorno al trono c’era un arcobaleno che, a vederlo, era simile allo smeraldo.

 

Attorno al trono c’erano ventiquattro troni su cui stavano seduti ventiquattro anziani vestiti di vesti bianche e con corone d’oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni. Davanti al trono c’erano sette lampade accese, che sono i sette spiriti di Dio.

 

Davanti al trono inoltre c’era come un mare di vetro, simile al cristallo; in mezzo al trono e intorno al trono, quattro creature viventi, piene di occhi davanti e di dietro. La prima creatura vivente era simile a un leone, la seconda simile a un vitello, la terza aveva la faccia come d’un uomo e la quarta era simile a un’aquila mentre vola. E le quattro creature viventi avevano ognuna sei ali, ed erano coperte di occhi tutt’intorno e di dentro, e non cessavano mai di ripetere giorno e notte:

 

“Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente,

 

che era, che è, e che viene”.

 

 

Ogni volta che queste creature viventi rendono gloria, onore e grazia a colui che siede sul trono, e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro anziani si prostrano davanti a colui che siede sul trono e adorano colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo:

 

“Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,

 

di ricevere la gloria, l’onore e la potenza:

 

perché tu hai creato tutte le cose,

 

e per tua volontà furono create ed esistono”.

 

 

 

 

Alcuni mesi fa abbiamo letto i messaggi del Cristo “vivente” dell’Apocalisse alle sette chiese dell’Asia, ed avevamo visto come quei messaggi avevano messo davanti a loro, in modo molto chiaro, “ciò che è”: la loro situazione concreta di comunità di credenti alle prese coi problemi dell’esistenza e della testimonianza cristiane in un mondo pagano. “Conosco le tue opere: la tua fatica, il tuo amore, il tuo peccato…”. È stata la verità ribadita ogni volta dal Signore: lui, i cui occhi sono “simili ad una fiamma ardente”, smaschera le illusioni che ingannano le chiese, lenisce lo scoramento che le affligge, dà loro l’incoraggiamento necessario.

 

Così questi credenti consolati, ammoniti, di nuovo spalancati alla speranza, trovano nel loro Dio e Signore la forza per lottare, il coraggio per vincere. Così tutta la chiesa, in ogni tempo e luogo, ha qui la fonte zampillante a cui attingere lo Spirito di verità che la metta in grado di fronteggiare le potenze oscure che lungo il corso tumultuoso e sovente feroce della storia, la insidiano all’esterno e anche all’interno.

 

 

Sì, “lungo il corso della storia”: lungo i decenni, i secoli, i millenni che verranno. Finora – abbiamo detto – è stato rivelato alla chiesa “ciò che è”. Da ora in poi fino all’ultima visione di questo “libro dello svelamento” (Apocalisse vuol dire proprio questo), noi verremo a conoscere le cose che avverranno. “Sali qui”, così dice a Giovanni la “voce come tromba” del “Figliolo dell’uomo”, “e ti mostrerò le cose che debbono accadere dopo queste”.

 

E sarà così. Sotto gli occhi del Veggente, un turbinio di immagini, una ridda di suoni, un’esplosione di colori, e alcuni lunghi silenzi gravidi d’attesa, si accalcheranno a colmare i suoi occhi ed i nostri, la sua e la nostra mente.

 

Perché con lui anche noi saremo proiettati in un mondo che al primo impatto ci sembrerà davvero un “altro mondo”, ma che poi, con un brivido, capiremo essere invece il nostro mondo: la nostra storia che si srotola davanti a noi in tutta la sua follia, ma anche in tutto il suo senso, perché afferrata e tenuta ben stretta dalla mano possente dell’unico Signore che, trionfando sopra il caos delle vicende umane, porta a compimento il suo progetto per la sua creazione.

 

Capiremo che questo linguaggio carico d’immagini simboliche e percorso da “lampi, voci e tuoni”, è una grande benedetta parola di consolazione, la parola della fedeltà verso di noi del Signore crocifisso e risorto, vincitore del male e della morte.

 

Sì, come gli scritti degli antichi profeti, anche “le parole di questa profezia” cristiana (cfr Ap. 1,3) non sono “formule da indovino” per chi vuole scrutare, insieme timoroso e affascinato, gli abissi del futuro, ma parole di vita e per la vita: per vivere il presente da credenti, e comunque da uomini e donne degni di questo nome, nella luce e al servizio di “colui che era, che è e che viene”, e che, nel suo “venire” fa irrompere il suo regno nella storia del mondo e nella nostra storia personale.

 

 

* * *

 

Proprio per dare alla chiesa che vive, fatica, ama e spera sulla terra, la certezza che nelle lotte che deve fronteggiare sarà da lui assistita e sostenuta, il Signore chiama ora Giovanni a vivere un momento di pura contemplazione. Poi, certo, ci sarà la tempesta, l’agitarsi indistinto della storia che le varie visioni successive ci faranno passare sotto gli occhi come un torrente in piena. Ma ora è la pace! La pace di Dio. E in questa pace, è possibile cogliere il senso pieno di quello che accadrà: gli eventi della storia e della vita non sono a caso, hanno una loro logica, un senso che è nascosto al disotto (o al disopra…) del puro avvenimento. E questo senso pieno, che nulla può arrestare, è il volere divino.

 

Subito fui rapito dallo Spirito. Ed ecco, un trono era posto nel cielo e sul trono c’era uno seduto…”.

 

Ricordate il Paradiso di Dante, con i suoi nove cieli da trasvolare prima d’arrivare alla sfera di Dio? Qui, nulla di tutto questo, qui non c’è gerarchia, né “empireo”, né cori angelici: immerso nello “Spirito” che gli affina la vista e l’intuizione, Giovanni avverte fin dal primo istante la presenza sovrana di Dio. E senza mai neppure nominarlo, senza nemmeno tentare di descriverlo perché troppo al di là dell’esperienza umana, ci comunica qualcosa di quello che lui stesso ha potuto avvertire, lì “nel cielo” davanti al “trono” e a colui che vi è “assiso”: “Colui che stava seduto era simile nell’aspetto alla pietra di diaspro e di sardonico; e intorno al trono c’era un arcobaleno che, a vederlo, era simile allo smeraldo”.

 

È un vero e proprio incantesimo. Sì, Giovanni è incantato da quel che sta vedendo e ci descrive con un meraviglioso paragone: è come quando guardi una pietra preziosa che è colpita dal sole e ne riflette e rilancia la luce, e i suoi colori si muovono e si frangono, diventano scintille luminose che si mescolano in una sensazione di bellezza ineffabile. “Dio per me” – ci dice – “è così. È una pietra preziosa, è bellezza infinita, che ti prende, ti rapisce e ti commuove”. Davvero il dono più bello che Dio può fare a un umano, è farlo partecipare al suo splendore, a quel baluginio multicolore che insieme lo rivela e lo nasconde… che te lo fa sentire insieme come il “totalmente altro” e come l’“infinitamente vicino”, gioia della tua gioia, vita della tua vita. E tu, davanti a quella luce che t’incanta, senti e sai con l’intelligenza del cuore che anche adesso “egli ti circonda, ti sta di fronte e alle spalle e pone la sua mano su di te” (cfr Salmo 139,5).

 

Lui, il Dio fedele, che dal tempo remoto di Noè, ha scelto di essere una volta per tutte e una volta per sempre, “il compagno dell’essere umano”. Ci ha offerto la sua paceappoggiando il suo “arco” sulle nubi, e così, disarmato, ha contratto con noi la sua alleanza: “Avverrà che, quando avrò raccolto delle nuvole al di sopra della terra, l’arco apparirà nelle nuvole,e io mi ricorderò del mio patto fra me e voi … e le acque non diventeranno più un diluvio per distruggere ogni essere vivente” (cfr Genesi 9, 14s.). È l’alleanza di quell’“arcobaleno” che adesso brilla con color di “smeraldo” tutt’intorno al suo “trono”…

 

 

E non solo il Signore “sul suo trono” si dona come luce allo sguardo incantato del Veggente, ma anche parla, si fa sentire: “Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni”. Già nell’esodo, Dio s’era fatto udire dalla vetta dell’Oreb“al suono della tromba, fra lampi, tuoni e fumo” per fare ad Israele da lui appena redento, il dono del “decalogo”, delle “dieci parole” della libertà (cfr Esodo 20, 1 ss.). Adesso qui, al di là di ogni tempo e di ogni spazio, parla ancora al suo popolo per rinnovargli e garantirgli il compimento delle promesse di cui gli ha fatto dono.

 

Questo rinnovamento e la garanzia delle promesse annunciati dal “suono della tromba”, è la visione della corte celeste, tutta raccolta attorno al suo Signore: “Attorno al trono c’erano ventiquattro troni su cui stavano seduti ventiquattro anziani vestiti di vesti bianche e con corone d’oro sul capo”.

 

Chi sono questi “anziani”? Su loro sono state formulate tante ipotesi: “ventiquattro” è “dodici più dodici”, e allora potrebbero esserei patriarchi delle dodici tribù di Israele ed i dodici apostoli, cioè i rappresentanti del vecchio e nuovo popolo di Dio; oppure possono essere i “ventiquattro” autori, che – secondo la tradizione di Israele – hanno composto le Scritture ebraiche che annunciano Gesù e la sua vittoria.

 

Quel che conta è che qui, a comporre la corte celeste non abbiamo degli angeli, ma degli esseri umaniche – qui sta la garanzia per i credenti che leggono questa pagina – dopo un’esistenza al servizio di Dio, già hanno conseguito le promesseche chiudono i messaggi alle chiese dell’Asia. “Chi vince lo farò sedere presso di me sul mio trono” (cfr 3,21); “Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche” (cfr 3,5); e ancora: “Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita” (cfr 2,10b). I “ventiquattro anziani” siedono appunto su “ventiquattro troni”, sono “vestiti di vesti bianche” e hanno delle “corone d’oro sul capo”. Davvero allora in essi i cristiani nella tribolazione possono vedere se stessi e la gloria che l’attende: la partecipazione che non avrà mai fine alla regalità del loro Signore.

 

 

Ed a questa realtà del compimento, in cui ogni cosa sarà colmata della forza d’amore dello “Spirito”, simboleggiato in modo suggestivo dalle “sette lampade di fuoco ardenti davanti al trono” di Dio; alla nuova creazione che già si manifesta e dalla quale la minaccia del male sarà assente: l’“oceano tenebroso dell’abisso”, simbolo del non essere e del caos da cui Dio ha tratto fuori il mondo e nel mondo la vita, che nell’attuale creazione è rimasto presente nella forma del “mare” (cfr Genesi 1, 2 ss.), adesso giace, senza più l’accavallarsi poderoso e angosciante delle sue onde ed invece ben fermo e trasparente, “come un mare di vetro, simile al cristallo” ai piedi del “trono” divino che lo domina… a questo compimento e alla nuova creazione, avrà parte tutto il vecchio creato, simboleggiato dalle “quattro creature viventi, la prima simile a un leone, la seconda a un vitello, la terza con la faccia come d’un uomo e la quarta simile a un’aquila mentre vola”. “Quattro” infatti è il numero della creazione: suggerisce immediatamente i quattro punti cardinali o, con un’altra immagine, i quattro “venti” che soffiano dalle quattro estremità dell’universo. Se poi veniamo al particolare significato che ognuna di queste “quattro creature viventi”, aveva nell’antichità: “l’aquila” era un simbolo di eternità, “il leone” di gloria, “il toro” di potenza, “l’uomo” di intelligenza, caratteristiche che sono il riflesso nella creazione della somma eternità, gloria, potenza e intelligenza di Dio.

 

Si può allora dire che qui abbiamo la creazione quale era uscita dalle mani del Creatore, quale cioè avrebbe dovuto essere e non è stata, ma è già di nuovo in Cristo e grazie a lui, e sarà poi in pienezza al compiersi dei tempi, colta in una piena comunione col Signore che la investe e la ricolma di se stesso nell’azione del suo Spirito. In questo senso, le “sei ali” e gli “occhi” da cui le “quattro creature viventi”sono coperte “tutt’intorno e dentro”, sono un simbolo di totale vigilanza, ed in particolare quegli “occhi” innumerevoli esprimono proprio il farsi “tutt’occhi” dell’intero creato per accogliere e riflettere la luce che, come abbiamo visto, è il segno della presenza preziosa di Dio davanti ai suoi.

 

 

Ma quando sei felice, tu non puoi non cantare. E la creazione, felice del suo Dio, ora canta a gran voce la sua gioia: “Le quattro creature viventi … non cessavano mai di ripetere giorno e notte: Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente, che era, che è, e che viene”.

 

Nella visione di Isaia 6 abbiamo udito i “serafini” cantare: “Santo, santo, santo è il Signore Sabaoth. Tutta la terra è piena della sua gloria!”.

 

Nelle “quattro creature viventi” è adesso l’intera creazione che riprende quel canto, e poiché noi sappiamo che “Santo” vuole dire “Altro”, “Separato”, riconosce al cospetto di Dio che la colma di sé, che Dio non è lei, e neanche è in lei, ma è e rimane il “Totalmente Altro”. E il fatto che questo avvenga nell’adorazione, ci fa pensare che la Creazione stessa si riconosca pienamente dipendente da Dio, rinunci a ogni pretesa di una sua autonomia.

 

Del resto la follia di ogni pretesa di questo tipo è confermata da quanto è proclamato nel canto conclusivo: “Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza: perché tu hai creato tutte le cose, e per tua volontà furono create ed esistono”…Tutto ciò che esiste, esiste perché chiamato all’essere da Dio, creato da lui. Che senso avrebbe allora, davanti a questa verità, pretendere l’autonomia da lui? Sarebbe semplicemente insensato, e infatti è stata folle l’insensatezza della coppia dell’Eden (cfr Genesi 3 1 ss.).

 

 

Tanto più che questo nostro Dio non ci ha solo creato, ma continua a crearci, continua ad operare in noi e per noi. Proprio per sottolineare la sua incessante attività, Giovanni ha sostituito il Tutta la terra è piena della sua gloria!” del canto dei “serafini” di Isaia con l’espressione“colui che era, che è e che viene”, che porta in primo piano tutta la dinamicità del Dio dell’Apocalisse. Insomma, “il Signore Dio l’Onnipotente”, che come abbiamo visto è “Santo”, è “altro” rispetto alla creazione, è al tempo stesso sovranamente presente in essa, come il suo passato e il suo presente, nella dinamica di un inarrestabile “venire” dall’eternità verso di lei, e verso noi esseri umani che della creazione siamo insieme parte e senso.

 

 

* * *

 

Sarebbe il caso ci arrestassimo qui, con gli occhi e con la orecchie colmi di queste straordinarie immagini e di questa celeste sinfonia; se c’è nella Scrittura una pagina da prendere com’è, da contemplare e basta, è proprio questa… Ma è bene dire un’ultima parola che ci aiuti a cogliere, accanto alla sua sconvolgente bellezza, anche l’intransigente carica polemica che anima queste righe.

 

Abbiamo ancora nella nostra mente l’immagine dei “ventiquattro anziani” che simboleggiano il vecchio e nuovo popolo di Dio, i quali, scesi dai loro “troni”, si prostrano davanti a “colui che vive nei secoli dei secoli” e “gettano le loro corone” davanti a lui proclamandolo a gran voce “Signore e Dio”. Il grande storico romano Cornelio Tacito narra che il re dell’Armenia Tiridate, messo sul trono dall’esercito di Roma, venuto a rendere omaggio al Nerone come al solo sovrano del mondo, gettò la sua corona davanti ai suoi piedi e si prostrò alla sua presenza. E sappiamo anche che l’altro imperatore Domiziano, che regnava all’epoca della composizione dell’Apocalisse, si faceva chiamare: “Dio e Signore”.

 

In un tempo in cui tutto il mondo rendeva onori divini ad un essere umano per adularne il potere, l’Apocalisse proclama che uno soltanto è degno ci si prostri innanzi a lui: solo “il Signore Dio l’Onnipotente” e nessun uomo e nessuna creatura, “è degno di ricevere la gloria, l’onore e la potenza”!

 

 

Questa pagina allora, è una poderosa affermazione di libertà che dal cielo riecheggia sulla terra, ed è un grande incoraggiamento per i poveri cristiani sovente esposti alla persecuzione delle piccole comunità dell’Apocalisse.

 

Se il re Tiridate ha prostituito la sua dignità prostrandosi davanti a colui che sapeva benissimo essere un uomo un uomo,loro che invece rifiutano a costo della vita ogni culto al Cesare di Roma, sono in realtà dei “re” ben più grandi di quel miserabile re venuto a dall’Armenia. Sì, sono dei “re”, perchépartecipano già adesso nella preghiera e nella speranza, e parteciperanno per sempre con i “ventiquattro anziani” che sono come i loro “battistrada”, alla regalità stessa di Dio.

 

 

Così, per la forza della loro fede, i cristiani delle chiese di Giovanni trionfano su tutti quei poteri che non vogliono limiti ai loro deliranti sogni di dominio, ma alla fine non possono sfuggire al giudizio implacabile del tempo. Nel Carmen saeculare, Orazio celebrava l’impero proclamando: “Sole fecondo … possa tu non vedere mai nulla di più grande della città di Roma!”. Oggi, quell’impero è soltanto un ricordo della storia. La dimora imperiale, il “palatium” che ha dato il proprio nome a tutti i palazzi di ogni tempo e paese, non è più che un ammasso di rovine. Se andrete a Roma sul Colle Palatino, vi accorgerete che la sala del trono in cui Nerone ricevette l’omaggio di Tiridate, è poco più di un prato nel quale a primavera cresce l’erba e volano gli insetti. Davvero il solo che è “degno” di regnare e regna veramente è il Signore “seduto sul trono” di Giovanni e delle sue povere chiese…

 

 

In questo tempo d’Avvento noi facciamo qualcosa che per il mondo è folle: viviamo nell’attesa di una nascita avvenuta più di duemila anni fa. Ma proprio quest’attesa umanamente così sconsiderata ci sottrae alla schiavitù dei poteri del mondo e dei loro meccanismi.

 

Rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” ( Luca 21, 28). È la parola di dignità che ha aperto il nostro culto.Chi attende, ha il capo eretto e lo sguardo in avanti verso il nuovo, verso “colui che era, che è e che viene”, il Dio “tre volte santo”, “altro” da questo mondo, ma a cui il mondo appartiene. Colui davanti al quale ci prostriamo in piena dignità, per non prostrarci più davanti a nessun altro.

 

                                      Ruggero Marchetti

 

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