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Marco 10. 13-16. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 8 dicembre 2013 alle ore 11.00 in Scala dei Giganti

 

Marco 10 , 13 – 16

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse; ma i discepoli sgridavano coloro che glieli presentavano.


Gesù, veduto ciò, si indignò e disse loro:

“Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro. In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto”.

E, presili in braccio, li benediceva ponendo le mani su di loro.

Se c’è nel vangelo di Marco, ma poi in tutti i vangeli, un’idea e una realtà che è sempre al centro delle parole e dei gesti di Gesù, è il Regno di Dio.

Già subito all’inizio, l’evangelista riassume in questo modo la sua prima predicazione: “Si recò in Galilea, predicando il vangelo di Dio e dicendo: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo” (Mc. 1,15), e in tutta la prima parte del vangelo (Mc. 1-8,26), è ancora sempre il “regno”, la signoria di Dio annunciata ed insieme già presente, che si rivela nei prodigi operati da Gesù e nel suo insegnamento colmo d’autorità. Poi però, dal primo annuncio della sua passione che Gesù fa ai discepoli subito dopo che Simon-Pietro l’ha riconosciuto e confessato come “il Cristo”, tutto cambia, e nella seconda parte del vangelo (Mc. 8,27-10.52), che comprende la pagina di oggi, Marco ci fa vedere le conseguenze, da una parte inattese e dall’altra insieme inevitabili, visto il peccato che domina nel cuore degli uomini, della vicinanza del regno: molti lo rifiuteranno, e col regno rifiuteranno Gesù stesso. Sarà la strada che porterà alla croce che Gesù dovrà percorrere, e con lui e dopo di lui tutti quelli che vorranno essere suoi.

Del “regno” e delle sue conseguenze ha parlato anche questo breve brano, che non a caso viene subito dopo l’inizio del cammino che Gesù ha intrapreso verso Gerusalemme incontro alla sua croce, e è situato tra due altri annunci della sua passione; ed è direttamente lui, Gesù, che qui parla del “regno”, e lo fa per ben due volte: “Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro. In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto”.

Come mai si è espresso in questo modo? Gesù parla del “regno” e dei “bambini” perché ci sono dei bambini attorno a lui. Glieli hanno portati i genitori “perché li toccasse”. Hanno sentito parlare di lui, e sperano nella sua bontà e nella sua potenza, nel suo potere di fare il bene, guarire e risanare, che sembra a volte uscire dalle sue mani come l’emanazione di una forza. E allora, gli presentano i figli perché almeno una parte di quella forza si comunichi a loro mediante il contatto diretto con le sue mani capaci di prodigi. Evidentemente, quei padri e quelle madri desiderano il bene, ed anzi il meglio, per i loro bambini…

C’è qualcuno però a cui questo non va bene, e non gente qualsiasi, ma i discepoli stessi di Gesù: “i discepoli sgridavano coloro che glieli presentavano”.

Come mai? Per cercare di capirlo, e per capire anche la portata in qualche modo quasi trasgressiva della reazione di Gesù alla loro reazione negativa – Marco ci ha detto che dice che “Si indignò” per l’intervento dei discepoli e disse loro che non dovevano impedire che quei bambini venissero da lui “perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro” – dobbiamo per prima cosa ricordare che in quell’epoca e in quella società i bambini non erano affatto considerati come i nostri bambini che, prima ancora di nascere sono già diventati “i reucci e le reginette” della casa, e tutto e tutti girano attorno a loro: ogni attenzione e tutte le premure… e tutto il resto va in secondo piano. Nell’antichità non era affatto così. In particolare, non era così in Israele, in cui i bambini vivevano una situazione che potremmo quasi definire “schizofrenica”.

Da un lato infatti i figli erano desiderati e accolti come il più bel dono che Dio possa fare ad un uomo o a una donna, e anzi, una benedizione vera e propria: “Ecco”, così leggiamo nel Salmo 127 (3-5), “i figli sono un dono che viene dal Signore, il frutto del grembo materno è un premio. Come frecce nelle mani di un prode, così sono i figli della giovinezza. Beati coloro che ne hanno piena la faretra!”. Sì, “beati!”, perché, “crescere e moltiplicarsi” è uno degli imperativi del Creatore (cfr Genesi 1, 28), e così la fertilità è una benedizione (pensiamo alla promessa ad Abramo di una “discendenza”), mentre la sterilità è una maledizione. E in più, in un popolo come Israele, convinto di essere il popolo eletto da Dioe di avere una missione particolare fra tutti gli altri popoli, l’arrivo di una nuova generazione assumeva un’enorme importanza, perché è attraverso i suoi nuovi figli e figlie che esso si garantiva il suo futuro al servizio di Dio.

Dall’altro lato però, la situazione concreta di quei bambini visti come una benedizione, non era una situazione benedetta. Di per sé i piccoli non avevano importanza. Anzi, come abbiamo già visto a proposito di quel versetto del libro deiProverbi su di loro che oggi abbiamo letto: “La follia è legata al cuore del bambino, ma la verga della correzione la allontanerà da lui”, non erano considerati affatto innocenti, perché partecipavano alla malignità di tutti, e invece per la loro infantile spontaneità, erano piuttosto degli irresponsabili e dei ribelli da disciplinare (ecco la raccomandazione dell’uso della “verga”) e da educare all’obbedienza della legge, per diventare al momento giusto membri adulti di quell’Israele nella cui alleanza con Dio erano stati inseriti (almeno i maschi) con la circoncisione loro praticata nell’ottavo giorno di vita. Quel momento arriverà al compimento del tredicesimo anno quando il bambino, ormai non più bambino ma ragazzo, e anzi giovane uomo, formato, prima a casa in occasione delle feste più importanti dell’anno e poi in una scuola rabbinica, alla conoscenza della Scrittura e delle sue interpretazioni, diventerà ufficialmente “bar mitzwah”, “figlio della legge”. Fino ad allora, egli “non sa distinguere la sua destra dalla sua sinistra”, ed è considerato completamente incompetente in materia religiosa. Come dice un testo dell’epoca: “Dormire la mattina, bere vino a mezzogiorno, parlare con i bambini e sedere in mezzo a gli ignoranti, tutto questo fa sì che un uomo sia dimenticato da tutti”.

Insomma, i discepoli di Gesù sgridano quei genitori che gli portano i loro bambini, perché non vogliono che il loro maestro “sia dimenticato da tutti”! Gesù però – l’abbiamo già visto – non la pensa affatto così: chiede loro, arrabbiandosi anche, che la smettano, che “lascino che i bambini vengano a lui”, e che anzi imparino da loro come si accoglie “il regno di Dio”.

Ma cos’è questo “regno di Dio”?

Anche per i rabbini di Israele, come per Gesù, il termine “regno di Dio” o “regno dei cieli” indicava un tema centrale del loro insegnamento. In particolare ne parlavano usando l’espressione “prendere su di sé il giogo del regno”, che voleva dire riconoscere Dio come re e Signore, prendere le distanze da tutti gli altri dèi, impegnarsi a praticare la sua legge. D’altro lato era anche molto chiaro a quei rabbini che non è coi nostri sforzi che noi possiamo far arrivare “il regno di Dio”, e che invece è a lui, a Dio, che appartiene, ed è lui che ce ne farà dono quando e come vorrà. Per questo, proprio come Gesù che ci invita a dire: “venga il tuo regno”, anche loro pregavano per ottenerne da Dio la venuta del regno.

Sottomissione e attesa: queste sono le attitudini giuste verso “il regno”.

Ma non sono forse queste le attitudini tipiche dei bambini dell’epoca di Gesù? Se, come abbiamo detto, per gli adulti non sono in grado di fare proprio niente da se stessi, tranne le solite disubbidienze da punire “con la verga”, e devono solo accettare senza fare resistenza le cure e le attenzioni dei loro genitori e di tutti gli altri incaricati della loro educazione… se vivono cioè in una condizione di “dipendenza fiduciosa” nei confronti degli adulti, non possiamo allora imparare proprio da loro ad accettare come va accettato, proprio con “fiduciosa dipendenza”, “il regno di Dio”?

È quello che Gesù suggerisce ai suoi discepoli: “Il regno è un dono gratuito che va accolto con semplicità e riconoscenza. Imparate allora dai bambini, che in questo sono il simbolo di un aspetto fondamentale della fede, a saper ricevere così il regno, e non con la prudenza guardinga tipica di voi adulti”.

Ma in un contesto come quello dell’Israele del suo tempo, il gesto di Gesù di accogliere i bambini e di accompagnare l’accoglienza con le parole che oggi abbiamo ascoltato, è davvero un gesto trasgressivo, che inverte tutti i valori e le gerarchie abituali e scontate: presenta come esempio per gli adulti quei bambini che essi dovrebbero educare e formare! Qui infatti il bambino non è più il semplice destinatario degli ammaestramenti e delle “correzioni con la verga”, ma al contrario è lui che, con la sua stessa persona e con le sue attitudini insegna all’adulto come deve porsi in modo giusto per accogliere “il regno” e per entrarci.

Poi, alle parole Gesù fa seguire i gesti dell’accoglienza: è la bellissima scena (tante volte rappresentata sulle pareti delle nostre Scuole domenicali) che chiude il nostro brano: la stretta affettuosa (“li prese nelle braccia”) e l’imposizione delle mani come segno di benedizione.

Ma non si tratta solo di una bella scena sentimentale. Da una parte, dalla parte di Gesù, il suo contatto fisico coi bambini esprime l’accoglienza senza bisogno di parole, di chi non ha diritto alla parola, ed esprime l’affetto verso chi, appena un attimo prima, era stato rigettato con violenza dai discepoli. Dall’altra parte, dalla parte dei bambini, c’è, nell’accoglienza fiduciosa della benedizione impartita da Gesù, l’accoglienza fiduciosa del “regno” che, davvero, “è per chi assomiglia a loro”.

* * *

Al termine di questa lettura, resta oscura una cosa: Marco non ci ha detto se i discepoli hanno imparato la lezione ricevuta da Gesù e anche da quei bambini che egli ha preso nella braccia.

In realtà la cosa sta così, perché i discepoli oggi siamo noi, e noi cosa abbiamo imparato? Perché qui, rovesciando il rapporto bambino-adulto, Gesù mette in gioco tutto un modo di concepire l’educazione. Non è più a senso unico: dall’adulto che sa, che è responsabile, al bambino che non sa e che deve accettarla supinamente, con tutta la violenza “patriarcale” e spesso anche “matriarcale” che questo comporta.

Formare l’altro (perché un bambino comunque è sempre “un altro”), concepire un progetto su di lui ed imporglielo, dargli un’educazione, è presentato dalla società come una necessità che risponde ai suoi propri bisogni. Rovesciando le cose, Gesù forza i discepoli e la società del suo tempo e di ogni tempo a tener conto del bisogno dell’altro, ed in particolare dell’altro che non ha voce, che non è qualificato, che non dovrebbe avere mai niente da dire sulle cose serie degli adulti. Ma non è forse un’esigenza dell’Evangelo, quella di costruire la vita della società a partire dal più debole?

La violenza, anche quando è inferta con le massime buone intenzioni (e dopo Gesù, un altro ebreo, Freud, ci ha insegnato tanto in questo campo) respinge l’altro, lo marginalizza, lo ferisce. Pensiamo a quel che capita più spesso di quanto non pensiamo nel rapporto del bambino coi suoi genitori, che sembra essere quello dell’amore per eccellenza, e che invece non sfugge neanche lui alla contraddizione dell’alternanza di amore e di violenza: un padre ed una madre amano il proprio figlio come e più di se stessi, eppure a volte consciamente o no, lo respingono come fosse un aggressore, colui che fa irruzione tra di loro e li separa, e li obbliga a “sacrificarsi”, come ancora oggi dicono troppi genitori.

La violenza, ognuno di noi la porta in sé (non solo Freud, ma tutta la Bibbia è chiarissima su questo) e fin da piccolo la obbliga al silenzio in forza della propria educazione morale o religiosa che condanna il male inflitto all’altro.

L’impulso fondamentale di un bambino è far valere su tutto il suo bisogno, il suo desiderio che deve essere soddisfatto al più presto, altrimenti sono urla a non finire… poi l’educazione gli insegna che fa parte di una società, e deve tener conto dell’esistenza e delle esigenze degli altri. Ma malgrado la buona educazione ricevuta, in lui rimane intatto il desiderio di continuare a vivere usando i suoi mezzi: gridare, agitarsi, obbligare comunque con la sua violenza chi gli sta accanto a riconoscere la sue esistenza e quello che lui vuole.

Insomma, amore e violenza, da una parte e dall’altra.

Nel racconto di Marco, questa ambivalenza è presente da un lato nei genitori dei bambini che desiderano il meglio per i loro piccoli e per questo li presentano a Gesù, e dall’altro dal rigetto di quei bambini operato da altri adulti, i discepoli che “sgridano” quei genitori.

A tutti, Gesù propone un’accoglienza, una tenerezza, un progetto di vita, in prossimità e attorno ai più piccoli.

Lo fa – l’abbiamo visto – invertendo il rapporto “grandi/piccoli”: ora sono gli adulti che debbono imparare dai bambini, e così operando una trasgressione, e invitando i suoi discepoli a trasgredire quello che fino a un attimo prima era “il modo giusto” di vedere e di vivere i rapporti nella società.

Ma così minaccia un ordine stabilito, crea le condizioni di un conflitto e provoca uno choc. È un po’ come quando, nel tempio di Gerusalemme, “caccerà coloro che vendevano e compravano” e “rovescerà le tavole dei cambiavalute” (cfr Mc. 11, 15 ss.), e proprio questo gesto provocherà alla fine la sua condanna a morte.

È che, quando l’ordine stabilito è una costrizione nefasta per gli uomini e le donne, la trasgressione può diventare ed è il solo mezzo di liberazione. Ma questo non ci consente di pensare che allora si possa ed anzi sia un bene trasgredire sempre, trasgredire per trasgredire. Questo Gesù non l’ha fatto mai. La sua trasgressione fa ogni volta irrompere un nuovo ordine delle cose.

Nel caso di oggi, accogliendo i bambini e indicandoli come “chiave per il regno”, non mette soltanto in questione il modo tradizionale degli adulti di considerarli i destinatari passivi dell’educazione, ma dicendo quel che dice: “Il regno di Dio è per chi assomiglia a loro. In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto”, rivela che Dio è dalla sua parte ed appoggia il suo gesto. E fa alleanza, non con i discepoli – per il cui comportamento si indigna anche lui – ma con quei genitori che gli hanno presentato i loro figli.

Così, in queste brevi righe l’evangelo squilla come un appello alla libertà, una chiamata a uscire dall’immagine quasi fatale di un’esistenza umana e sociale sempre uguale. No, il Dio di Gesù si mette volentieri dalla parte del trasgressore, quando la trasgressione è motivata. Perché è un Dio che crea novità nei rapporti umani, lui che è all’origine di ogni novità e di ogni filiazione. Un Dio che a volta fa addirittura violenza alla violenza per fare emergere la vita e la libertà.

Di fronte a un Gesù così e a un Dio così, chi mettiamo noi al centro delle nostre attività, dei nostri programmi, delle nostre preoccupazioni? Sappiamo metterci i piccoli, coloro che non contano?

E ancora, il nostro sguardo sa essere quello dei più piccoli? Sa essere cioè uno sguardo aperto, che non giudica l’altro, che non lo condanna, ma riconosce in lui, in lei, un figlio ed una figlia dell’Altissimo?

Gesù invita oggi anche noi a imparare dai bambini, e così a sviluppare la nostra capacità di prendere e di apprendere dall’altro.

Fa questo – abbiamo visto – all’inizio del viaggio che lo porterà alla sua passione e morte. E proprio in questo modo, ci offre come una luce per guardare al suo cammino: non ha scelto Gesù l’ultimo posto nella scala umana, la morte degli schiavi crocifissi?

La croce non la potremo mai comprendere con un ragionamento o con una legge. Come ci dice Paolo (cfr 1 Corinzi 1, 17ss.), c’è lì una novità che fa scandalo per tutti i sostenitori delle legge e per la maggior parte dei saggi e dei filosofi.

Non siamo legalisti, allora, e non facciamo i filosofi, facciamoci bambini: perché, “chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto”.

                                                                                                   Ruggero Marchetti

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