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Un pensiero dalla predicazione su Marco 10, 13-16, tenuta durante il culto di domenica 8 dicembre 2013 alle ore 11.00 in Scala dei Giganti

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

CONCLUSIONE DECENNIO “VINCERE LA VIOLENZA”

Marco non ci ha detto se i discepoli hanno imparato la lezione ricevuta da Gesù. In realtà la cosa sta così, perché i discepoli oggi siamo noi, e noi cosa abbiamo imparato? Perché qui, rovesciando il rapporto bambino-adulto, Gesù mette in gioco tutto un modo di concepire l’educazione. Non è più a senso unico: dall’adulto che sa, al bambino che non sa e che deve accettarla supinamente, con tutta la violenza “patriarcale” che spesso questo comporta.

Formare l’altro (perché un bambino è sempre “un altro”), concepire un progetto, ed imporglielo, dargli un’educazione, è presentato dalla società come una necessità che risponde ai suoi propri bisogni. Rovesciando le cose, Gesù forza i discepoli e la società a tener conto del bisogno dell’altro, ed in particolare dell’altro che non ha voce, che non è qualificato, che non dovrebbe avere mai niente da dire sulle cose serie degli adulti. Ma non è forse un’esigenza dell’Evangelo, quella di costruire la vita della società a partire dal più debole?

La violenza, anche quando è inferta con le massime buone intenzioni, respinge l’altro, lo marginalizza, lo ferisce. Pensiamo a quel che capita più spesso di quanto non pensiamo nel rapporto del bambino coi suoi genitori, che sembra essere quello dell’amore per eccellenza, e che invece non sfugge neanche lui alla contraddizione dell’alternanza di amore e di violenza: un padre ed una madre amano il proprio figlio come e più di se stessi, eppure a volte consciamente o no, lo respingono come fosse un aggressore, colui che fa irruzione tra di loro e li separa, e li obbliga a “sacrificarsi”, come ancora oggi dicono troppi genitori.

La violenza, ognuno di noi la porta in sé (non solo Freud, ma tutta la Bibbia è chiarissima su questo) e fin da piccolo la obbliga al silenzio in forza della propria educazione morale o religiosa che condanna il male inflitto all’altro.

L’impulso fondamentale di un bambino è far valere su tutto il suo bisogno, il suo desiderio che deve essere soddisfatto al più presto, altrimenti sono urla a non finire… poi l’educazione gli insegna che fa parte di una società, e deve tener conto dell’esistenza e delle esigenze degli altri. Ma malgrado la buona educazione ricevuta, in lui rimane intatto il desiderio di continuare a vivere usando i suoi mezzi: gridare, agitarsi, obbligare comunque con la sua violenza chi gli sta accanto a riconoscere la sue esistenza e quello che lui vuole.

Insomma, amore e violenza, da una parte e dall’altra. Nel racconto di Marco, questa ambivalenza è presente da un lato nei genitori dei bambini che desiderano il meglio per i loro piccoli e per questo li presentano a Gesù, e dall’altro dal rigetto di quei bambini operato da altri adulti, i discepoli che “sgridano” quei genitori. A tutti, Gesù propone un’accoglienza, una tenerezza, un progetto di vita, in prossimità e attorno ai più piccoli. Lo fa – l’abbiamo visto – invertendo il rapporto “grandi/piccoli”: ora sono gli adulti che debbono imparare dai bambini, e così operando una trasgressione, e invitando i suoi discepoli a trasgredire quello che fino a un attimo prima era “il modo giusto” di vedere e di vivere i rapporti nella società.

Ma così minaccia un ordine stabilito, crea le condizioni di un conflitto e provoca uno choc. È un po’ come quando, nel tempio di Gerusalemme, “caccerà coloro che vendevano e compravano” e “rovescerà le tavole dei cambiavalute” (cfr Mc. 11, 15 ss.), e proprio questo gesto provocherà alla fine la sua condanna a morte. R. M.

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