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Isaia 49, 14-16a. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto unificato della Vigilia di Natale di martedì 24 dicembre 2013 alle ore 17.30 in Scala dei Giganti

 

Isaia 49 , 14 – 16a

 

 

 

Ma Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonata,

 

il Signore mi ha dimenticata».

 

 

Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta,

 

smettere di aver pietà del frutto delle sue viscere?

 

Anche se le madri dimenticassero,

 

io non dimenticherò te.

 

Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani.

 

 

 

Noi pastori, non solo evangelici ma di tutte le chiese, pensiamo spesso di avere, un po’ come gli scribi del tempo di Gesù, una sorta di “monopolio” sulla Bibbia e, più in generale, sulla teologia. Insomma, tutto quello che si dice di Dio e su Dio, pensiamo sia in qualche modo “cosa nostra”…

 

E allora è una bella lezione di umiltà scoprire che si sono altri, estranei alla teologia ufficiale e anche alle chiese,che riescono ad avere su Dio delle intuizioni profonde e sorprendenti, che ti fanno pensare, e ti ridimensionano.

 

Mi è ricapitato sotto mano il testo di una canzone di Volodia, un cantautore russo morto ormai tanti anni nel 1980… una morte in cui c’entrano molto l’alcol e la morfina. Nel 1999 la Russia gli ha dedicato un francobollo, ma quando morì, ancora in piena Unione Sovietica, siccome non era un artista ligio al potere, la notizia della sua scomparsa venne taciuta dalla stampa. Eppure, nonostante questo, ai suoi funerali a Mosca parteciparono centinaia di migliaia di persone.

 

La canzone a cui accennavo era una della raccolta Il volo di Volodia che, nel 1993, dei cantautori italiani dedicarono al loro collega russo, traducendo e cantando alcuni dei suoi pezzi più noti e più belli.

 

Il testo di questa canzone parla di Dio, o meglio parla a Dio, e lo fa in una maniera del tutto fuori norma, una maniera che ti sorprende e ti fa venire un brivido, come una doccia gelata…

 

Volodia ci presenta uno spaccato dell’umanità sofferente di tutti i tempi e di tutti i paesi… una serie di sconfitti dalla vita che, dopo la loro morte, si presentano davanti a Dio, e dice così – ve ne leggo una strofa:

 

 

Signore, quando da te arriveranno gli ultimi,

 

scordati pure dai crisantemi,

 

arriveranno con passo celere,

 

perché a crepare sono sempre i primi;

 

 

e quando arriveranno gli inutili,

 

tagliando finalmente un traguardo;

 

 

e quando arriveranno i timidi,

 

uccisi da un sorriso o da uno sguardo …

 

 

e quando arriveranno i fradici,

 

vomitando grappe da due lire,

 

e ti offriranno gli ultimi spiccioli

 

per un penultimo bicchiere,

 

 

allora tu, Signore, chiederai pietà,

 

allora tu, Signore, tu chiederai pietà.

 

 

Quest’immagine inattesa e scioccante di Dio che “chiede pietà”!

 

Chiede pietà a chi – per colpa sua, o per colpa di altri, o per colpa della società… alla fine poi nemmeno conta tanto – non ha saputo dare un senso alla sua vita, e così l’ha bruciata, e ha sofferto il suo stesso fallimento… Chiede pietà per questo mondo che è crudele anche se non vuole esserlo, vittima com’è della disattenzione, delle paure, dell’assurdità.

 

Deve chiedere pietà, perché poi, alla fine, questa schiera di falliti… questo mondo sbagliato… lui ha fatto tutto questo…

 

 

Una preghiera un po’ blasfema, questa di Volodia. Sicuramente non da viglia di Natale. E io vi chiedo scusa se vi ho messo in imbarazzo, intristito, forse anche scandalizzato.

 

E però resto convinto che ci sono anche degli scandalo salutari.

 

E resto anche convinto che questa “preghiera blasfema” sia una vera preghiera; il libro di Giobbe, e non solo il libro di Giobbe, tante pagine della Bibbia ci insegnano che fra la bestemmia e la preghiera il confine spesso è labile…

 

Sì, questa è una vera preghiera, colma di un profondo amore per l’umanità, ed in particolare per gli ultimi e le ultime fra gli esseri umani, ma anche colma di un profondo, intenso, quasi disperato amore verso Dio. Bisogna amarlo profondamente, Dio, per pensarlo così piccolo e così grande da saper chiedere pietà agli “ultimi” che arrivano davanti a lui…

 

 

Chi ha scritto queste righe ha saputo dare voce ad un moto dell’anima e del cuoreun’anima ed un cuore che in maniera sofferta ed insieme profonda si ribellano al Dio scontato a cui subito pensa chi a Dio non sa e non vuole pensare veramente., e vanno alla ricerca di un Dio che sia diverso, perché non sanno che farsene della divinità beata e infallibile, e per questo alla fine anche impassibile, di tanto cristianesimo, sognano invece un Dio capace di soffrire e compatire, un Dio che sa cos’è il dolore umano al punto di sentirsene responsabile e di chiederne perdono.

 

 

L’unica osservazione che mi sento di muovere a Volodia è sul tempo di chiedere pietà da parte di Dio. Non mi sembra giusto, infatti, parlare al futuro di Dio che “chiederai pietà”, perché Dio già l’ha fatto, già “ha chiesto pietà” agli “ultimi”, agli “inutili”, ai “timidi”, ai “fradici” e a tutti quanti gli altri delle altre strofe della canzone, e a tutti quanti gli altri e le altre sconfitti dalla vita.

 

E ha fatto questo – e qui arriviamo al senso di quello che abbiamo fatto e stiamo facendo oggi in questa chiesa – facendosi essere umano come noi – una creatura “di carne e di sangue”, fragile e sofferente come noi.

 

In Gesù che nasce a Betlemme contempliamo la richiesta di pietà che Dio rivolge a tutti.

 

 

C’è una parola, nella seconda parte del libro di Isaia, che mi sembra esprima tutto questo. Ve la leggo:

 

 

Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonata,

 

il Signore mi ha dimenticata».

 

Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta,

 

smettere di aver pietà del frutto delle sue viscere?

 

Anche se le madri dimenticassero,

 

io non dimenticherò te.

 

Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani”.

 

(Isaia 49, 14-16a)

 

 

Al di là dell’inattesa immagine di un Dio materno, un Dio al femminile, anche queste sono parole sorprendenti e quasi scioccanti. Il profeta mette qui davanti a noi un Dio che “chiede pietà” a chi sente “abbandonato”, “dimenticato” da lui.

 

E così, chinandosi su quei cuori che non riescono più a sperare, offre loro in dono la speranza.

 

E la speranza è la sua presenza, la sua “compassione”: “Non pensare mai che io ti abbia abbandonato, non pensare che possa essermi dimenticato di te. Io sono qui, accanto a te, e ti circondo, ti tengo nelle braccia come una mamma tiene in braccio il suo bambino… Tu ti senti, e sei, piccolo, fragile, scosso dai tuoi dolori e dalle tue paure come una foglia al vento. Ma io… io sono qui. E col mio essere qui ti chiedo perdono di tutto il tuo soffrire, e faccio mia la tua sofferenza. E allora possiamo ripartire, insieme io e te. Possiamo andare avanti incontro al tuo e al mio futuro”.

 

 

Ecco. Siamo al cospetto di un Dio che ci spalanca il cuore, per riversare il suo amore nel nostro cuore.

 

Certo, quanto le avversità, i nemici, il male che abbiamo fuori e dentro trionfano su di noi e Dio rimane silenzioso, non interviene e non si fa sentire, ci sembra un Dio insensibile o impotente.

 

Ma forse, se non parla quando noi soffriamo, è perché il dolore che sente per noi gli serra la gola e gli impedisce di parlare. O, forse, Dio non parla, semplicemente perché ha già parlato una volta per tutte. E la parola con cui ci ha chiesto perdono e ci ha insieme donato il suo perdono, è Gesù.

 

È questo bambino che, fin dalla nascita, appartiene agli “ultimi”: “Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò e lo coricò in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”.

 

E quando poi il bambino è diventato uomo, ci portato tutti, “incisi nelle palme delle sue mani”, e se le è fatte squarciare dai chiodi, quelle mani, per dimostrarci quanto siamo importanti per lui…

 

 

Ecco allora come possiamo e come dobbiamo guardare a Gesù che nasce in questo Natale di crisi: è Dio che viene e ci “chiede pietà”.

 

E ci dà la forza di cominciare finalmente a “chiederci pietà” a vicenda, per tutto il male che ci infliggiamo gli uni gli altri, per egoismo, per insensibilità, per incapacità, diffidenza e paura…

 

 

E se ci domandiamo com’è possibile tutto questo… perché Dio è arrivato sino a farsi carne per noi, non c’è risposta.

 

Così come non c’è risposta al problema terribile del male e della sofferenza che il testo di quella canzone ha sollevato e posto al cospetto di Dio.

 

C’è solo una presenza: la sua presenza colma di compassione, colma di tenerezza.

 

 

Sì, c’è la presenza di Dio, e c’è la sua Parola, la grande parola d’amore proclamata anch’essa dal Secondo Isaia in un’altra sua pagina, e che ha trovato in Gesù il suo pieno, sbalorditivo compimento: “Io sono il Signore, il tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo Salvatore …perché tu sei prezioso ai miei occhi, hai valore, e io ti amo” (cfr Isaia 43, 3. 4).

 

                                                                                                Ruggero Marchetti

 

 

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