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Un pensiero dalla predicazione su Filippesi 2, 6-11, tenuta durante il culto unificato di Natale di mercoledì 25 dicembre 2013 alle ore 10.30, in San Silvestro – Cristo Salvatore

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

Lo stupore, e la riconoscenza, l’entusiasmo che ricolma quest’inno che Paolo ci ha trasmesso: “Cristo Gesù, il quale era in condizione di Dio… annientò se stesso…divenendo simile agli uomini”.

 C’è qui davvero tanta meraviglia. C’è la sorpresa di chi è alle prese con l’impossibile, e pensa di sognare e poi si rende conto che… no… non sta sognando e invece sta contemplando la realtà. E si rende anche conto che tutto questo è accaduto ed accade per lui. Che se Dio in Gesù “ha annientato se stesso”, l’ha fatto per me! Perché mi ama. Ama me, proprio me!

 Ma allora, se mi sento insignificante, ora so che non è così. Perché so che per lui, per il mio Dio, io sono importante, so che lui tiene a me al punto che s’è svuotato di se stesso per farsi come me, per dare senso, redenzione, gioia alla mia vita! Allora, se mi sento povero e miserabile, so che non è così. Io adesso sono ricco, sono un vero nababbo, perché Dio adesso è mio… adesso mi appartiene come io appartengo a lui. E se mi senso solo e abbandonato, in quel bambino Dio mi si è fatto vicino, s’è fatto mio fratello, il mio compagno di strada che non mi lascia più, qualsiasi cosa accada…

 E lo stupore a questo punto si fa gioia, si fa entusiasmo ed inno.

Perché poi, non soltanto, nel bambino di Bethleem, Dio s’è fatto “simile agli uomini”, ha cioè condiviso la nostra condizione, ma ha poi portato questa condivisione fino al suo compimento. E così la parabola della storia dell’uomo Gesù di Nazareth, iniziata sul legno della mangiatoia si chiuderà su un legno ben diverso: “Umiliò se stesso, essendo divenuto obbediente sino alla morte, e alla morte di croce”.

 Gesù è nato per morire, come tutti noi. E morirà su un patibolo, della morte dei malfattori. Ma proprio perché in lui è Dio che s’è reso presente in mezzo a noi, la morte non ha potuto trattenerlo nelle sue grinfie. Gesù è stato strappato via da quegli artigli e la potenza della divinità ha annientato colei che lo annientava. Ha sconfitto, una volta per tutte, il male, il peccato e la morte. Sì, “Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha fatto grazia del nome che è al disopra di ogni nome”, e adesso davanti a lui è necessario e giusto che “si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e negli abissi, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre”.

C’è qui davvero come un santo entusiasmo, una gioia esplosiva e contagiosa. Quei poveri, sparuti primissimi cristiani, sovente emarginati, a volte perseguitati, confessano Gesù come l’unico “Signore” (lui, e non il Cesare di Roma!) davanti al quale ci si deve inchinare, e chiamano l’universo a unirsi a loro. Ogni realtà che ha vita deve adesso prostrarsi e celebrare colui che “essendo uguale a Dio”, è nato, è morto, è risorto per tutti.

Davvero questo è l’inno della gioia cristiano. La gioia dirompente di chi ha scoperto in Gesù la grande offerta di vivere finalmente da uomo e donna liberi.

                                                                                                                                          R. M.

 

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