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Un pensiero dalla predicazione su Isaia 49-16a, tenuta durante il culto unificato della Vigilia di Natale di martedì 24 dicembre 2013 alle ore 17.30, in Scala dei Giganti

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticata». Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta, smettere di aver pietà del frutto delle sue viscere? Anche se le madri dimenticassero, io non dimenticherò te. Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani” (Isaia 49, 14-16a).

Al di là dell’inattesa immagine di un Dio materno, un Dio al femminile, anche queste sono parole sorprendenti e quasi scioccanti. Il profeta mette qui davanti a noi un Dio che “chiede pietà” a chi sente “abbandonato”, “dimenticato” da lui. E così, chinandosi su quei cuori che non riescono più a sperare, offre loro in dono la speranza.

E la speranza è la sua presenza, la sua “compassione”: “Non pensare mai che io ti abbia abbandonato, non pensare che possa essermi dimenticato di te. Io sono qui, accanto a te, e ti circondo, ti tengo nelle braccia come una mamma tiene in braccio il suo bambino. Tu ti senti, e sei, piccolo, fragile, scosso dai tuoi dolori e dalle tue paure come una foglia al vento. Ma io sono qui. E col mio essere qui ti chiedo perdono di tutto il tuo soffrire, e faccio mia la tua sofferenza. E allora possiamo ripartire, insieme io e te. Possiamo andare avanti incontro al tuo e al mio futuro”.

Siamo al cospetto di un Dio che ci spalanca il cuore, per riversare il suo amore nel nostro cuore.

Certo, quanto le avversità, i nemici, il male che abbiamo fuori e dentro trionfano su di noi e Dio rimane silenzioso, non interviene e non si fa sentire, ci sembra un Dio insensibile o impotente. Ma forse, se non parla quando noi soffriamo, è perché il dolore che sente per noi gli serra la gola e gli impedisce di parlare. O, forse, Dio non parla, semplicemente perché ha già parlato una volta per tutte. E la parola con cui ci ha chiesto perdono e ci ha insieme donato il suo perdono, è Gesù.

È questo bambino che, fin dalla nascita, appartiene agli “ultimi”: “Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò e lo coricò in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”.

Quest’uomo che ci porta, tutti, “incisi nelle palme delle sue mani”, e che se le farà squarciare dai chiodi, quelle mani, per dimostrarci quanto siamo importanti per lui…

Ecco allora come possiamo e come dobbiamo guardare a Gesù che nasce in questo Natale di crisi: è Dio che viene e ci “chiede pietà”. E ci dà la forza di cominciare finalmente a “chiederci pietà” a vicenda, per tutto il male che ci infliggiamo gli uni gli altri, per egoismo, per insensibilità, per incapacità, diffidenza e paura…

E se ci domandiamo com’è possibile tutto questo, perché Dio è arrivato sino a farsi carne per noi, non c’è risposta.

Così come non c’è risposta al problema terribile del male e della sofferenza che il testo di quella canzone ha sollevato e posto al cospetto di Dio. C’è solo una presenza: la sua presenza colma di compassione, colma di tenerezza.

                                                                                                                         R.M.

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