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Luca 6, 20-26. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 29 dicembre 2013 alle ore 19.30 in San Silvestro – Cristo Salvatore

 

Luca 6 , 20 – 26

Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:

“Beati voi che siete poveri,

perché il regno di Dio è vostro.

Beati voi che ora avete fame,

perché sarete saziati.

Beati voi che ora piangete,

perché riderete.

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno, e quando vi scacceranno da loro, e vi insulteranno e metteranno al bando il vostro nome come malvagio, a motivo del Figlio dell’uomo.

Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia, perché, ecco, il vostro premio è grande nei cieli; perché i padri loro facevano lo stesso ai profeti.

Ma guai a voi, ricchi,

perché avete già la vostra consolazione.

Guai a voi che ora siete sazi,

perché avrete fame.

Guai a voi che ora ridete,

perché sarete afflitti e piangerete.

Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi, perché i padri loro

facevano lo stesso con i falsi profeti.

L’evangelo del Natale in Luca 2 ci ha narrato così il momento della nascita di Gesù: “Mentre erano là (a Bethleem)si compì per lei (per Maria) il tempo del parto; ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò e lo coricò in una mangiatoia, perché non c’è era posto per loro nell’albergo” (Lc 2, 6-7).

Una cosa che – se ci fai caso – ti colpisce, è che qui Gesù, che pure è il protagonista della storia, non è mai soggetto ma solo oggetto delle varie azioni: è Maria che prima “lo dà alla luce”, poi “lo fascia”, e infine “lo corica in una mangiatoia”. Colpisce, ma poi, a pensarci un po’, cosa c’è di più normale del fatto che un neonato non agisca lui, ma sia l’oggetto dell’azione continua, premurosa, attenta di sua madre?

Comunque, c’è qui un Gesù completamente dipendente. E allora, ricordando il testo della predicazione natalizia di quest’anno di Filippesi 2, 6-11, potremmo anche dire così: Gesù, da “uguale a Dio”, s’è talmente “annientato ed umiliato” da essersi fatto non soltanto “uomo”, ma “neonato”, cioè la creatura meno autonoma che ci sia. Lui che, secondo il Prologo di Giovanni, è “la Parola”, “il Verbo”, “per mezzo del quale ogni cosa è stata fatta, e senza il quale neppure una delle cose fatte è stata fatta” (cfr Gv 1,3) s’è messo nella condizione di non poter far nulla, e invece solo di accettare che altri facciano per lui quel che lui non può fare.

È la condizione del massimo limite. Una condizione che nessuno di noi ama.

Perché, chi ama sentirsi dipendente? Chi ama sbattere contro i propri limiti e sentirsi vulnerabile, fragile, bisognoso d’aiuto perché non sufficiente a se stesso ed ai propri bisogni?

Pensiamo ad un bambino, quando si vede escluso dai discorsi e dalle azioni dei grandi, e deve accontentarsi di ammirarli e di invidiarli; pensiamo a un giovane, che scopre la complessità del mondo, e si chiede angosciato se troverà un posto nella società; pensiamo ad un adulto che arriva ai quaranta anni, e si rende conto che non potrà realizzare tutte le sue ambizioni e che le ferite della vita lasciano delle tracce che difficilmente si cancelleranno; e pensiamo agli anziani che vedono le forze e la memoria declinare, e sentono la fine avvicinarsi…

Sì, chi ama scoprire le sue dipendenze?

Quando una malattia mi inchioda al letto; quando un incidente o un accidente attenta alla mia salute, al mio morale, al mio lavoro, alle mie relazioni; o quando la fatica si fa troppo grande per me e non riesco più a fare quello che ho sempre fatto, e mi vedo obbligato a passare la mano a qualcun altro, chi ama provare tutto questo?

Certamente, nessuno.

Dio, lui, sa due cose. Che noi siamo tutti quanti molto fragili, e che facciamo di tutto per non farlo vedere.

Sì, siamo molto fragili, e Dio lo sa bene. Lo sa perché non ci ha creato come degli dèi che nessuno può ferire, ma come delle creature ricavate dalla terra e attraversate da un soffio di vita semplice e misterioso, uomini e donne fatti di carne e sangue, la cui esistenza può essere ferita, umiliata, ridotta, frantumata. È così: la nostra vita può essere guastata e danneggiata, sottomessa com’è alle costrizioni del tempo, dello spazio, agli imprevisti che possono capitare ogni momento…

Siamo magnifici (la vita è una gran cosa, e l’essere umano è la vita al massimo livello), ma anche vulnerabili… “macchine” delicatissime e friabili… e non duriamo che un tempo sulla terra e poi scompariamo. E guardare la nostra morte in faccia, certo ci fa paura, come pensare a quella dei nostri cari. E allora, che ne siamo consapevoli oppure no, passiamo tanto del nostro tempo e impegniamo tante delle nostre energie a nascondere la morte, a mascherarla, a fare come se tutto fosse sempre tutto al massimo, a cercare di avere ogni istante tutto sotto controllo, per non lasciar vedere a nessuno, e anzitutto a noi stessi, le nostre fragilità…

Siamo diventati tutti maestri e maestre nell’arte di andare oltre le nostre reali condizioni.

Cominciamo già da prima della scuola a inventarci dei super-poteri per sconfiggere i nostri compagni e i grandi che ci ci fanno arrabbiare, o una super-bellezza che supera quella di tutte le altre bambine: insomma ci sogniamo super-eroi e super-star per essere migliori di tutti e immuni da ogni pericolo.

E questo gioco continua per tutta la vita, e non solo a livello individuale, ma a livello collettivo, di popoli e di stati: edifichiamo degli imperi a colpi di arsenali e di armamenti sempre più distruttivi; ricerchiamo il potere che ci danno le tecnologie sempre più raffinate e performanti, siamo lanciati alla conquista del genoma umano, delle micro-pulci informatiche dell’infinitamente piccolo, così come dell’infinità dello spazio, delle galassie, dell’universo… Sembra non ci sia limite a quello che possiamo scoprire, concepire, realizzare!

E c’è il denaro, in passato e anche oggi il “nerbo delle guerre” di qualsiasi tipo, un potere diventato fantastico, che sembra dominare il nostro pianeta e le nostre relazioni, ed estendere ovunque i suoi tentacoli come forse mai prima… Cos’è che non si può comprare e possedere quando si ha del denaro?

Intendiamoci, non voglio denigrare i formidabili progressi generati dalle nostre ricerche, dalle nostre ambizioni, anche dalla nostra società globalizzata in cui una scoperta fatta in un singolo ambito diventa subito patrimonio di tutti. Tutto questo è il prodotto e anche il segno della nostra grandezza, e non avrebbe senso proclamare che si stava meglio all’età della pietra o anche soltanto nell’epoca dei nostri nonni…

Ciò che è inquietante è quel che si nasconde dietro alle nostre conquiste: il desiderio di diventare invincibili, invulnerabili e, perché no?, immortali (non è forse questo il sogno nascosto dietro a tante ricerche e manipolazioni dei nostri geni e del nostro DNA?), come se fosse possibile per noi arrivare ad un giorno in cui non ci sia più nulla di cui avere paura, né nulla da soffrire, né nulla per cui stare in guardia, perché rischi e pericoli non ci saranno più… non ci sarà più niente che ci farà sentire piccoli, impauriti, impotenti…

Non c’è dietro a tutto questo un orgoglio smisurato, per giunta destinato a ulteriori cocenti illusioni, dopo il crollo dei sogni di felicità universale nel nome del progresso, o delle ideologie, o anche soltanto nel nome dell’ateismo, per cui l’uomo, liberato dalla schiavitù di Dio, avrebbe finalmente fatto Dio se stesso, e così avrebbe conseguita la beatitudine che da sempre è legata alla condizione divina?

Dio, quello vero, sa ancora una cosa su di noi. Sa che in questo sistema del “sempre più in alto e più forte e più veloce”, i deboli sono schiacciati, inevitabilmente. Non hanno più lo spazio né il diritto all’esistenza.

Gli “ultimi della classe”, i ritardatari, i “non formati e non uniformati al modello vincente”, non hanno alcuna chance di rimanere in corsa, e quando non ce la fanno più e si accasciano a terra, vengono segnalati a dito: fanno vergogna, sono solo nullità, e per giunta costano caro a tutti quanti gli altri, quelli “in gamba”… sono degli errori del sistema. E prima o poi, gli errori si cancellano…

Questo per Dio è grave, è molto grave: è la strada a rovescio, il contrario della sua volontà, il contrario di tutte le leggi di vita e per la vita che egli ci ha insegnato. Ed è proprio così: eliminare gli ultimi e ricompensare solo i primi, è il contrario del regno di Dio…

* * *

Io so una cosa, e stamattina la voglio condividere con voi: so che Dio è un poeta.

Sì, per nostra fortuna, Dio è un poeta, e non un condottiero pronto a farci la guerra per darci una lezione, come a dei sudditi insubordinati e ribelli.

Dio non viene a domarci! In lui non c’è violenza, né quell’amara ironia che ti ferisce e umilia. No, Dio è un poeta, e oggi viene a cantare il canto della nostra fragilità…

Di più. Dio è diventato canto. Ha preso corpo e voce nel seno di Maria e s’è fatto uno di noi. S’è fatto vulnerabile e impotente… dipendente come noi.

È quello che ricordiamo in questi giorni: Dio, l’Onnipotente e l’Infinito, è diventato un neonato. E quel neonato ha portato il suo canto sulla terra. Prima nel suo stesso corpicino e poi, quando è cresciuto e è diventato un uomo, nella sua voce, nelle sue parole.

Proprio così: Gesù è cresciuto, è diventato un grande profeta, che non aveva armi, né denaro, e nemmeno una chiesa per convincere. Ha camminato, parlato, guarito. Ha incontrato ed amato uomini e donne di ogni condizione, e ha innalzato per tutti un canto disarmato ma possente che si leva e tiene testa ad ogni inno e rumore di guerra.

È il “canto delle beatitudini”, che abbiamo già ascoltato e che vi ripropongo in una versione particolare che viene a noi dall’America del Sud:

Vi hanno detto che i poveri subiscono la loro povertà

come espiazione delle colpe che hanno commesso

o loro o i padri dei loro padri.

Ma io vi dico:

Beati voi, o poveri,

perché il regno dei cieli è vostro.

Vi hanno detto che le ricchezze sono un beneficio

ricevuto dall’alto, un dono meritato, che ricompensa

colui che si dà da fare.

Ma io vi dico:

Guai a voi, o ricchi,

perché avete ora la vostra consolazione.

Vi hanno detto che le lacrime sono la difesa dei vili

e che la tristezza è il rifugio di coloro che si arrendono.

Ma io vi dico:

Beati coloro che piangono,

perché saranno consolati.

Vi hanno detto che il riso è il segreto della felicità,

il linguaggio del successo.

Ma io vi dico:

Guai a voi che ora ridete,

perché vi lamenterete e piangerete.

Vi hanno detto che la terra si conquista

con l’ambizione e con la spada.

Ma io vi dico:

Beati i mansueti,

perché possederanno la terra.

Vi hanno detto che la fame è la conseguenza

della pigrizia e della negligenza.

Ma io vi dico:

Beati voi che avete fame,

perché sarete saziati.

Vi hanno detto che la sazietà è il coronamento

dell’abbondanza e che i banchetti sono la festa dello splendore.

Ma io di dico:

Guai a voi che ora siete sazi,

perché avrete fame.

Vi hanno detto che la vendetta è obbligatoria,

ed è una questione di onore per chi è stato offeso.

Ma io vi dico:

Beati i misericordiosi,

perché a loro misericordia sarà fatta.

Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

Beati i costruttori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati coloro che sono perseguitati per la giustizia,

perché il regno dei cieli, è loro.

* * *

Ancora una volta: nessuno ama sentirsi vulnerabile…

Ma la vera forza non consiste nel non subire mai sconfitte e fallimenti nel corso della vita, bensì nel riuscire ad essere più vicini a Dio e agli altri e alle altre, e più vicini a noi stessi… a quello che noi siamo veramente, e così crescere nella verità.

E se Dio sceglie i deboli – ce lo ricorda in questi giorni il cantico di Maria: “… ha deposto i potenti dai troni e ha innalzato gli umili; ha colmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Luca 1, 52-53) – è per confondere l’arroganza dei forti e ricondurli con i piedi per terra, ricondurli cioè al loro dovere di esseri umani che è quello di proteggere la vita in tutte le sue forme e di non abusare mai della loro posizione per approfittare degli altri e delle altre, di non strappare mai la dignità all’esistenza di qualcuno per il loro profitto.

Ecco allora: per oltrepassare le barriere più solide e più dure, Dio canta. Canta per arrivare nelle profondità dei cuori umani. Canta e si fa poeta per risvegliare la nostra fragilità.

Non che ci voglia deboli, impauriti… No, vuole restituirci alla nostra verità che è fatta di forza e di debolezza, di bellezza e bruttezza, di riuscite e sconfitte, di bontà e di violenza, di vita e di morte. E così viene a cantare col suo Spirito divino delle parole insieme ardenti e dolci, per liberarci dalla nostra mania di grandezza che causa molta, troppa infelicità.

Davvero, beati quelli che accettano la loro debolezza, perché non schiacceranno mai nessuno!

E allora andiamo avanti, con Gesù che è venuto per essere il canto di Dio per noi! E impariamo a lasciare gli altri e anche noi stessi liberi di inciampare, perché nella vita questo capita… e di ricominciare, aiutandoci a vicenda quando occorra. La giustizia e l’equità cresceranno sotto i nostri passi!

Sì, beati i fragili, i feriti dalla vita: in Gesù, Dio è venuto a cantare il loro canto per la felicità di tutti e tutte.

                                                                                                           Ruggero Marchetti

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