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Giovanni 3, 1-17. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto unificato di domenica 2 febbraio 2014 alle ore 10.30 in San Silvestro – Cristo Salvatore

 

Giovanni 3 , 1 – 17

 

 

C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei.

 

Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui».

 

Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio».

 

 

Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?».

 

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

 

 

Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?».

 

Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo.

 

 

E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

 

Quand’ero più giovane, no, ma adesso, se c’è nei vangeli un personaggio nel quale mi identifico, è Nicodemo.

 

È una questione d’età… Nicodemo non era un giovanotto, e allora solo chi non è più un giovanotto si può immedesimare in lui. Ma è anche questione di quel che sono, di quello che faccio: Nicodemo è un “maestro” del suo popolo, e insegnare, spiegare, predicare fa parte dei miei compiti… e poi Nicodemo è un “capo dei Giudei” e io sono un ministro della chiesa, bene o male faccio parte della sua classe dirigente…

 

E poi ancora e soprattutto, come per Nicodemo così anche per me valgono le parole che gli dice Gesù, proprio quando gli riconosce il suo ruolo di maestro: “Tu sei il maestro in Israele e non conosci queste cose?”, anche io “non conosco tante cose” … anch’io ho tanti interrogativi su Gesù…

 

 

E allora vorrei tanto poter fare quello che ha fatto Nicodemo: avere in incontro con Gesù, in cui sia lì solo con me e tutto per me…

 

Molti dicono che Nicodemo sia andato da Gesù “di notte”, perché, proprio perché era un fariseo importante, si vergognava di far vedere agli altri farisei importanti come lui che frequentava quel giovane rabbì galileo senza studi né lauree. Io penso invece che abbia scelto la notte come orario di visita per non correre il rischio di doversi accalcare in mezzo a pescatori, malati, prostitute, né di doversi arrampicare su qualche albero, come Zaccheo. Sì, Nicodemo voleva un incontro “a quattrocchi”, lui e Gesù. Un dialogo tranquillo senza folle e senza fretta, per capire bene che tipo è quel maestro e cosa insegna di così particolare, e da dove ha il potere di compiere quei “segni”, di fare quei miracoli che fa…

 

 

E ottiene quel che vuole: ha il suo incontro “a quattrocchi” con Gesù. Ma di quest’incontro tutto si può dire, meno che sia stato un dialogo “tranquillo”.

 

S’è presentato a Gesù con tutta la dovuta cortesia, e forse anche di più: l’ha salutato chiamandolo “rabbì”, e così ha in qualche modo rovesciato i loro ruoli, perché dei due, in Israele, il maestro riconosciuto da tutti per studi, età, prestigio personale, era lui, Nicodemo, e non Gesù. E non soltanto questo, ha addirittura aggiunto, Nicodemo:“Noi sappiamo che tu sei venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui”.

 

Insomma, avrebbe tutto il diritto di aspettarsi da quel giovane maestro un’accoglienza altrettanto cordiale e anche riconoscente, perché non è certo piccolo l’onore che gli ha fatto, e invece la risposta che riceve è raggelante: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio”: “Se il tuo chiamarmi maestro non è solo una formula di cortesia, ma vuoi davvero che io lo sia per te, devi gettare via il tuo prestigio e la tua sapienza. Devi accettare di veder ridotta a niente tutto quello che hai fatto sino ad oggi. Perché devi rinascere. Sì, tu devi rientrare un’altra volta nel grembo di tua madre e uscirne fuori, e respirare per la prima volta, e fare il primo pianto, e aprire gli occhi per la prima volta alla luce del giorno… Insomma, per stare insieme a me, per essere con me, devi prima accettare di essere quasi niente!”

 

 

Questo è quel che Gesù chiede, e anzi esige, da Nicodemo.

 

E allora la sua meraviglia non può certo farci meraviglia; allora, la sua domanda sbalordita è la nostra domanda: “Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere? Come possono avvenire queste cose?”.

 

E ecco, ancora una volta, così solenne e chiara da suonare quasi spietata, la risposta di Gesù: “Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?”: “Devi davvero cambiare la tua testa, mio caro Nicodemo. E è per questo che devi ritornare neonato. Perché solo così, senza le conoscenze che hai accumulato in tutti questi anni e che ti rendono sicuro di conoscere il mondo e il suo funzionamento, quello che può accadere e quello che è impossibile, solo se fai tabula rasa” codi tutto quel che sei e di quel che sai, potrai intuire che Dio è davvero capace di tutto, anche di rendere possibile quello che noi pensiamo sia impossibile. C’è la terra e c’è il cielo, e in terra come in cielo Dio agisce con sovrana libertà, con tutta l’onnipotenza del suo amore. Ed io questo lo so, perché io vengo da Dio, e di questo ti parlo, su questo ti ammaestro, se tu vorrai ascoltarmi”.

 

 

A questo punto ci rendiamo conto, io per primo e anche voi, che è inutile sognare di essere Nicodemo: già lo siamo, perché questo di Nicodemo è anche il nostro colloquio con Gesù.

 

E solo se anche noi siamo passati attraverso l’imbarazzo di questo dialogo, soltanto se anche noi siamo stati colpiti dalle parole di questo sconcertante “rabbì” che ripete anche a noi: “Voi siete consapevoli d’essere e di contare qualcosa, di avere una vostra religiosità e una vostra sapienza ed un vostro buon senso, ebbene, anche voi dovete accettare di “nascere di nuovo”, perché solo così potete diventare miei discepoli, solo così potrete vedere il regno di Dio”!

 

 

Mosè, sul monte Oreb fu obbligato da Dio a togliersi i calzari, perché davanti a lui l’uomo deve stare a contatto diretto col terreno, per ricordarsi anche fisicamente che non è altro che terra, e in questo modo non insuperbirsi davanti al suo Creatore (cfr Esodo 3, 1 ss.). Davanti a Gesù togliersi i calzari non è più sufficiente. Noi dobbiamo spogliarci di noi stessi, delle nostre certezze culturali e religiose. Dobbiamo rimanere nudi, e più che nudi: quasi non ancora nati! Questo Gesù esige da Nicodemo; questo esige da ciascuno di noi.

 

 

* * *

 

Nicodemo allora è uno di noi. E però è anche tanto diverso da noi. E forse questa differenza ci avvantaggia nel provare a rispondere all’esigenza di Gesù.

 

Nicodemo era un fariseo dei primo secolo, reso saldo e sicuro nella sua vita e nelle sue decisioni dalla sapienza e dalle tradizioni che gli venivano dal suo popolo Israele; noi, uomini e donne del ventunesimo secolo, la sicurezza e la stabilità di Nicodemo non le abbiamo più; infinitamente più di lui, noi ci rendiamo conto di cosa voglia dire vivere in una condizione di “spogliamento”, di mancanza di punti fermi, di certezze degne di questo nome…

 

 

Torniamo all’immagine della “nascita”. Oggi noi sappiamo che già il modo in cui nasciamo fa di noi le creature insieme più grandi e più fragili rispetto a tutte le altre di nostra conoscenza.

 

Perché il parto… ve lo siete mai chiesto?… è un evento sempre molto delicato, sempre rischioso per la madre e per il figlio, e comunque sicuramente più delicato e più rischioso del parto degli animali? Perché quello che per tutti gli altri esseri viventi è un fatto naturale, per noi diventa quasi una patologia, e non a caso si partorisce quasi sempre all’ospedale?

 

E non soltanto questo. Perché il neonato dell’uomo è la più fragile e indifesa, e la più dipendente di tutte le creature? Perché non inizia da subito, ad esempio, a provare a tenersi ritto in piedi, a fare i primi passi, come fanno tutti gli altri cuccioli, ma impiega quasi un anno e anche di più?

 

Perché in realtà noi nasciamo tutti quanti “prematuri”, prima del tempo che sarebbe giusto. E questo perché il bambino ha un cervello, e perciò una testa, troppo grande perché possa aspettare per nascere, come invece dovrebbe, ben oltre i nove mesi. E allora la natura ci fa nascere quando ancora in qualche modo è troppo presto, perché altrimenti non passeremmo più per il bacino di nostra madre. Insomma, nasciamo a rischio, perché nasciamo prima del dovuto a causa del nostro cervello “ipersviluppato”, che è la sede di quell’intelligenza che ci fa (nonostante quel gli animalisti pensano e dicono) superiori ad ogni altro essere vivente…

 

Insomma, è proprio come si diceva prima: siamo grandi e siamo fragili, e questo dall’inizio…

 

 

E tutta la nostra esistenza la viviamo nel segno di questa grandezza e di questa fragilità che si uniscono insieme a fare la nostra incompiutezza. Un animale, ogni animale, “è”. Vive il presente guidato dall’istinto che gli dice ogni volta quello che deve fare. L’essere umano, non “è” allo stesso modo dell’animale: l’uomo “diventa”. Per tutta la sua vita è un progetto in divenire… potremmo anche dire: un cantiere in costruzione. E quel che costruisce è se stesso. Io non nasco con la mia identità già bella e fatta, ma mi costruisco continuamente il mio io dal primo all’ultimo giorno della mia vita. E in questo modo, chi sono veramente, io non lo saprò mai. Lo sapranno poi gli altri; lo saprà chi, alla fine del mio esistere, traccerà il bilancio di quella che è stata la mia storia.

 

Per rimanere al paragone di un minuto fa, la grande differenza fra l’uomo e l’animale si gioca proprio qui: l’uomo ha una storia, e anzi “è” una storia, e l’animale no. O, con altre parole: l’animale è sempre alle prese col presente; noi viviamo in sospeso fra passato e futuro, condizionati dalle scelte fatte e sempre obbligati a nuove scelte, a nuove decisioni per il nostro avvenire, quello immediato o quello più lontano. E così, siamo “inquieti”. É la nostra grandezza, perché decidere è la nostra libertà, ed è anche la nostra miseria, dal momento che la terra ci sfugge sempre da sotto i piedi: il tempo per noi non si ferma mai, e noi non possiamo fermarci mai: gustiamo una gioia, un momento felice, e mentre lo gustiamo già sappiamo che, proprio perché è un momento, passerà, e fatalmente lo rimpiangeremo.

 

Esseri in divenire”: siamo questo. Pensiero, volontà, azione sempre stimolati ed obbligati a agire, a scegliere tra le possibilità che le situazioni ci presentano, con tutti i rischi e tutti gli abbandoni che scegliere comporta. Non è un caso se la parola “decisione” significa “taglio”: quando scelgo una cosa, ne taglio via delle altre. Fino a un momento prima avrei potuto scegliere anche un’altra cosa; ho deciso e ho eliminato per me la possibilità di quell’altra scelta…

 

 

E poi, a complicare ulteriormente il quadro, se pensiamo di poter fare ogni volta liberamente le nostre scelte, ci illudiamo di brutto!

 

Perché, anche se il nostro cervello è così grosso che ci obbliga a nascere prima, noi non siamo affatto solo il nostro cervello. A partire da Freud, la psicanalisi ci ha fatto intravedere il tanto buio che ci portiamo dentro, le pulsioni e le spinte irrazionali che si agitano in noi, e condizionano e limitano e sovente anche annullano la nostra libertà di decisione: sono i nostri entusiasmi incontrollati e le nostre depressioni, ed i nostri complessi, le nostre fantasie alle volte malsane e i nostri traumi e tic…

 

 

A differenza non soltanto di Nicodemo, ma anche dei nostri nonni e delle nostre nonne, noi oggi conosciamo almeno un po’ di queste forze che costituiscono la nostra profondità, e in generale non è un bel conoscere: c’è tanta confusione e tanta oscurità…

 

Ma proprio perché, come “nuovi Adami” e “nuove Eve”, noi “ci accorgiamo di essere nudi”, conosciamo la nostra condizione di esseri tanto grandi e tanto fragili e così spesso infelici, rispetto a Nicodemo rivestito delle sue sicurezze ci è più facile cogliere la promessa presente nelle parole che Gesù gli ha rivolto, e che l’hanno così sconcertato.

 

 

Era andato “di notte” da Gesù. E fuori della casa in cui si stavano incontrando si sentiva il sibilo del vento che soffiava dal sud portando il sapore e gli odori del deserto. E Gesù, come al solito grande nel ricavare dalla realtà le sue immagini, per aiutare Nicodemo a superare il suo sbalordimento fa ricorso proprio al vento: “Il vento” – così gli dice – “soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito”.

 

È davvero un’immagine superba, questa del “vento” che ”soffia dove vuole”. Una realtà insieme familiare e misteriosa, che non ha mai un suono uguale all’altro e che, soprattutto di notte, ha sempre in sé come una fosforescenza di tragedia. Sì, il vento t’arriva addosso da dietro l’orizzonte, e t’afferra e ti penetra tutto, e tu lo senti – non lo puoi non sentire! – ma non lo puoi afferrare.

 

Così, allo stesso modo, chi “nasce dallo Spirito”, è tutto quanto avvolto da una forza che viene a lui da fuori e che pure lo penetra in tutte le sue fibre. E non ti lascia in pace fino a quando non rinunzi a resisterle, e ti abbandoni a lei, che ti prenda e ti porti dove vuole…

 

Tutto questo è davvero “promessa”. È la “nuova nascita” che è opera del “vento di Dio”, e che perciò è un suo dono. Non dipende da Nicodemo né da nessuno di noi. La “nuova nascita” non è legata a quello che puoi fare e nemmeno alla tua conoscenza delle Scritture. Si tratta solo di lasciarsi coinvolgere ed insieme sconvolgere dalla forza di quel soffio che è l’amore di Dio.

 

 

Ed è proprio così. Tutto nasce dal fatto – ha detto ancora Gesù – che “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”.

 

Credere in questo “Figlio”, e abbandonarsi all’amore di Dio che ce l’ha dato. Questo – niente di più ma neanche niente di meno! – è quello che Gesù voleva da Nicodemo e vuole oggi da noi…

 

 

* * *

 

Come sarà uscito Nicodemo da quell’incontro così poco tranquillo? Forse mortificato, con quella dura domanda che gli frullava ancora per la testa: “Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose?”.

 

Ma forse anche ed insieme stranamente felice: felice perché la notte ara quasi passata e l’alba s’annunciava all’orizzonte con le sue dita chiare… o forse anche felice perché pur non avendo compreso molte cose, aveva però colto la straordinarietà di quel dialogo, sentiva che avrebbe segnato un cambiamento nella sua vita che era convinto non potesse più cambiare. Ma soprattutto felice, perché da quell’incontro si portava con sé il ricordo di quel volto, e di quegli occhi; e quel modo di parlare, insieme duro e dolce, e autorità e familiarità. Sì, Nicodemo era smarrito e felice, perché era andato incontro all’alba con Gesù!

 

 

E quando poi Gesù morirà sulla croce, allora le sue parole che s’è portato con sé senza averle capite, gli si faranno chiare proprio come quell’alba che aveva segnato la fine del suo incontro. Capirà, Nicodemo, cosa aveva voluto dire Gesù quando aveva esclamato: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato…”: Come nel deserto dell’esodo gli Israeliti morsicati dai serpenti velenosi dovettero guardare, per essere salvati, al serpente di rame che Mosè aveva fatto innalzare su un palo (cfr Numeri 21, 6-9), così Nicodemo avrebbe dovuto un giorno innalzare il suo sguardo a Gesù sulla croce, e lì trovare la sua salvezza.

 

Nicodemo ha capito, e tornerà sulla scena dell’evangelo portando con sé “una mistura di mirra e d’aloe di circa cento libbre” (Gv 20, 39) per ungere il corpo di Gesù. Ma non solo per quello. Da quella “mistura” s’è levato nell’aria un profumo che ricordava il sapore e gli odori del vento del deserto, durante quella notte di smarrimento e di felicità… E quel profumo che t’entrava nel naso e t’apriva i polmoni era come un presagio, un anticipo della risurrezione.

 

 

                                            Ruggero Marchetti

 

 

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