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Giovanni 3, 22-36. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 9 febbraio 2014 alle ore 11.00 in Scala dei Giganti

 

Giovanni 3 , 22 – 36

 

 

Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nelle campagne della Giudea; là si trattenne con loro e battezzava.

 

Anche Giovanni stava battezzando a Enon, presso Salim, perché là c’era molta acqua; e la gente veniva a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era ancora stato messo in prigione.

 

Nacque dunque una discussione sulla purificazione, tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo. E andarono da Giovanni e gli dissero: “Rabbì, colui che era con te di là dal Giordano, e al quale rendesti testimonianza, eccolo che battezza, e tutti vanno da lui”.

 

Giovanni rispose: “L’uomo non può ricever nulla se non gli è dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: “Io non sono il Cristo, ma sono mandato davanti a lui”. Colui che ha la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, si rallegra vivamente alla voce dello sposo; questa gioia, che è la mia, è ora completa. Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca. Colui che viene dall’alto è sopra tutti; colui che viene dalla terra è della terra e parla come uno che è della terra; colui che vien dal cielo è sopra tutti. Egli rende testimonianza di quello che ha visto e udito, ma nessuno riceve la sua testimonianza. Chi ha ricevuto la sua testimonianza ha confermato che Dio è veritiero. Perché colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio; Dio infatti non dà lo Spirito con misura. Il Padre ama il Figlio, e gli ha dato ogni cosa in mano. Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui”.

 

 

 

Quando Gesù ha parlato a Nicodemo dell’esigenza di “nascere di nuovo” e lo ha invitato a non meravigliarsi perché “il vento soffia dove vuole, e tu senti la sua voce, ma non sai da dove viene né dove va”, e ha poi aggiunto che è la condizione di “chiunque nasce dallo Spirito”, Nicodemo, sbalordito e confuso ha soltanto potuto balbettare: “Come possono avvenire queste cose?” (cfr Gv 3,1 ss.).

 

 

Ora, subito dopo quel colloquio, ecco la prova vivente che “queste cose possono avvenire”; ecco una persona “nata di nuovo”, perché posseduta e condotta “dallo Spirito”: Giovanni il Precursore.

 

Come il vento irrompe dal cielo e spazza via le brume e alleggerisce l’aria e la rinnova, ed allarga i polmoni e dà sollievo, così Giovanni è venuto da Dio “come testimone e per rendere testimonianza alla luce” (cfr Gv 1,7). E ha reso la sua testimonianza: Egli confessò e non negò; confessò dicendo: «Io non sono il Cristo». Essi gli domandarono: «Chi sei dunque?». «Io sono la voce di uno che grida nel deserto: “Raddrizzate la via del Signore”, come ha detto il profeta Isaia … tra di voi è presente uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari!» (cfr Gv 1, 19 ss.).

 

Poi, quando “l’aurora” è spuntata,e il sole che è Gesù s’è levato all’orizzonte a illuminare il mondo coi suoi raggi che recano la vita, Giovanni ha compreso che la sua ora stava volgendo al termine: la sua stella ha brillato intensamente, ma quando il sole prende a sfolgorare, ogni altra luce non può che scomparire…

 

Così, in una scena molto bella e intensa, ci è stato presentato mentre “fissa lo sguardosu Gesù che passa” e subito lo indica a due dei suoi discepoli che gli stavano accanto come “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (cfr Gv 1, 29 ss.), e li manda con lui.

 

 

Ora Giovanni torna sulla scena. Appare un’ultima volta per rendere la sua suprema testimonianza al Signore e poi sparire, dissolversi per sempre.

 

Questa testimonianza – l’abbiamo ascoltata – consiste essenzialmente in due brevi ed incisive affermazioni in tutto degne dell’ultimo grande profeta di Israele: “Questa gioia, che è la mia, è ora completa. Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca”.

 

Davvero una grande testimonianza, la più grande che essere umano abbia reso a Gesù: Giovanni accetta, con una perfetta gioia del cuore, di “diminuire” fino ad annullarsi, perché Gesù possa “crescere”.

 

Sì, diminuire… annullarsi (e infatti d’ora in poi il vangelo non parlerà più di lui), con gioia! Se pensiamo che tutti, nella nostra esistenza, siamo dominati da una fondamentale volontà di affermazione… che in fondo il sogno di ciascuno di noi è d’essere sempre in modo positivo al centro dell’attenzione degli altri, e a quanto questo ci condiziona in ogni aspetto della nostra vita; se pensiamo alla ricerca del successo (e di un successo visibile a tutti) che domina la nostra società, allora forse ci rendiamo conto di quanto sia grande e al tempo stesso paradossale, secondo il nostro metro di misura, la testimonianza di Giovanni a Gesù: un uomo, un capo, un leader (perché Giovanni era questo) che accetta di “diminuire” e anzi d’essere abbandonato dai suoi stessi seguaci in favore di un altro, e che, proprio nel momento in cui quell’abbandono si sta verificando, esclama: “Ora, la mia gioia è completa!”.

 

 

Ma qual è la realtà, quale la forza che ha reso possibile questo autentico miracolo? Riascoltiamo le parole di Giovanni: “Colui che ha la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, si rallegra vivamente alla voce dello sposo; questa gioia, che è la mia, è ora completa. Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca. Perché colui che viene dall’alto è sopra tutti”…

 

Non si tratta di umiltà, come si potrebbe pensare a prima vista. No, si tratta di fede! Una fede suscitata, nutrita, resa grande dal “vento” dello “Spirito”.

 

Il nostro testo d’oggi è proprio questo: un bellissimo insegnamento sulla fede: “L’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, si rallegra vivamente alla voce dello sposo … Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca. Perché colui che viene dall’alto è sopra tutti”…

 

Qui davvero Giovanni è tutto un indice che sposta la sua attenzione da se stesso e rimanda a Gesù. Sì, come ha visto con gioia (quella sua “gioia” che adesso si completa) i suoi discepoli andarsene da lui per seguire “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, così allunga il suo dito anche per noi ed invita anche noi ad andare a Gesù. Per questo è nato e per questo ha vissuto e predicato: per “preparare la via del Signore”. E ora che il Signore è arrivato, il suo compito è finito, la sua esistenza ha attinto il proprio senso, la sua luce può spegnersi serena, con l’ultimo baluginio della sua “gioia”

 

 

Certo, questa figura così grande che svanisce sorridendo ci dà una stretta al cuore, ma qui non c’è nulla di sentimentale. Giovanni è stato un uomo di lucida chiarezza, che ha saputo vivere in tutta serietà (della serietà di chi ha ricevuto la chiamata di Dio) il suo essere, non il Messia, ma il precursore del Messia; non la Parola di Dio, ma la voce che è lo strumento di quella Parola. E adesso che il Messia è giunto, ora che “Colui che è la Parola” parla direttamente agli uomini e alle donne, egli non può non rallegrarsene, ed insieme non può non farsi da parte, in un’obbedienza totalmente dimentica di sé.

 

 

* * *

 

A questo punto, proviamo a fare quel che Giovanni vuole noi facciamo: lasciamolo indietro (che davvero possa “diminuire nella gioia”…) e volgiamoci a Gesù. Convertiamoci a lui, perché “cresca” nei nostri cuori e nella nostra vita.

 

Abbiamo detto di questo testo che è un insegnamento sulla fede. Riflettiamo insieme allora, su cosa veramente voglia dire, alla luce della testimonianza di Giovanni, avere fede in Dio o (è la stessa cosa) aver fede in Gesù, e così (ricordando Nicodemo) “nascere di nuovo”.

 

 

In questa riflessione può aiutarci Lutero, che una volta, con l’acutezza e la sensibilità che lo caratterizzano, ha affermato: “Credere è cedere”… insomma è in qualche modo proprio “diminuire”.

 

Per lui infatti, aprirsi nella fede al Signore, accogliere la sua parola, significa anzitutto “cedere” alla parola, sottomettersi a lei: bisogna “cedere” a Dio quando ci giudica, “cedergli” quando ci offre il suo aiuto, cedergli quando ci mette alla prova e quando ci trascina all’azione. Sì, la fede è un’“arrendersi a Dio” senza condizioni perché prenda completamente in mano lui la nostra vita…

 

Proprio come ha fatto Giovanni. Perché una fede e un’obbedienza come le sue sono possibili soltanto quando la persona “cede” alla forza irresistibile di Dio, e si lascia afferrare, soggiogare e sconvolgere dal soffio turbinoso dello “Spirito”.

 

 

Ed è proprio così. Se credi veramente, allora vedi il mondo in un’altra prospettiva. Ti affidi a dei criteri diversi da quelli abituali dei nostri sensi e della nostra ragione. Scopri un nuovo ordine di pensiero, nel quale appunto non è follia dire: “Egli deve crescere e io diminuire, perché solo così la mia gioia è completa”. La fede è questo: è quel sovvertimento per il quale tu comprendi che al cuore del tuo esistere non ci sei più tu, ma lui, il Signore. In questa stessa linea, Paolo ha reso anche lui la sua testimonianza che è esattamente la stessa di Giovanni: lui: “Non sono più io che vivo, ma vive in me Cristo” (Galati 2,20); l’altro: “Egli deve crescere io diminuire”. È la medesima sconvolgente esperienza: noi “cediamo”, e Gesù vive in noi che viviamo solo in lui e per lui e grazie a lui…

 

 

Se le cose stanno così, non c’è davvero da meravigliarsi che la nostra salvezza si giochi tutta quanta sulla fede: la “vita eterna” è “vivere con Dio”, e nulla unisce a Dio se non la fede, e nulla separa da Dio se non la mancanza di fede.

 

È la conclusione, terribilmente chiara, della pagina di oggi: “Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui”.Un drammatico richiamo all’esigenza della fede, e a vivere concretamente secondo la fede. Perché qui, la traduzione della Riveduta inganna: Giovanni non ha scritto, come noi abbiamo letto, “Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita”, il testo originale dice: “chi invece disubbidisce al Figlio non vedrà la vita”. E questo è importante: il contrario della fede non è l’incredulità, ma la “disubbidienza”. Perché? Perché la fede è fondamentalmente ubbidienza.

 

Del resto c’è una logica: se “credere” significa “cedere” allo “Spirito” che ci afferra e s’impossessa di noi, esso sottometterà a sé la nostra volontà a fare la volontà di Dio. Chi ha fede, per ritornare a Paolo, fa ciò che “Dio vuole da lui, quel che è buono, e a Lui gradito e perfetto” (cfr Romani 12,2).

 

 

E poiché “Dio è amore” (1 Giovanni 4,8) e ci chiama all’amore, chi crede ama.

 

Agostino di Ippona, ha meravigliosamente sintetizzato l’esistenza cristiana in un’unica frase: “Ama et fac quod vis” – “Ama e fa’ quel che vuoi”, perché, se ami, farai bene e non peccherai.

 

Ed è così. Chi “ha ceduto” all’amore di Dio, chi ha fede in lui, sa ogni cosa, prova ogni cosa, osa ogni cosa, e fa tutto bene… tutto con gioia (una “gioia competa”) e nella libertà. Sa tutto e fa tutto, nella riconoscenza a Dio.

 

 

* * *

 

L‘esistenza cristiana è riconoscenza. E se questo vale per tutti, vale in particolare per noi protestanti. Alla luce di quanto abbiamo detto, infatti, l’accusa che tanto spesso è stata rivolta alle chiese della Riforma di essere per un Cristianesimo ”facile”, tutto parole e niente opere, semplicemente non ha senso.

 

Essere, come vogliamo essere, i cristiani del “sola fede” significa al contrario essere – come abbiamo visto – coloro che “cedono” a Dio, e così gli permettono (per dir così) di regnare sulle loro esistenze e sulle loro comunità. Insomma, siamo i cristiani che vogliono che per loro Dio sia veramente Dio! Per questo non rivendichiamo per noi alcuna infallibilità, né alcuna particolare santità che non sia quella di appartenergli, perché sia lui e solamente lui, ad agire, ad amare, a salvare. In fondo, “sola fede” vuol dire per ciascuno di noi, “diminuire perché Cristo cresca”.

 

 

Questo è gratificante, senza dubbio, ma… chi di noi crede così, chi di noi “cede” a Dio in questo modo, e gli permette d’essere Dio per lui?

 

Questa settimana nel lezionario Un giorno una parola c’era questo pensiero ancora di Lutero: “Dove appendi il tuo cuore, quello è il tuo Dio”.

 

Dove appendiamo noi il nostro cuore? Per “credere”, in Dio, per “cedere” a lui, dobbiamo essere consapevoli dell’enorme, disperato bisogno che abbiamo di lui, perché senza di lui siamo perduti. Siamo dei poveri disgraziati, sempre alle prese con le nostre paure, i nostri errori ed i sensi di colpa; e siamo dei poveri illusi che pensano di poter rimediare ai loro guai, di potersi costruire da sé il loro spicchio di felicità, e restiamo delusi, inevitabilmente, perché – già lo diceva quasi tremila anni fa il profeta Geremia (ma noi forse queste frasi non le abbiamo mai lette o ce le siamo dimenticate): “So, o Signore, che la via dell’uomo non è nelle sue mani e che non è in potere dell’uomo che cammina dirigere i suoi passi” (Ger 10,23).

 

Questa miseria e queste illusioni, nella Bibbia hanno un nome ben preciso: si chiamano “peccato”. Ma chi di noi sa più cos’è il peccato? E soprattutto, chi di noi sa più cos’è il suo peccato?

 

Oggi molti sostengono che la Bibbia forse esagera quando insiste così tanto sull’idea del sacrificio di Cristo per noi, e la trovano macabra quando parla del sangue da lui versato per noi sulla croce, e molto danno ragione al grande storico del cristianesimo von Harnack che, di fronte all’insistenza con cui si predicava che Dio ha voluto il sangue di Gesù, ha lamentato il fatto che allora, in questo modo, a Dio spetterebbe il discutibile privilegio di essere l’unico a non poter perdonare senza prima aver visto del sangue. Io invece penso che dovremmo pensare che il sangue del sacrificio di Gesù indica poi alla fine che il suo è stato un vero sacrificio, necessario per riconciliarci con Dio. E necessario non perché Dio vuole vedere del sangue, ma perché la gravità del peccato è talmente grande, che può essere coperto, e perciò tolto via di mezzo, solo mediante un vero sacrificio. Ed è proprio così che Dio stesso copre i peccati del mondo e ci riconcilia con sé, in Gesù e per mezzo di lui: “Ha davvero tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Infatti non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo ,ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Giovanni 3,16 s.).

 

 

Ma da che cosa il mondo deve essere salvato? I primi cristiani non avevano dubbi, e per loro era davvero una questione di vita o di morte: la prima predicazione cristiana, quella di Pietro alla mattina della Pentecoste, si chiude con queste parole: “Ravvedetevi, e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati” (Atti 2,38).

 

Per noi questo discorso è diventato terribilmente vago. Affermiamo convinti, perché un protestante non può non affermarlo, che siamo tutti peccatori, ma poi questo diventa il nostro alibi: se tutti siamo peccatori, allora questa è la nostra condizione, e che ci possiamo fare? Per fortuna il Dio di Gesù Cristo è il Signore della grazia, e allora noi siamo tutti a posto… Questo, secondo me, ha effetti devastanti: nelle nostre decisioni di ogni giorno non sappiamo più distinguere fra il bene e il male o, più semplicemente, non ci curiamo nemmeno di pensare se quello che facciamo è bene o male. Tutto diventa “grigio”… tutto è la stessa cosa, e alla fine “Tutto è permesso”. E diventiamo “tiepidi”, come quei membri della chiesa di Laodicea ai quali il Cristo dell’Apocalisse dice: “Poiché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca” (Ap 3,16).

 

Non può e non deve essere così. Nel pieno della lotta contro Hitler, in una drammatica relazione da lui scritta nel 1937 per la Chiesa Confessante, Bonhoeffer afferma: “La proclamazione della grazia ha i suoi limiti… deve essere protetta da una resa a buon mercato. Il Vangelo è protetto dalla predicazione del pentimento che chiama peccato il peccato e dichiara colpevole il peccatore. La chiave per liberare è protetta dalla chiave per vincolare. La predicazione della grazia può essere protetta solo predicando il pentimento”.

 

 

Mercoledì passatonel Consiglio di chiesa allargato, Silvano ha detto una cosa che mi ha colpito, e che ritengo sostanzialmente giusta: che noi partecipiamo al culto senza capirlo.

 

Proviamo allora a capire qualcosa.

 

La Confessione di peccato è nel nostro culto esattamente quell’indispensabile momento di “predicazione del pentimento che chiama peccato il peccato e dichiara colpevole il peccatore” che protegge l’annuncio del “Vangelo”, ”la predicazione della grazia”. Per questo la Confessione di peccato non può mancare mai nei nostri culti. E per questo va vissuta fino in fondo. Non può essere come a volte si ha l’impressione che sia, un momento rituale che non riesce a coinvolgerci. Se nel momento in cui lo confessiamo con la bocca non ci rendiamo conto del nostro “peccato”, della nostra “colpevolezza” al cospetto di Dio… se non mi rendo conto che io sono un peccatore e che ho peccato in questo, in quello e in quell’altro modo, e non chiedo perdono a Dio dei peccati che ho realmente commesso… allora non possa ascoltare la “predicazione della grazia”… e poi non avrebbe neanche senso: se non ho contezza del mio peccato a che mi serve Cristo?… a che mi serve il perdono di Dio?

 

 

Ma Cristo ci serve. Ci serve che egli “cresca” in noi e per noi. Ci serve la “gioia” di chi “si rallegra alla voce dello sposo”.

 

Cediamo” a Dio, sorelle e fratelli, “crediamo” in Dio, affidiamoci a lui con il nostro peccato riscoperto e con la gratitudine per l’evangelo che ci è stato ancora una volta predicato.

 

E se sentiamo che la nostra fede è un povero lucignolo vacillante, se non riusciamo a “cedere” a Dio come pure vorremmo, c’è per noi un’altra grazia, un altro dono: c’è l’invocazione disperata, il pianto dirotto, la stupenda preghiera del padre del giovane epilettico del vangelo di Marco: “Signore, io credo, ma tu soccorri la mia incredulità” (Marco 9,24).

 

                                     

                                       Ruggero Marchetti

 

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