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Giovanni 4, 1-42. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto unificato di domenica 16 febbraio 2014 (Festa della Libertà) alle ore 10.30 in San Silvestro-Cristo Salvatore

 

Giovanni 4 , 1 – 42

Quando dunque Gesù seppe che i farisei avevano udito che egli faceva e battezzava più discepoli di Giovanni (sebbene non fosse Gesù che battezzava, ma i suoi discepoli), lasciò la Giudea e se ne andò di nuovo in Galilea.

Or doveva passare per la Samaria. Giunse dunque a una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe; e là c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del cammino, stava così a sedere presso il pozzo. Era circa l’ora sesta.

Una Samaritana venne ad attingere l’acqua. Gesù le disse: “Dammi da bere”. (Infatti i suoi discepoli erano andati in città a comprar da mangiare). La Samaritana allora gli disse: “Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?” Infatti i Giudei non hanno relazioni con i Samaritani.

Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: “Dammi da bere”, tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell’acqua viva”. La donna gli disse: “Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; da dove avresti dunque quest’acqua viva? Sei tu più grande di Giacobbe, nostro padre, che ci diede questo pozzo e ne bevve egli stesso con i suoi figli e il suo bestiame?”.

Gesù le rispose: “Chiunque beve di quest’acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna”.

La donna gli disse: “Signore, dammi di quest’acqua, affinché io non abbia più sete e non venga più fin qui ad attingere”.

Gesù le disse: “Va’ a chiamar tuo marito e vieni qua”. La donna gli rispose: “Non ho marito”. E Gesù: “Hai detto bene: “Non ho marito”; perché hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito; in questo hai detto la verità”.

La donna gli disse: “Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare”. Gesù le disse: “Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità”. La donna gli disse: “Io so che il Messia (che è chiamato Cristo) deve venire; quando sarà venuto ci annunzierà ogni cosa”. Gesù le disse: “Sono io, io che ti parlo!”

In quel mentre giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che egli parlasse con una donna; eppure nessuno gli chiese: “Che cerchi?” o: “Perché discorri con lei?”. La donna lasciò dunque la sua secchia, se ne andò in città e disse alla gente: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto; non potrebbe essere lui il Cristo?”. La gente uscì dalla città e andò da lui.

Intanto i discepoli lo pregavano, dicendo: “Maestro, mangia”. Ma egli disse loro: “Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete”. Perciò i discepoli si dicevano gli uni gli altri: “Forse qualcuno gli ha portato da mangiare?”. Gesù disse loro: “Il mio cibo è far la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua. Non dite voi che ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ebbene, vi dico: alzate gli occhi e guardate le campagne come già biancheggiano per la mietitura. Il mietitore riceve una ricompensa e raccoglie frutto per la vita eterna, affinché il seminatore e il mietitore si rallegrino insieme. Poiché in questo è vero il detto: “L’uno semina e l’altro miete”. Io vi ho mandati a mietere là dove voi non avete lavorato; altri hanno faticato, e voi siete subentrati nella loro fatica”.

Molti Samaritani di quella città credettero in lui a motivo della testimonianza resa da quella donna: “Egli mi ha detto tutto quello che ho fatto”. Quando dunque i Samaritani andarono da lui, lo pregarono di trattenersi da loro; ed egli si trattenne là due giorni. E molti di più credettero a motivo della sua parola e dicevano alla donna: “Non è più a motivo di quello che tu ci hai detto, che crediamo; perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo”.

Stiamo vivendo nella serenità e nella riconoscenza la nostra Festa della libertà… ieri abbiamo goduto di un momento di incanto: l’incanto della musica, quello della poesia… abbiamo volato nei cieli aperti dell’arte come somma espressione della libertà…

Questo del XVII Febbraio è sempre un appuntamento molto bello… è impegnativo da organizzare – e voglio ringraziare tutti quelli e quelle che si sono impegnati nella sua preparazione, e per questo hanno faticato e si sono anche un po’ preoccupati; ogni anno è così… ma poi ogni anno facciamo l’esperienza che ne è valsa la pena, perché è un momento importante per noi, è quell’appuntamento annuale nel quale sperimentiamo la fraternità, e una comunione molto intensa fra noi e anche al di là di noi, con le sorelle e i fratelli delle altre comunità e coi rappresentanti della società civile – e ringraziamo gli uni e ringraziamo gli altri di essere qui con noi a condividere il nostro stare insieme…

Una comunione, quella d’oggi, che poi va anche al di là del tempo e dello spazio, ci riunisce alle generazioni del passato e ci proietta con un nuovo slancio incontro al futuro…

Insomma questa festa ci dà nuovo vigore e nuova gioia… è come bere un sorso d’acqua fresca ad una bella fonte…

* * *

Ma naturalmente, la vera inesauribile sorgente, che per fortuna abbiamo a disposizione tutto l’anno, è la Scrittura.

E oggi in particolare, la lunga bella pagina dell’evangelo di Giovanni che ci è stata letta ci conduce verso un’altra sorgente, quella “di Giacobbe”, la sorgente che sgorga in fondo al pozzo vicino al quale è avvenuto l’incontro fra Gesù e la Samaritana.

Prima però di guardare direttamente a quell’incontro, forse è il caso che vi precisi dove effettivamente siamo. Perché se noi possiamo stare tranquilli e distesi nella serenità del nostro San Silvestro, Sicar, dove si svolge la nostra storia biblica, è invece un posto tutt’affatto diverso.

Per prima cosa, Sicar è in Samaria. E se tu sei un ebreo del primo secolo, la Samaria non è proprio il luogo ideale anche solo per fare una passeggiata!Noi tutti sappiamo bene che la Samaria era un luogo esecrabile e esecrato: il posto maledetto dove vivevano i fratelli-nemici, i Samaritani. La storia ci racconta di uccisioni, di violenze reciproche, di insulti sanguinosi e di scomuniche…

Eppure – ci ha detto oggi Giovanni – Gesù per ritornare nella sua Galilea, sceglie di passare per la Samaria. Anzi, Gesù non sceglie: l’evangelista ci precisa che “doveva passare per la Samaria”. E questo “doveva” non è affatto un obbligo geografico: c’erano molte altre strade, altri cammini per andare dalla Giudea alla Galilea, e se Gesù avesse voluto scegliere un percorso più tranquillo, oanche uno più corto, avrebbe potuto benissimo farlo. Ma non l’ha fatto. Ha scelto di passare per la Samaria. E una volta in Samaria, ha scelto di fare tappa lì, a Sicar.

Già, Sicar. In tutta quanta la Bibbia, se ne parla solo qui. Ma questo non vuol dire che in chi conosce le storie della Bibbia questo posto non evochi niente. Sicar ci ricorda qualcosa, e quel che ci ricorda è stato un dramma.

Giovanni ci ha detto che la cittadina di Sicar, nei dintorni del quale noi ci siamo fermati con Gesù, è “vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe”. Effettivamente nel libro della Genesi si trova una parola in cui il patriarca ormai prossimo alla morte dice al proprio figlio ritrovato: “Io ti do una parte di più che ai tuoi fratelli: quella che conquistai dalle mani degli Amorrei con la mia spada e con il mio arco” (Gen. 48,22).Giacobbe si riferisce alla terribile vicenda di Sichem, il figlio di un principe cananeo che aveva rapito e violentato sua figlia Dina, salvo poi innamorarsene e chiederla in sposa. Ma i figli di Giacobbe, dopo aver finto di acconsentire a quelle nozze e avere chiesto a Sichem e a tutti i membri del suo popolo di farsi circoncidere in segno di alleanza, approfittarono della loro debolezza per massacrare lui e tutta la sua gente. E si impadronirono del loro territorio e della loro città, anch’essa Sichem, che poi cambiò nome e diventò Sicar.

Allora, benvenuti a Sichem-Sicar, luogo di rapimenti, violenze, inganni e massacri! È proprio qui, in questo posto dai ricordi così “amari” che Gesù si è fermato e ci ha dato appuntamento…

Ma è giusto così, perché Sicar è il nostro posto. È quello che vediamo quando guardiamo il telegiornale da cui ci arriva l’eco del nostro mondo tanto spesso violento, ingiusto, straziato da lotte e da tensioni che sembrano insolubili… Ed è anche, Sicar, il luogo delle nostre storie personali, ognuna con le proprie ferite, le proprie spaccature, le cicatrici più o meno richiuse, ma pur sempre visibili, non appena l’occhio ci cade sopra…

Gesù si ferma a Sicar. Si ferma, ci dice Giovanni, anche perché è “stanco del cammino” che ha fatto.

Gesù, “stanco”. Questo ci dà un po’ noia, perché noi abbiamo sempre il desiderio di scaricare su di lui le nostre stanchezze, le nostre fatiche. Noi vorremmo ricevere da lui un po’ di forza, un po’ di slancio, un po’ di vita e di speranza… E invece eccolo qui “stanco”. Stanco e anche solo, perché i discepoli sono saliti direttamente a Sicar per fare un po’ di spesa.

E però, in fondo, questa “stanchezza” di Gesù non mi dispiace, e anzi mi tocca, quasi mi commuove. Perché me lo rende più umano… tutto umano… e mi sento meno solo nelle mie stanchezze. E anzi mi fa pensare, “per anticipazione”, al Gesù esausto e debole, così debole da essere morto prima del dovuto, appeso alla sua croce. Sì, questo Gesù affaticato è accanto a me nelle mie fatiche… nelle difficoltà alle quali mi trovo confrontato… condivide con me la prospettiva della mia stessa morte…

Ma la stanchezza di Gesù è anche un’altra cosa. È anche la stanchezza, potremmo forse dire “spirituale”, che nasce in lui dal fatto che lì, sul bordo del “pozzo di Giacobbe” non può compiere la sua missione. Fra un po’ dirà ai discepoli: “Il mio cibo è far la volontà di colui che mi ha mandato, e portare a compimento la sua opera”. Questo è quello che gli ridà energia, che lo rinvigorisce. Ma lì al pozzo c’è solo solitudine, c’è soltanto stanchezza: Gesù non può far niente…

Questa stanchezza riapparirà più tardi. E questo, a farci caso, è sorprendente. Quando avrà terminato il suo colloquio con la Samaritana e parlerà di nuovo coi discepoli, Gesù dirà loro: “Io vi ho mandati a mietere là dove voi non avete lavorato; altri hanno faticato, e voi siete subentrati nella loro fatica”.

Chi sono questi altri che “hanno faticato” per me… per tutti noi? Questo plurale è curioso. Noi pensiamo a Gesù che – come ho detto prima – proprio perché è “affaticato” ci è vicino nelle nostre fatiche… ma perché questo plurale?

Possiamo forse tornare a questo punto alla frase iniziale della pagina di oggi: “Quando dunque Gesù seppe che i farisei avevano udito che egli faceva e battezzava più discepoli di Giovanni (sebbene non fosse Gesù che battezzava, ma i suoi discepoli), lasciò la Giudea e se ne andò di nuovo in Galilea”, che potrebbe far pensare a una tensione presente fra i discepoli di Gesù e quelli di Giovanni. Qui allora Gesù inviterebbe i suoi a non sentirsi superiori agli altri, e invece a tener conto che tutto è iniziato proprio da Giovanni. Si tratta ora, con riconoscenza, di “subentrare alle loro fatiche”. Giovanni è stato inviato da Dio a “preparare la via del Signore” (cfr Gv. 1.23). E tutto ciò che ci conduce al Padre: le persone, i libri, le correnti di pensiero, le pratiche spirituali… tutto ciò che ci stimola a incamminarci e a andare avanti sulla “via del Signore”… di tutto questo possiamo, e anzi dobbiamo approfittare… Tutto ci è dato, tutto quanto è pronto! Altri hanno “seminato” e noi “mietiamo”, e ce ne “rallegriamo tutti insieme”.

Noi oggi raccogliamo e ci rallegriamo di quello che i nostri padri e madri nella fede hanno seminato. E se pensiamo alla nostra vicenda storica valdese, ci viene alla mente il Salmo 126,5: “Quelli che seminano con lacrime, mieteranno con canti di gioia”.

La nostra storia è una storia di “lacrime” e di sangue. Una lunga drammatica storia di persecuzioni. Per secoli i Valdesi sono stati braccati (tecnicamente si dice “inquisiti”), calunniati, esecrati, catturati, torturati. In tutto il Medioevo, “valdesia” era sinonimo di “stregoneria”. Il gioco mentale che ha portato a questo era terribilmente facile: sei un eretico, cioè ti sei dato alla menzogna e al padre della menzogna, ti sei dato a Satana; nessuna meraviglia se diventi anche stregone, se diventi anche strega. Vedete? È la demonizzazione del diverso.

Ed è una demonizzazione che “scotta”, perché se sei un “eresiarca”, un esponente importante del movimento, o se sei un “relapso”, cioè un “ricaduto” nell’eresia dopo una prima abiura per salvarti la pelle, quel che ti aspetta è il rogo.

In questi giorni mi è tornato alle mente qualcosa di molto triste e anche però di molto significativo che mi aveva colpito alcuni anni fa. Sapete che, prima del loro totale massacro, gli eretici per eccellenza del Medioevo sono stati i Catari. Ebbene, per farsi forza davanti alla terribile prospettiva del rogo che avevano continuamente sulla testa, alcuni catari hanno elaborato una sorta di “mistica” della morte nel fuoco. Così, hanno scritto frasi come queste: “Diventeremo calore, luce, aria… ci innalzeremo come nuvole nel cielo… e sarà bello”… Poi, accanto a queste frasi, ne ho letta un’altra, di un valdese del Trecento che, davanti all’inquisitore, prima d’essere arso, ha detto: “Voi ci perseguitate col fuoco, e il fuoco ci fa paura”. Vedete? Nessuna “mistica” più o meno alienante, nessuna fuga mentale: una concreta giustificatissima paura.

Ma questa paura così profondamente umana non ha impedito a quel povero “eretico” del Trecento di perseverare nella propria scelta di fede (“eretico” in origine vuol dire proprio questo: “colui che fa delle scelte”, e sceglie innanzitutto di pensare con la sua propria testa. Per questo è pericoloso e è stato così tenacemente combattuto dal potere…).

È anche grazie al coraggio di quel valdese impaurito e però perseverante nella sua testimonianza di fede, è grazie alle “lacrime” con le quali “ha seminato” e ha innaffiato per noi il campo, che noi oggi possiamo “mietere”: possiamo liberamente professare la nostra fede, e gioirne, e ringraziarne Dio. Sì: “Io vi ho mandati a mietere là dove voi non avete lavorato; altri hanno faticato, e voi siete subentrati nella loro fatica”… Non lo dimentichiamo mai…

In questo senso è anche significativo che “il pozzo di Giacobbe” era conosciuto in Israele come il “pozzo del dono”. E questo ci dà un’altra comprensione della parola di Gesù alla Samaritana, quando le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio”. Forse voleva anche dire: “Se conoscessi davvero qual è il pozzo di Dio qui, in pieno mezzogiorno, nel cuore della tua vita quotidiana, saresti tu a domandarmi da bere… Sì, qui c’è un altro pozzo al quale senza saperlo tu oggi sei venuta ad attingere acqua: un pozzo di vita abbondante, il pozzo di una gioia inesauribile che è qui tutto per te… ed è qui anche per me”…

Sì, anche per Gesù. C’è in questo racconto la descrizione di un miracolo a cui in genere non facciamo caso, un miracolo che riguarda Gesù stesso.

Come abbiamo visto e detto e ripetuto, quando è arrivato al pozzo, Gesù era “stanco”. Era affamato e assetato. Ma quando i discepoli ritornano da Sicar con il cibo, lo trovano rigenerato, in piena forza e forma. Non ha più bisogno di niente. Ha potuto donare alla Samaritana ciò che voleva darle: l’acqua del suo pozzo, è questo è stato il suo mangiare e bere. E stavolta questa sua “restaurazione” prefigura la sua risurrezione.

Ecco allora il miracolo: un Gesù ristabilito, rinvigorito dal quell’incontro con quella spregiudicata, viva, intelligente donna di Sicar in Samaria. E anche lei è uscita dall’incontro rinvigorita. Ha lasciato la sua anfora al pozzo ed è corsa a parlare agli altri di quell’ebreo che leaveva parlato. E l’ha fatto con un tale entusiasmo, con una tale carica, che proprio lei, la donna così malfamata che era obbligata a andare sola ad attingere al pozzo, perché le altre donne del villaggio non la volevano con loro… proprio lei ha convinto i compaesani a correre a incontrare anche loro quell’ebreo che forse era “il Messia”…

Proprio così: Gesù e la Samaritana sono stati tutti e due “miracolati”, o perlomeno tutti e due trasformati dal loro incontro presso il “pozzo del dono”.

* * *

Oggi di lei, della Samaritana, di questa donna che è stata così a lungo e con tanta vivacità la partner di Gesù, e che così, diversamente dalla povera Dina, rapita e violata da Sichem in quegli stessi paraggi, si è scoperta con stupore infinito scelta fra tutti e tutte per ricevere la rivelazione del Signore, e ha così ritrovato se stessa nella sua piena dignità di donna… oggi di lei non ho quasi parlato.

E però una cosa voglio dirla. Noi siamo qui non solo per ricordare con riconoscenza quello che i nostri padri e madri hanno “seminato con lacrime” per noi.

Siamo qui anche per invocare e ricevere da Dio quel nuovo slancio, quella nuova gioia, quella lucidità di cui abbiamo bisogno per rendere il nostro servizio di testimonianza oggi e domani, nel presente e in futuro.

Ebbene, non vi sembra che proprio la Samaritana sia per noi una bellissima immagine della chiesa che vogliamo e che dobbiamo essere?

Da Valdo in poi noi abbiamo rifiutato l’immagine di una chiesa che sia per i suoi membri e per il mondo la grande Madre alla quale devi andare se vuoi incontrare Gesù, perché è soltanto lei che te lo genera, te lo rende presente nei suoi sacramenti, nei suoi ministri, nella sua intercessione, e poi con i suoi insegnamenti e il magistero ti dice quello che devi fare se lo vuoi conservare accanto a te… se ti vuoi conservare nel suo seno che ti accoglie e protegge…

Noi abbiamo lottato, sofferto pregato, e lo dobbiamo fare ancora oggi, per essere una chiesa diversa. E le caratteristiche di questa diversità in nessuna figura della Bibbia possiamo contemplarle così bene come nella Samaritana di questo bel racconto di Giovanni.

Anzitutto noi sappiamo che la chiesa è insieme santa e peccatrice; è cioè chiamata e messa da parte dal Signore per portare al mondo la sua parola e la sua presenza, ma è anche sempre segnata dal peccato, e sempre bisognosa lei per prima di quel perdono che è chiamata a annunciare.

Guardiamo adesso alla Samaritana. È – già l’abbiamo detto – una donna malfamata, al punto che le altre donne “perbene” di Sicar non la vogliono con loro quando vanno tutte insieme ad attingere l’acqua: che ci vada da sola, e nell’ora più calda! Gesù sa bene chi è, conosce le sue storie, e anzi glielo dice: “Hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito”, ma ma fra tutte le donne di Sicar incontra proprio lei, “la peccatrice”, e le parla di sé, e le parla di Dio, di quello che Dio vuole… le dice che ricerca chi lo “adori in spirito e verità”, e poi la manda a parlare di quello che le ha detto agli uomini di Sicar: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto; non potrebbe essere lui il Cristo?” … Non è forse l’immagine vivente di quella chiesa che vogliamo essere?

E ancora, quando poi “la gente uscì dalla città e andò” da Gesù, lei non si è messa in mezzo fra lui e loro, è rimasta in città. Gli abitanti di Sicar sono andati da soli. E così, da soli e senza intermediari hanno incontrato Gesù. L’hanno conosciuto direttamente e adesso sanno chi è, e sono loro che lo dicono a lei: “Non è più a motivo di quello che tu ci hai detto, che crediamo; perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo”.

Anche qui, la nostra chiesa non deve forse fare la stessa cosa?… e se non la fa ci dovremmo preoccupare… Sì, noi dobbiamo parlare agli altri di Gesù, dell’esperienza che abbiamo avuto il dono di poter fare di lui… della nostra fede in lui che non disprezza il punto interrogativo (“Non potrebbe essere lui il Cristo?”), e così non s’impone, ma stimola, sollecita, ti spinge ad incontrarlo…

E quando abbiamo fatto questo, dobbiamo anche noi rimanercene a Sicar… fare come un passo indietro e lasciare a colui o a colei che abbiamo incontrato e a cui abbiamo parlato del Signore la libertà di incontrarlo a sua volta, e lasciare anche a Gesù la libertà di vivere l’incontro senza più noi di mezzo.

E se alla fine chi ha incontrato Gesù grazie alla nostra testimonianza, viene da noi e ci dice come la sua gente ha detto a quella donna: “Non è più a motivo di quello che tu ci hai detto, che crediamo; noi stessi abbiamo udito e sappiamo”… questa è la nostra gioia. “Abbiamo fatto quello che dovevamo fare” (cfr Luca 17,10), non ci rimane che rimpicciolire perché lui, Gesù “cresca”, libero e sovrano nel cuore dei credenti.

Ci dia il Signore di essere davvero la chiesa “samaritana”, che ha ricevuto il dono della libertà per essere al servizio della libertà di ogni singolo credente… che è stata liberata per annunciare l’evangelo e poi fare il passo indietro che lascia chi ha ascoltato quell’annuncio, libero e libera di incontrarsi con Gesù, e libero Gesù di incontrarsi con lui, con lei, così che possano dire: “Lo abbiamo udito e sappiamo che è veramente il Salvatore del mondo”.

Buona Festa della libertà!

                                                                                               Ruggero Marchetti

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