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Ebrei 4,14 – 5,10. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 16 marzo 2014 alle ore 9.30 in San Silvestro-Cristo Salvatore

 

Ebrei 4 , 14 – 5 , 10

Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo.

Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.

Infatti ogni sommo sacerdote, preso tra gli uomini, è costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati; così può avere compassione verso gli ignoranti e gli erranti, perché anch’egli è soggetto a debolezza; ed è a motivo di questa che egli è obbligato a offrire dei sacrifici per i peccati, tanto per sé stesso quanto per il popolo.

Nessuno si prende da sé quell’onore; ma lo prende quando sia chiamato da Dio, come nel caso di Aaronne. Così anche Cristo non si prese da sé la gloria di essere fatto sommo sacerdote, ma la ebbe da colui che gli disse:

«Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato».

Altrove egli dice anche:

«Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec».

Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna, essendo da Dio proclamato sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec.

L‘inizio della pagina di oggi dell’Epistola agli Ebrei è molto consolante: “Gesù, il Figlio di Dio” – così dice – è il nostro nuovo “grande sommo sacerdote” che “può simpatizzare con noi nelle nostre debolezze”, può condividere in tutto le nostre paure, i nostri sentimenti più profondi, ed i nostri pensieri, le nostre sensazioni, perché è stato messo alla prova – “è stato tentato come noi in ogni cosa” – e adesso, dopo essere “passato attraverso i cieli” in virtù della sua morte e della sua risurrezione, intercede per noi e noi allora possiamo “stare fermi – ben saldi – nella nostra fede”, e anzi, di più, proprio grazie a lui, “accostarci con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno”.

Però, questa “parola consolante”, ci mette anche a disagio.

Perché quel“sommo sacerdote” ci sa tanto di “papa”, e anche se papa Francesco piace a oltre il novanta per cento degli Italiani (e piace anche a molti di noi), noi protestanti continuiamo a sentire la figura del papa molto estranea al nostro modo di vivere la fede. E poi c’è la parola “peccato”, che certo, al contrario di “sommo sacerdote”, è una parola “nostra”, un termine importante nella spiritualità e nella teologia riformate che hanno sempre visto l’essere umano molto più segnato dal peccato che non la teologia cattolico-romana o l’ortodossa, ma che oggi non ci dice più molto e per questo la usiamo poche volte, perché come tutte le realtà che sembrano scontate e invece poi alla fine sono quasi sconosciute, già la parola stessa…già “peccato” ci imbarazza.

Già… che cos’è il peccato? Chi di noi sa rispondere?

Non lo sappiamo più, ne abbiamo perso il senso. E la cosa strana e triste è che questo non ci ha reso più felici. Anzi, proprio perché il peccato ci è diventato ignoto, siamo smarriti e angosciati come poche altre generazioni di evangelici, e forse come nessuna prima di noi. Perché se non sai più cosa è bene e cosa è male, alla fine ti rendi conto che neanche vivi più non soltanto da vero cristiano, ma nemmeno da vero essere umano…

E allora… chi lo sa… una riscoperta di che cos’è il peccato (sembra paradossale, ma io credo sia così) ci può aiutare a ritrovare chiarezza, e anche serenità.

Interroghiamoci dunque: cos’è il peccato per la Bibbia?

Non è la trasgressione di una legge, né una disubbidienza. È qualcosa di molto più profondo. È una condizione: la nostra condizione di figlie e figlie dell’umanità che, assieme a Adamo ed Eva, dopo la caduta hanno perso lo stato di innocenza e si sentono nudi e vulnerabili, creature impaurite, e per questo diffidenti e sovente artefici e vittime della violenza che la paura e la diffidenza spesso generano.

Ma parlandoci della nostra condizione, la Bibbia va sempre molto sul concreto. Perché non ama la psicologia e così non si sofferma quasi mai a descrivere quello che un uomo o una donna sentono nella profondità del loro animo.

Per lei, l’essere umano è fondamentalmente un corpo vivente, e è proprio a livello del suo corpo che egli agisce, si relaziona agli altri e si relaziona al mondo, e in queste azioni manifesta il suo cuore che per la Bibbia è essenzialmente la sede della volontà e delle sue decisioni ed azioni concrete. Noi, insomma, siamo i nostri atti. E siamo buoni se facciamo il bene, siamo cattivi se facciamo il male.

Ma proprio perché le nostre azioni escono da noi stessi per riversarsi fuori sugli altri e sulle cose, esse hanno sempre delle conseguenze: conseguenze buone se l’azione è buona, e cattive se l’azione è sbagliata. E queste conseguenze a loro volta ne avranno altre, e altre ancora, a catena. Insomma, mediante il suo agire, l’essere umano crea attorno a sé tutto un mondo di conseguenze, e questo mondo, che possiamo immaginare come un campo di energie messe in azione, lo circonda stabilmente, e produce un destino… il “suo” destino.

In particolare, se la tua azione è stata ingiusta, tu (e non soltanto tu, ma anche i tuoi figli e figlie e le tue cose) ti ritroverai prigioniero delle forze negative che hai scatenato: il male che hai compiuto ti si ritorcerà contro, rafforzato all’ennesima potenza. E sarà la tua punizione, che non è allora la sanzione della legge per chi ha infranto una norma, ma più radicalmente e più paurosamente, è il “ritorno” su di te di ciò che hai fatto. Si può dire anche così: c’è un ordine nel mondo. Se lo infrangi, crei uno squilibrio che intacca la realtà, e il solo modo per riequilibrare lo squilibrio che hai provocato è che il ciclo si completi, che tutte le conseguenze di quello che tu hai fatto si compiano senza sconti su di te.

Una visione terribilmente seria, che ci chiama ad una terribilmente seria assunzione di responsabilità, e che non ci è concesso di liquidare come un’antica visione delle cose.

Perché… pensiamo alla nostra esistenza, al nostro tempo in cui pure (come dicevo prima) abbiamo smarrito il senso del peccato. Non è forse vero che, anche noi uomini e donne dell’era tecnologica siamo un po’ tutti degli “apprendisti stregoni”, che coi nostri errori, egoismi, noncuranze, con le nostre scelte “troppo” facili e “troppo” comode, ci creiamo da noi le situazioni negative che ci rendono infelici e rendono infelice chi ci è accanto?

E se ciò vale per il nostro “privato”, vale anche a dimensioni ben più grandi. Prima parlavamo di “squilibrio nel giusto ordine del mondo”. Pensiamo a quel che stiamo combinando con le nostre scelte economiche dettate solo dall’avidità, e a come fatalmente questo ci si ritorcerà, e anzi già ci si ritorce contro sotto forma di crisi finanziaria e catastrofi ecologiche. Già adesso insomma, niente sconti! E se non cambiamo, non ci saranno sconti neanche per i nostri figli…

Ma torniamo alla Bibbia. Se il peccato è un’azione sbagliata che innesca un meccanismo di negatività che prima o poi colpisce colui che l’ha commessa, c’è in tutto questo uno spazio per il perdono?

Sì. Dio è misericordioso, e crea un spazio per il perdono del peccatore. Ma d’altra parte deve anche salvaguardare l’ordine necessario per la vita del mondo. E questo vuole dire che il ciclo azione-conseguenza, deve comunque compiersi: con un’espressione forse urtante, e però vera: “sangue chiama sangue”. Qualcuno deve “espiare” l’ingiustizia compiuta.

E allora lo spazio per il perdono che il Dio misericordioso ma anche garante del giusto andamento delle cose, lascia aperto, è appunto “l’espiazione”. Ed ecco nell’Antico Testamento il “sacrificio di espiazione”: il prezzo del peccato contro Dio è il tuo annientamento come peccatore, ma tu puoi offrire (è la misericordia di Dio verso di te) un altra vita al posto della tua. Offri a Dio un animale, e nel momento in cui l’affidi al sacerdote che eseguirà il suo sacrificio, imponi la tua mano su di esso, e con questo gesto ti identifichi con l’animale che offri, ricordi a te stesso che la sua morte è al posto della tua, e tu sei liberato dal meccanismo che avrebbe dovuto annientarti.

Vedete, allora?… Il rituale dell’espiazione che noi “postmoderni” guardiamo con sufficienza come qualcosa di arcaico e primitivo, e anche con orrore perché da bravi animalisti non sopportiamo che una povera bestia debba essere uccisa al posto nostro, è invece in sé un meccanismo per qualche aspetto addirittura straordinario, perché riesce a tenere insieme la gravità della colpa che richiede l’annientamento del peccatore e la misericordia di Dio che ti concede uno scampo da quell’annientamento.

Ma per tutto questo è necessario – e qui arriviamo all’altro particolare che nel nostro testo ci metteva a disagio – il “sacerdote”, che offra a Dio sull’altare l’animale sacrificato per espiare il mio peccato.

Non posso essere io a offrire direttamente a Dio il mio sacrificio d’espiazione. Ci vuole, fra me e lui, un “mediatore autorizzato” che mi ricordi che quel Dio che ho offeso è così infinitamente più grande di me che io non posso sperare di raggiungerlo da solo, ma ho bisogno di qualcuno, chiamato da lui a questo, che mi metta in collegamento con lui. E proprio la necessità che ho di questo intermediario mi aiuta, nel momento stesso in cui espio il mio peccato, a rendermi conto della gravità di quel che ho fatto, andando contro Dio

Ma in Israele è quasi sempre sbagliato parlare al singolare, anche e forse soprattutto parlando di peccato: per il legame strettissimo che unisce tutti i membri del popolo di Dio, la colpa di ciascuno si accumula alla colpa degli altri a formare il peccato collettivo di Israele. Così allo Yom kippur, nella celebrazione annuale dell’espiazione del peccato del popolo, a presentare a Dio il sacrificio che liberava il popolo dalle conseguenze distruttive delle colpe di ciascuno e di tutti, poteva essere solo il “sommo sacerdote”.

Questa figura che, di primo acchito, a noi (lo dicevo all’inizio) può ricordare un po’ il papa. Ma c’è una differenza sostanziale fra il “sommo sacerdote” chiamato nella Bibbia a far da ponte fra Dio e il popolo, e il pontefice romano: il “sommo sacerdote” non poteva rivendicare per sé nessuna infallibilità né una paternità spirituale sui figli di Israele; e nemmeno era il vertice di una gerarchia, elevato al di sopra di ogni altro, per cui ad esempio, “può giudicare tutti e non può essere giudicato da nessuno”

Niente di tutto questo, nessuna distanza più o meno sacra. Anzi, se c’è una caratteristica che è tipica del “sommo sacerdote” di Israele, è che è strettamente legato agli uomini e alle donne che rappresenta al cospetto di Dio: è il “sommo sacerdote”, e insieme è uno fra tutti, unito agli altri dal suo stesso peccato, dalle sue debolezze… In una parola: unito agli altri dalla sua umanità.

La mediazione, allora, che esercitava fra il popolo e Dio presentando al Signore “i doni e i sacrifici” attraverso i quali Israele recuperava la sua condizione di “popolo santo”, non dipendeva da una santità particolare del “sommo sacerdote” ma, al contrario, dalla sua fragilità di essere umano, e dalla sua conseguente solidarietà con la debolezza umana dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Quando nella preghiera chiedeva a Dio il perdono dei peccati, doveva chiederlo anzitutto per se stesso, e questo lo legava a filo doppio a tutti quanti gli altri. Ed egli stesso sapeva bene che le vie del perdono che otteneva da Dio per Israele, le nuove strade su cui sarebbe poi stato concesso al popolo di camminare per un altro anno fino al prossimo “giorno dell’espiazione”, le avrebbe percorse assieme agli altri. Davvero uno di loro: come loro e con loro compromesso nel peccato, e come loro e con loro perdonato…

Ma il “sommo sacerdote” sapeva anche che quel suo ruolo che si trovava a vivere non dipendeva da lui, dai suoi sforzi, dalle sue qualità… No. Tutto dipendeva dalla libera scelta di Dio, era solo questione di “vocazione”. Un’altra sua caratteristica importante… la sorgente della sua umiltà.

* * *

E adesso, finalmente, veniamo al nostro testo.

Lo scritto a cui appartiene è stato composto con uno scopo ben preciso, che possiamo comprendere pensando che è diretto agli Ebrei, cioè a dei cristiani convertitisi dal giudaismo. Lo scopo è quello di ridare loro coraggio, perché sono in una grande difficoltà, dal momento che il loro impegno nella nuova fede cristiana ha comportato per loro l’abbandono delle sicurezze su cui sino a poco prima avevano fondato il rapporto con Dio, e più in generale la loro stessa vita: le sicurezze fondate sulla legge, la cui osservanza scandiva l’esistenza giornaliera; e le sicurezze legate ai riti, ai sacrifici che offrivano nel tempio e che mettevano a posto la coscienza…

Adesso tutto questo non c’è più. Adesso c’è una fede da vivere nella libertà. Ma non è facile vivere nella libertà. Prima avevi una strada da percorrere, e una strada ti guida, ti dice dove andare.. Adesso puoi volare come l’aquila, ma il cielo è grande e non ci sono strade, devi trovare tu la direzione giusta.

In questa situazione, il nostro autore cerca di incoraggiare i suoi interlocutori, invitandoli a riflettere su come Gesù sia un “sommo sacerdote”, al tempo stesso in piena continuità coi sommi sacerdoti di Israele, ma anche infinitamente superiore a loro. Vale allora la pena di affidare a lui con piena fiducia sé stessi, i propri cari, il mondo intero.

Sì, Gesù è adesso e per sempre il solo vero “sommo sacerdote”. Lo è davvero, perché – come anche gli altri – non ha scelto lui di esserlo, non ha “preso da sé quell’onore”, ma è stato “chiamato a quell’onore” da Dio.

Ma Gesù è anche un “sommo sacerdote” incomparabilmente superiore a tutti quelli che l’hanno preceduto, perché diversamente da loro non ha offerto la sua espiazione a Dio uccidendo un animale nel cortile del tempio, ma ha offerto se stesso una volta per tutte: ha offerto la sua vita morendo sulla croce, versando il proprio sangue. E quello stesso Dio che l’ha chiamato a questo e l’ha donato a noi, lo ha poi risuscitato. E Gesù è “passato attraverso i cieli”, e lì continua a esercitare la sua mediazione, continua ad intercedere per noi…

Questo, nella “fragilità” che un sommo sacerdote deve avere. Come dice la chiusa del nostro testo: “Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna, essendo da Dio proclamato sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec”.

Già ho parlato altre volte di Giordano Bruno, il povero grande filosofo bruciato vivo a Roma il 17 febbraio del 1600. Bruno è stato un martire del libero pensiero, ma non un martire della fede. Non era un cristiano, e anzi aveva un rapporto difficile con Gesù. Gli rimproverava il male che anche dopo la sua venuta strazia il mondo e lo considerava un impostore. In particolare, durante i suoi lunghi anni di prigione, si divertiva a scandalizzare i suoi compagni di cella dicendo loro che, a differenza di Socrate che era morto bevendo serenamente la sua cicuta, Gesù era stato un vigliacco, perché nell’Orto degli Ulivi, s’era rivolto a Dio piagnucolando, e gli aveva chiesto che allontanasse da lui il calice della passione.

Gesù “vigliacco”?… Io direi piuttosto cheè stato un essere umano fino in fondo, un uomo come noi. E è morto come un normale essere umano. Non è morto da eroe, e neanche da filosofo. Ha manifestato al Padre la sua umana paura nella preghiera nell’Orto degli ulivi, e ha urlato sulla croce la sua angoscia.

Ma proprio la sua morte “non eroica” ce lo rende vicino, e proprio la sua fragilità e la sua debolezza di hanno fatto di lui il “sommo sacerdote” che ci serviva. Non ha potuto offrire il sacrificio anche per i suoi peccati, perché non ne aveva, ma aveva la sua fragilità, e ha offerto quella a Dio, unendola alla nostra. È stato debole come noi, e come noi è stato “tentato in ogni cosa”. E ha pagato ed ha vinto per noi. Sì, Gesù, il Figlio di Dio ha vinto con la forza della fragilità…

C’è, in questa stessa lettera agli Ebrei un’affermazione su di lui che è fra le più belle e consolanti che siano state mai scritte, e che purtroppo invece è poco conosciuta. Dice – quest’affermazione – che il “Figlio di Dio, non si vergogna di chiamarci fratelli” (cfr 2,11).

Davvero, questo autore cristiano delle origini sapeva confortare i suoi fratelli e le sorelle in fede. E davvero, col suo linguaggio per noi strano, con i suoi “Aronne” e i suoi “Melchisedec”, dà confortoanche a noi. Il peccato è e resta un labirinto che noi stessi ci siamo costruiti e adesso ci imprigiona, mura e mura tra quali vaghiamo senza riuscire a trovare l’uscita; un carcere che si isola tra noi e soprattutto ci separa da Dio, e questo il nostro autore ce lo ricorda senza farsi problemi: ci ricorda il bisogno che abbiamo di un “soccorso”.

Ma insieme ci ha anche detto: Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno”.

In quel “dunque” brilla il volto di Gesù. E il volto di Gesù è per noi il volto stesso di Dio. Sì, in lui quel che Mosè non ha mai potuto fare, “vedere in faccia Dio”, noi lo possiamo fare! E così’ ci accorgiamo che lui, Dio, ci sorride dall’alto del suo trono che è il “trono della grazia”. Il peccato rimane un labirinto, ma come nel mito greco Teseo c’è penetrato e ha ucciso il Minotauro e ha liberato i giovani ateniesi da una morte terribile, così Gesù morendo sulla croce ha annientato il potere della morte, ci ha liberati per una nuova vita, perché siamo suoi “fratelli e sorelle”.

E adesso noi sappiamo che davvero “tutto è grazia”. Che Dio non vuole essere “Dio” senza di noi. È scritto nel Salmo 8,4: “Che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?”. Dio s’è ricordato di noi e ci ha incontrati in Cristo. E in lui, nostro “fratello”, ci si rivela come il nostro “Padre”. È il padre che corre incontro e bacia il figlio ritrovato, è il re che ha compassione del suo debitore insolvente, è il samaritano che si prende cura di chi è caduto nella mani dei briganti. Tutte queste parabole ci dicono che c’è stato qualcuno – ed è proprio colui che ce le ha raccontate! – che non ha disprezzato il “gregge senza pastore” che tanto spesso siamo, ma ne ha “avuto pietà” (cfr Marco 6,34), es’è messo al nostro posto.

Leggiamo ancora una volta la conclusione della pagina d’oggi: “Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna, essendo da Dio proclamato sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec”.

Anche se non sappiamo cosa sia questo strano“ordine di Melchisedec”, non conta un fico secco! Quello che solo conta è che noi siamo salvi, d’una “salvezza eterna”! E possiamo benedire Gesù… e benedire Dio che ce lo ha donato come l’unico vero nostro ”sommo sacerdote”.

                                          Ruggero Marchetti

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