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Giovanni 5, 1-16. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 16 marzo 2014 alle ore 11.00 in Scala dei Giganti

 

Giovanni5 , 1 – 16

Dopo queste cose ci fu una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

Or a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c’è una vasca, chiamata in ebraico Betesda, che ha cinque portici. Sotto questi portici giaceva un gran numero d’infermi, di ciechi, di zoppi, di paralitici, [i quali aspettavano l’agitarsi dell’acqua; perché un angelo scendeva nella vasca e metteva l’acqua in movimento; e il primo che vi scendeva dopo che l’acqua era stata agitata era guarito di qualunque malattia fosse colpito].

Là c’era un uomo che da trentotto anni era infermo. Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?».

L’infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me».

Gesù gli disse: «Àlzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina». In quell’istante quell’uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare.

Quel giorno era un sabato; perciò i Giudei dissero all’uomo guarito: «È sabato, e non ti è permesso portare il tuo lettuccio». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi il tuo lettuccio e cammina”».

Essi gli domandarono: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi il tuo lettuccio e cammina?”». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, perché in quel luogo c’era molta gente.

Più tardi Gesù lo trovò nel tempio, e gli disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio». L’uomo se ne andò, e disse ai Giudei che colui che l’aveva guarito era Gesù.

Per questo i Giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo; perché faceva quelle cose di sabato.

La grande e bella “piscina di Betesda”, coi suoi cinque magnifici portici.

Magnifici e tremendi, perché quella piscina era una specie d’inferno, un vero e proprio regno del dolore. Colma, fino all’inverosimile di un brulichio di uomini ammalati: una massa di ciechi, zoppi, sordomuti, che s’ammassa e si spinge sul bordo della vasca dove l’acqua ogni tanto fa le bolle e promette una guarigione miracolosa a chi per primo vi si butta dentro.

Gesù entra in quei portici e li percorre passando fra gli infermi.

Ed ecco che si ferma davanti a uno di loro: è un paralitico, steso sul suo lettuccio, che è lì da “trentotto anni”: un’infinità di tempo… quasi un’intera vita di attesa e delusione…

Cogliendo la presenza di Gesù che lo guarda, l’uomo alza a sua volta gli occhi, e Gesù gli domanda: “Vuoi guarire?”.

Ci verrebbe da dire: una domanda inutile. Certo che vuol guarire, quel pover’uomo inchiodato per terra!

Ma Gesù non fa mai nulla d’inutile. Se ha chiesto al paralitico se voleva guarire, glielo doveva chiedere, perché non è affatto scontato che davvero volesse essere risanato… Se tu da “trentotto anni” vivi in un certo modo, quel modo di vivere si identifica talmente con te che anche se è una continua sofferenza, ormai tu sei così, e fai fatica a pensarti diverso… quasi non te la senti di cambiare… sarebbe uno shock troppo forte…

E così è per quell’uomo. Abbiamo ascoltato la sua risposta. Anziché dire subito, come ci aspetteremmo: “Certo che voglio guarire!Non ha neanche senso che tu me lo domandi!”, mormora rassegnato: “Io non ho nessuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me”.

Il paralitico non è solo bloccato nel suo corpo, è bloccato nel cuore… È veramente “in-fermo”… davvero “senza forza”… senza la forza di reagire più… è sconfitto e si è arreso alla sua malattia.

E allora – e questo è molto strano – Gesù lo guarisce quasi contro la sua volontà.

Noi non lo vediamo, quest’uomo, balzare in piedi con un grido di gioia e saltare e ballare incredulo e felice come farà negli Atti degli apostoli” il mendicante risanato da Pietro alla “Porta bella” del tempio (cfr Atti 3 1 ss.).

Qui tutto è molto più lento, più pesante… quasi come ci capita al mattino, quando ci alziamo obbligati dalla sveglia: “Quell’uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare”.

Davvero non c’è gioia, non c’è la minima espressione di una riconoscenza… E non è un caso, allora, che dall’inizio alla fine del racconto, non compaia mai, nemmeno di sfuggita, la parola “fede”…

Quest’uomo insomma, è raddrizzato in piedi, e forse vorrebbe ancora star disteso… Non è pronto a camminare sulle sue gambe; soprattutto non è pronto ad assumersi le sue responsabilità.

E Gesù, quasi sentendosi in colpa per averlo obbligato a stare dritto, non abbandona quell’uomo “senza forza” per affrontare la sua nuova vita, ed invece continua a interessarsi a lui con una grande attenzione e una grande cura.

Insomma, dopo averlo salvato da un passato di infermità e dolore, cerca anche di salvarlo per il futuro: “Lo trovò nel tempio, e gli disse: – Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio”.

E qui davvero, rimaniamo stupiti: cosa può mai “accadere di peggio” a quell’uomo rispetto al suo essere rimasto per “trentotto anni” bloccato sul lettuccio?

Proprio ciò che gli accade.

Come abbiamo udito, adesso usa le gambe che adesso gli funzionano per andare a denunciare il suo benefattore: L’uomo se ne andò, e disse ai Giudei che colui che l’aveva guarito era Gesù”. E“per questo i Giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo”.

Le gambe gli funzionano… ma il cuore è sempre quello: un cuore tanto piccolo… troppo piccolo per la riconoscenza, per l’amore, per il coraggio. E anzi adesso quel cuore è ancora peggiorato, s’è come ulteriormente anchilosato, perché, per evitare l’ira dei potenti bigotti, che non sopportano che nemmeno una guarigione avvenga in un giorno “di sabato”, per non andare incontro a seccature o rischi – potremmo anche dire: per tornare a rinchiudersi nell’anonimo guscio di quella solitudine in cui ha tirato avanti per quasi quarant’anni (ricordate la risposta dell’uomo a Gesù: Non ho nessuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella vasca”…), l’uomo nel cui petto quel cuore batte piano piano piano, va a tradire colui che l’ha guarito. Sì, un cuore traditore, per amore della tranquillità…

Veramente, quest’uomo “senza forza”, al puntoche non riesce nemmeno a provare un po’ di riconoscenza, è una delle figure più tristi del vangelo…

* * *

E noi? Come siamo messi noi?…

Siamo ormai in pieno nel tempo di Passione . Il sollievo ma anche il pericolo di questi tempi dell’anno liturgico che noi chiamiamo “forti”, è che col loro ritornare ogni anno, danno alla nostra esistenza di credenti, ma anche semplicemente di persone, un ritmo ciclico. È come su una giostra. E la giostra ti muove per farti stare fermo, sempre allo stesso posto; e non hai da temere curve pericolose, strade sconosciute, brutti incontri… Sai bene dove sei, e vai per non andare.

E a noi, tutto sommato, va anche bene così. Ci lamentiamo del tran tran della vita, diciamo sempre che non ci soddisfa, ma poi in fondo pensiamo che, se ancora per un po’ nei nostri “giri di giostra” dei tempi e delle stagioni che si susseguono gli uni dopo gli altri non avremo a subire troppe scosse, se (speriamo di no!) non ci capiteranno lutti o malattie o altre sventure che verrebbero a sconvolgere questa vita un po’ grigia, andrà bene così, perché, è vero che ogni tanto borbottiamo, ma è anche un po’ una posa, perché alla fin fine non ci sentiamo poi troppo infelici, e invece al massimo tranquillamente rassegnati… E se certo “tirare avanti” non è come “andare avanti”, però l’arte di accontentarsi è una grande arte, e siccome il peggio non è mai morto… finché non capita niente, ringraziamo…

Io non voglio turbare questa tranquillità che forse arriva anche ad assumere i contorni della serenità – e chi, soprattutto in questi tempi bui, non vorrebbe essere sereno? E però, è una serenità che si paga con una qualità della vita che io credo troppo bassa.. Il grigio non è bello, e se ti abitui al grigio, perdi tutto lo splendore e la gioia dei colori! E perdi anche un po’ di umanità.

Perché poi alla fine – come abbiamo già detto – “accontentarsi” è sempre anche “rassegnarsi”, e rassegnarsi è di chi non ha la forza né la voglia di cambiare le cose.

E allora, vedete che brutta sorpresa? Ci riscopriamo simili, in modo impressionante all’uomo della piscina di Betesda.

Ma proprio perché siamo in queste condizioni, Gesù viene, si ferma davanti a noi, ci guarda, ci fa alzare i nostri occhi verso lui e ci chiede: “Vuoi guarire?”.

E questa domanda ci toglie via la maschera che ci mettiamo in faccia per illuderci di essere diversi da quel che in realtà siamo.

Ci obbliga a renderci conto che davvero, contrariamente a quello che pensiamo perché lo vogliamo pensare e ce ne vogliamo convincere, noi non stiamo bene… che se non cambiamo, andremo di male in peggio: la nostra tranquilla rassegnazione che oggi ci illude, domani diventerà amarezza perché verrà il momento dei bilanci, in cui dovremo dire: “Ho sprecato la mia vita”.

Sì, con il suo “Vuoi guarire?” Gesù ci fa un’offerta.

Mette dinanzi a noi, se lo vogliamo, la possibilità di “cambiare”, di uscire dal tran tran del continuo ritorno delle cose, che ci rende incapaci di vivere fino in fondo l’avventura della vita, coi suoi mille colori, col suo bello e il suo brutto.

Sì, cambiare, aprirci al nuovo che Gesù ci dona, e trovare il coraggio della libertà.

La libertà di diventare liberi come lui, che anche oggi – come abbiamo sentito – non ha avuto paura, per aiutare colui che aveva guarito nel corpo a guarire anche da quel suo cuore così angusto e vile, di andarlo a cercare e così di farsi riconoscere ed esporsi all’ostilità dei suoi nemici.

Perché nulla – nemmeno l’inimicizia dei potenti – può intimorirlo o bloccare il suo amore, la sua lealtà, e l’amicizia e l’aiuto reso gli altri.

Liberi nel cuore… liberi nella vita, e coraggiosi dall’inizio alla fine.

Se questo tempo di Passione ci aiutasse a cambiare anche soltanto un po’ in questa direzione, non sarebbe affatto uno dei tanti “tempi forti” dell’anno venuti e andati via senza cambiarci, ma sarebbe davvero l’inizio di qualcosa di nuovo, l’inizio di una vita, non più tirata avanti, ma finalmente vissuta “al cento per cento”.

È possibile questo? O è soltanto l’ennesima illusione di un cambiamento e di una libertà l’uno e l’altra impossibili?

I “trentotto anni” di infermità e di rassegnazione del paralitico di Betesda, mi hanno ricordato altri “trentotto anni”: i“trentotto anni” della durata della prigionia di Marie Durand, un’ugonotta, una protestante franceseche, imprigionata al tempo del Re Sole perché aveva rifiutato di abiurare alla sua fede evangelica, è stata incarcerata ed rimasta per tutti quegli anni rinchiusa in una cella della torre di Constance, ad Aigues Mortes, in Francia.

Trentotto anni… quattrocentocinquantasei mesi… e i giorni li lascio calcolare a voi. Sarebbe bastato a Marie dire una sola parola: “Abiuro”, e in uno qualsiasi di quelle migliaia e migliaia di giorni di dura prigionia, sarebbe potuta uscire dalla torre e tornarsene a casa… alla sua libertà.

Ma sapeva, Marie, che ottenuta a quel prezzo, la sua non sarebbe stata una vera libertà, e invece una forma di prigionia peggiore del suo essere murata viva tra le quattro pareti di quella torre. Perché avrebbe perso la sua fede e la sua dignità… avrebbe perso se stessa per diventare una povera sconfitta, devastata da mille rimorsi per essersi arresa. Ma per grazia di Dio, Marie Durand quella parola “abiuro” non l’ha mai pronunciata, non s’è arresa mai!

Alla schiavitù dell’aria aperta, ha preferito la libertà del carcere: trentotto anni di tomba e di prove e soprusi, ma con lo sguardo chiaro e con la schiena dritta, e la coscienza a posto… e con il suo Signore.

Vedete allora? La guarigione di Gesù è possibile! È possibile la sua liberazione, e la gioia di una vita diversa, una vita che “va avanti” e non “tira avanti”…

Ricordate, sempre in questo vangelo di Giovanni, le altre parole del Signore a Nicodemo: “Dovete nascere di nuovo”?.

Sì,con lui noi possiamo “nascere di nuovo” per una vita che non sia tranquilla rassegnazione per paura del peggio – che poi t’arriva addosso in ogni caso – ma una continua sfida contro ogni compromesso e ogni incantesimo del potere, della mediocrità e del “quieto vivere”, nel nome di quella vera libertà che Cristo oggi ha ancora una volta offerto a tutti noi: “Vuoi guarire?”… “Lo vuoi?”…“Lo vuoi?”…“Lo vuoi?”…

                                                                                              Ruggero Marchetti

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