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Marco 9, 30-37. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 23 marzo 2014 in Scala dei Giganti

 

Marco 9 , 30 – 37

 

 

 

Poi, partiti di là, attraversarono la Galilea; e Gesù non voleva che si sapesse.

 

Infatti egli istruiva i suoi discepoli, dicendo loro: «Il Figlio dell’uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini ed essi l’uccideranno; ma tre giorni dopo essere stato ucciso, risusciterà». Ma essi non capivano le sue parole e temevano d’interrogarlo.

 

 

Giunsero a Capernaum; quando fu in casa, domandò loro: «Di che discorrevate per strada?». Essi tacevano, perché per via avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande.

 

Allora, sedutosi, chiamò i dodici e disse loro: «Se qualcuno vuol essere il primo, sarà l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

 

E preso un bambino, lo mise in mezzo a loro; poi lo prese in braccio e disse loro: «Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me; e chiunque riceve me, non riceve me, ma colui che mi ha mandato».

 

 

 

Spesso, quando vado a Roma e posso andarci, vado volentieri a Campo de’ Fiori. È una delle più belle piazze di quella città dalle tante belle piazze, una piazza insieme popolana e aristocratica, e poi c’è quel bellissimo, struggente monumento a Giordano Bruno, che si erge proprio nello stesso punto dove il 17 febbraio del 1600, Bruno è stato arso come “eretico ostinato, pertinace e impenitente”. È stato davvero un “eretico”, Giordano Bruno, non nel senso di “cristiano deviante” che normalmente si da a questa parola, ma nel senso letterale: “eretico” vuol dire “studioso”, “ricercatore”, e Bruno è uno che ha fatto solo questo: ha studiato e ricercato tutta la vita senza fermarsi mai, senza mai accontentarsi, e nella sua appassionata, indomabile, libera ricerca insieme intellettuale e spirituale è arrivato a delle conclusioni troppo geniali e troppo in anticipo sul suo tempo, e ha commesso l’errore, per lui tragico e grande al tempo stesso, di diffondere a voce e per iscritto le sue tesi che mettevano in forse molti insegnamenti su Dio e sulla creazione del magistero cattolico dell’epoca. E siccome quell’epoca era un’epoca di ferro e di fuoco, è finito com’è finito. Come dicono le cronache dell’epoca, s’è incaponito nelle sue folli idee e “ha preferito,circondato da secche fascine, venir bruciato vivo da divampante fuoco

 

 

Riflettendo su questa pagina del vangelo di Marco – poi capirete perché – mi sono venute in mente alcune affermazioni di Bruno sull’essere umano, di cui egli sostiene con gran forza la grandezza che però, anche in questo sempre originale e provocatorio, non coglie nella parte spirituale, “nell’anima” dell’uomo, me nel corpo, ad un livello “brutalmente” fisico.

 

In un suo famoso scritto, afferma infatti che la “grandezza ed eccellenza umana” si fonda in maniera tutta particolare sulla conformazione della mano, che definisce “l’organo degli organi”, lo strumento per eccellenza della possibilità e dello sviluppo della civiltà umana. “Se l’uomo avesse” – sono sue parole – “il doppio dell’ingegno che ha, e con tutto ciò le mani gli venissero trasformate nelle forme dei piedi, rimanendo tutto l’altro immutato, come potrebbe difendersi dalle bestie e costruire la sua civiltà? Come potrebbe farsi appunto uomo?”.

 

La mano umana, insomma, che nell’uomo è diversa dalle estremità anteriori di tutti gli altri animali perché in essa il pollice si oppone alle altre dita e consente di afferrare e padroneggiare gli oggetti con mirabile delicatezza e precisione, è per Bruno l’organo per eccellenza della grandezza e della dignità umane.

 

Ed è proprio così. Quando guardiamo a come l’umanità ha trasformato il mondo, l’ha umanizzato e reso suo dominio; quando vediamo interi panorami riplasmati dalla nostra creatività e dal nostro lavoro; quando contempliamo ammirati e commossi i capolavori dell’arte di ogni tempo, non è forse stata sempre la mano umana a realizzare tutto, infrangendo e forzando la materia, o anche accarezzandola per trarne fuori il bello e la poesia? Davvero Bruno aveva ragione: l’uomo s’è fatto “uomo” grazie alla sua mano.

 

 

Ma questo grande, sfortunato pensatore ha anche saputo mettere in evidenza, accanto alla grandezza, la complessità umana. Ha colto da maestro la misteriosa e profonda realtà che vive e si agita dentro di noi e che ci rende sconosciuti e temibili a noi stessi, là dove ha detto di noi esseri umani: “Siamo ombra profonda”.

 

Sì, ben prima di Freud e della psicanalisi, Bruno s’è reso conto che in ciascuno di noi c’è come una “zona oscura”, da cui ogni tanto emergono le forze sconosciute e sovente feroci che ci portiamo dentro e che – venendo fuori – possono fare di noi, per dirla con le parole di un altro filosofo, dei “lupi”, delle “belve per gli altri esseri umani”.

 

Allora le nostre mani – questi “organi degli organi” che più d’ogni altra parte del nostro corpo realizzano noi stessi e rendono concreti i nostri sogni – diventano (e proprio Giordano Bruno, l’ha sperimentato in modo atroce sulla sua stessa carne) degli strumenti da incubi, il nostro “essere ombra”. Colpiscono, afferrano, straziano, uccidono, bruciano, fanno soffrire in mille vari modi altri sventurati esseri umani… modi tanto più raffinati e crudeli, quanto più sono il frutto del nostro ingegno e della nostra abilità…

 

 

* * *

 

Nella parte inizialedel nostro testo di Marco 9, 30-37, Gesù parla ai discepoli delle sofferenze che lo attendono.

 

È la seconda volta che fa questo, dopo che a Cesarea di Filippo Simone proprio in quell’occasione ribattezzato Pietro, aveva reagito con scandalo e con rabbia al primo annuncio della sua passione e s’era meritato l’appellativo “satana” (cfr Mc 8, 32 s.).

 

E è la seconda volta che, proprio in questo modo, manifesta l’amore che ha per i suoi discepoli: Gesù conosce il cuore di chi ha scelto, non ha voluto accanto a sé degli eroi, e neppure dei santi, nel senso che si dà comunemente a questo termine, ma solo e semplicemente degli “esseri umani”, con tutto quello che questo significa: affetto, devozione, slanci di generosità, bei momenti di amicizia e di gioia, ma anche paure, incomprensioni, pregiudizi, egoismi, vanità… Per questo sa che è necessario per lui prepararli ad affrontare la bufera di violenza e di sangue che sta per scatenarsi; fare sì che rimangano a galla, sopravvivano alla morte di Gesù, per poi lasciarsi scaldare e illuminare dal sole della risurrezione, e farsi portatori di quel sole, perché attraverso il loro annuncio illumini e riscaldi tutto il mondo.

 

 

Gesù, allora, parla per la seconda volta della sua passione e dice ai suoi discepoli: “Il Figlio dell’uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini”.

 

Ecco qui “le mani”. Ecco gli “organi degli organi” di Giordano Bruno, che stavolta però non servono a costruire nessuna civiltà né servono a distinguere gli uomini dalle bestie, ma – come abbiamo anche detto e come purtroppo accade troppo spesso – sono solo al servizio della ferocia che si fa furia omicida che erompe fuori, in modo micidiale, da quell’”ombra profonda” che noi siamo.

 

Il Figlio dell’uomo”, colui che è nato come nasce ogni umano e che così s’è fatto in tutto “uno di noi”, sta per finire “nelle mani” di altri esseri umani. Ma quelle mani non gli esprimeranno solidarietà, non stringeranno né riscalderanno le sue mani, anch’esse “mani d’uomo”. Saranno degli artigli, e arpioneranno Gesù e ne faranno strazio… Sì, Gesù qui parla ai suoi di queste “mani-artigli”, che lo aspettano al varco e lo fa per prepararli alla sua e alla loro sofferenza.

 

 

Ma come accolgono i discepoli le sue parole? La prima volta, a Cesarea di Filippo, Pietro reagendo all’annuncio della passione del maestro, aveva attinto ad una sua grandezza, sia pure la grandezza sbagliata e anzi perversa del “satana” che s’oppone alla volontà divina. Qui nessuna reazione, e nessuna grandezza. Solamente paura. Solo il silenzio pesante e imbarazzato di chi non osa nemmeno più parlare, e si limita solo a mugugnare, e a ruminare in sé i suoi stessi mugugni.

 

Questo silenzio non può non avere ferito Gesù, e non può non averlo colmato di tristezza. Forse proprio quest’incapacità dei suoi discepoli di dirgli anche soltanto una parola è stata il vero inizio dei dolori da lui appena annunciati. Sì già qui, in questo modo, già ancora in mezzo ai suoi, Gesù comincia a “essere dato nelle mani degli uomini”…

 

 

* * *

 

E non soltanto questo.

 

È tipico di noialtri esseri umani vantarci e litigare per ciò che non abbiamo. Così non fa meraviglia che, proprio quando mostrano di non avere in sé un briciolo di grandezza, proprio allora i discepoli si mettono a discutere su “chi fosse il più grande tra di loro”.

 

Ed ancora una volta, con pazienza ed amore, Gesù si china sulla loro povera vanità, e dona loro un nuovo insegnamento, che non è fatto solo di parole, ma anche di “carne e sangue”: è quel “bambino” che pone in mezzo a loro.

 

Proprio attraverso quel “cucciolo di uomo”, solleva infatti gli occhi dei discepoli dai loro assurdi sogni di grandezza, su su direttamente fino a Dio: “Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me; e chiunque riceve me, non riceve me, ma colui che mi ha mandato”.

 

Non so se vi rendete conto… qui Gesù intreccia una catena vertiginosa: accogliere un bambino è come accogliere lui, e accogliere lui è come accogliere Dio stesso. Risultato: un bambino = Gesù = Dio!

 

 

Mentre a Capernaum si svolgeva questa scena, a Gerusalemme il tempio continuava ad ergersi maestoso sul Monte Sion: era più che mai la “casa di Dio”, verso cui salivano le preghiere, i sospiri e i canti e le offerte di ogni ebreo.

 

Là, nel cuore più riposto del tempio, fra i marmi, gli ori ed i legni preziosi, c’era il “Santo dei santi”, il luogo per eccellenza della presenza del Signore sula terra, in cui una sola volta l’anno, il giorno dello Yom Kippur, il Sommo Sacerdote osava entrare, tremante di reverenza e di santo timore. E a separare quel luogo così unico dal resto del mondo, c’era prima di esso un altro piccolo locale chiamato il “Santo”, e prima ancora del “Santo” era posto il “Vestibolo”. Poi, fuori e tutt’intorno all’edificio ecco, procedendo dall’interno, il “cortile dei sacerdoti” con l’altare dei sacrifici, e il “cortile degli uomini”, e quello “delle donne”, ed infine, enorme, il “cortile dei pagani” accessibile a tutti.

 

Il “Santo”, il “Vestibolo”, la serie dei “cortili”: sette barriere successive e concentriche, un filtro assai preciso che serviva a impedire ogni contatto profanante fra il luogo della presenza di Dio e ogni altro luogo. Tanto unico e grande, tanto santo ed arcano, tanto al di là e al di sopra di ogni cosa, Israele concepiva, sentiva, venerava il suo Signore!

 

 

E adesso invece, in una povera casa di un povero villaggio galileo, Gesù dice ai suoi discepoli stupiti che Dio lo si può incontrare in un bambino! È sconvolgente. Siamo di fronte alla fine del tempio e della sua funzione.

 

E possiamo comprendere perché la principale accusa che in occasione del suo processo davanti al Sinedrio sarà portata contro Gesù, sarà proprio quella di avere bestemmiato contro il tempio. Dietro a quest’accusa – certo in sé falsa, perché Gesù non ha mai bestemmiato contro nulla e nessuno – c’è però un’intuizione che ha del vero. I sacerdoti e gli anziani di Israele, che erano tutto meno che stupidi, s’erano resi conto che se il Dio di quel maestro galileo è certamente il loro stesso Dio: il Dio di Abramo, di Mosè e dei profeti; è però anche scandalosamente diverso da Colui che essi sono convinti di conoscere e servire. È e rimane l’Altissimo, ma è anche Colui che si fa trovare e amare nei piccoli, negli inermi, negli indifesi; è il Dio il cui nome resta impronunciabile, ma è anche Colui che cogli e incontri nei nomi di coloro che hanno bisogno di un gesto di aiuto, di fraternità concreta. E è anche soprattutto il Dio che non è più solo accessibile dietro le sette barriere che proteggono il “Santo dei santi”, ma si fa incontrare e abbracciare in un bambino. Un Dio che perciò può fare a meno del tempio, e di chi al tempio è legato e riceve da esso prestigio, potere e benessere.

 

 

Ho detto adesso che il Dio di Gesù “si fa abbracciare in un bambino”. È proprio così. Gesù infatti – l’abbiamo udito nella nostra pagina d’oggi – non si è limitato a mettere un bambino in mezzo ai suoi discepoli. Marco dice che, mentre parlava ai suoi “lo prese in braccio”. Lo tenne sollevato fra le braccia, lo strinse con le mani… Vedete allora come ancora una volta, qui appaiono “le mani”?

 

Che così caratterizzano dall’inizio alla fine questo brano evangelico. Ma non più, adesso, le “mani degli uomini”, crudeli ed omicide come spade sguainate. Ora davanti a noi, ci sono “le mani” di Gesù. Che non minacciano, non colpiscono, non si serrano a pugno o attorno a un’arma, come tante, troppe volte, le nostre mani. Le mani di Gesù si aprono, e basta. Per accogliere, sollevare, accarezzare, amare!

 

 

E proprio questo suo “abbracciare” un bambino subito dopo aver parlato della sua sofferenza e della morte imminente, anticipa in qualche modo il gesto con cui, dall’alto della croce spalancherà le braccia al mondo intero… ricordate nel vangelo di Giovanni: “Io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me” (cfr Gv 12, 32).

 

Sì, dalla croce, le mani di Gesù, pure trafitte, attireranno l’intera umanità… attireranno e accoglieranno anche noi. Non saranno certo due chiodi a poterle bloccare!

 

 

* * *

 

Giordano Bruno ha detto che “l’uomo si fa uomo” grazie a quel meraviglioso “organo” che sono le sue mani. Ben prima di lui, Gesù ci ha insegnato quale uso dobbiamo fare delle nostre mani per essere davvero suoi discepoli e – di più! – veri uomini e donne… esseri umani fatti “ad immagine e somiglianza” di Dio.

 

Dio è amore” (cfr 1 Giovanni 4, 8). Ci ha amati e ci ama al punto di aver lasciato dietro di sé i “cieli dei cieli” (e anche il “Santo dei santi”) per venire a incontrarci nel volto, nel sorriso, nelle “mani” di Gesù. E anche – e questo è ancora più straordinario – nel volto, nel sorriso, nelle “mani” di un bambino. Per abbracciarci e lasciarsi abbracciare da noi.

 

 

Davvero: “Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me; e chiunque riceve me, non riceve me, ma colui che mi ha mandato”.

 

Un bambino = Gesù = Dio. È scandaloso… è straordinario… è bellissimo…

 

È la benedizione per ciascuno e ciascuna di noi, per tutti noi.

 

 

                                          Ruggero Marchetti

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